Macromonitor – 19/10/2014

Settimana ad altissima volatilità, con pesanti ribassi su azionario e materie prime, dollaro in indebolimento ed ulteriore fuga verso la qualità dei titoli di stato dei paesi più “sicuri”. La giornata di venerdì ha contribuito a stabilizzare il quadro ma serve valutare se vi saranno danni duraturi.

Per fare ciò, occorre analizzare i fondamentali dell’economia. La reporting season statunitense del terzo trimestre procede in modo soddisfacente o più propriamente positivo. Il ribasso del prezzo del greggio sta determinando revisioni al ribasso delle stime di inflazione per il prossimo anno, sia in Europa che negli Stati Uniti, ma al momento le stime di crescita sono confermate, anche se esiste l’incognita dell’ormai caratteristico andamento delle previsioni, con costanti revisioni al ribasso. L’effetto positivo sul consumatore statunitense dato dal calo del prezzo del greggio inizia a manifestarsi nelle rilevazioni di fiducia, che sono ai massimi di ciclo. Anche la flessione dei tassi ipotecari dovrebbe agire positivamente sul sentiment, e quindi compensare sull’economia reale l’effetto negativo del rafforzamento del dollaro e della correzione azionaria. Sui mercati si è visto un forte aumento dei volumi durante questi giorni, sia sull’azionario che sull’obbligazionario, ma le condizioni di liquidità appaiono deteriorate, allo stesso modo in cui è verosimile che i grandi soggetti ad alta propensione al rischio e fornitori di liquidità, gli hedge fund, possano ridurre la propria attività andando verso la fine di un anno che per loro è stato mediamente non positivo. Se le condizioni di liquidità si confermeranno impoverite, aumenterà la probabilità di movimenti violenti dei mercati, nei due sensi, e quindi la volatilità.

Sul mercato dei titoli di stato, in settimana è proseguito il rally, indotto dalla fuga verso la qualità, che ha premiato i decennali di Stati Uniti, Regno Unito e Germania. Particolarmente impressionante il movimento del Treasury decennale nella giornata del 15 ottobre, quando una serie di dati americani negativi (in particolare le vendite al dettaglio), combinandosi con ricoperture e prosciugamento della liquidità (visto che il mercato americano era posizionato pressoché plebiscitariamente con uno short di duration), hanno causato un crollo del rendimento sino al livello di 1,86%, seguito da un recupero, per un movimento intraday complessivo di circa 35 centesimi di punto percentuale. Come prevedibile, il forte aumento di volatilità e lo scoppio di avversione al rischio hanno penalizzato la periferia dell’Eurozona, su cui complessivamente le posizioni restano lunghe.

I mercati azionari fanno segnare un saldo settimanale negativo, con forti movimenti (nei due sensi, come conferma la giornata di venerdì), amplificati dalla bassa liquidità. In assenza di visibile deterioramento nei fondamentali, il movimento attuale deve essere inquadrato come correzione tecnica. Come detto, la reporting season statunitense sta battendo le abitualmente ridimensionate stime di consenso, con l’eccezione del settore tecnologia/semiconduttori, che paga timori per il rallentamento della domanda cinese ed una correzione delle scorte in Asia.

Sul mercato dei cambi, il cambio medio del dollaro, ponderato per i flussi commerciali, si è indebolito ma appare ancora elevato, rispetto a modelli di previsione basati sui differenziali di rendimenti dei titoli di stato decennali. Sull’indebolimento del dollaro ha pesato anche il brusco ridimensionamento delle attese di rialzo dei tassi espresse dal mercato monetario.

Sul mercato delle materie prime, in settimana è proseguita la discesa del greggio, pur se mitigata da un rimbalzo nelle giornate di giovedì e venerdì. Il mercato continua ad interrogarsi sul sinora mancato intervento dell’Opec, e più precisamente dell’Arabia Saudita, il produttore che da sempre agisce (assieme a Kuwait ed Emirati Arabi Uniti) per stabilizzare le quotazioni sottoposte a tensioni rialziste o ribassiste, anche al prezzo di imprimere una forte volatilità al proprio Pil petrolifero. Questa inazione dei sauditi sta alimentando anche teorie cospirazionistiche, circa la volontà di Riad di danneggiare i produttori statunitensi di shale oil o l’Iran.

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