Matt in the sky with diamonds

Oggi abbiamo alcune gemme dell’Operazione Fiducia che i nostri eroi governativi hanno deciso di spingere sino ai confini della psichedelia. E vi garantiamo che è roba tagliata alla grande.

Cominciamo col ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che in una intervista al Corriere riesce a dire una cosa del genere:

Davvero non la preoccupa ministro la crescita zero del nostro Paese?
«La crescita scarsa e la bassa inflazione mi preoccupano eccome, ma il dato dell’ultimo trimestre indica un punto di svolta»

Facciamo a capirci: “il dato dell’ultimo trimestre” è la previsione Istat della variazione del Pil italiano del quarto trimestre, che appunto è vista a zero. Per Padoan questo è un punto di svolta, dovrebbe essere il ventiquattresimo da quando l’allegra brigata renziana ha occupato Palazzo Chigi. Quello che fa il resto d’Eurozona (nessuno fa peggio dell’Italia) è un dettaglio, per Padoan & friends proviene tutto dalle viscere vitali di questo paese, a cui Renzi ha ridato fiducia ed orgoglio. Ora, passi per la compagnia di giro di gerarchetti e sgallettate inconsapevoli che ogni mattina al risveglio si chiedono come diavolo sia stato così facile arrivare a scalare un intero paese, pur se in avanzato stato di decomposizione. Ma un uomo come Padoan dovrebbe avere più rispetto della propria storia professionale.

Su Repubblica, invece, c’è l’abituale intervista sdraiata al premier, realizzata da Claudio Tito, in cui il fact checking è stato rinchiuso in un centro di prima accoglienza, in attesa dell’espulsione. Renzi riesce a dire di tutto, anche che Napoletone ha trionfato a Waterloo, praticamente, senza che il suo intervistatore faccia un plissé. Esempio:

Gli ultimi dati Istat sulla disoccupazione, però, ci consegnano la percentuale di disoccupati più alta dal 1977.
«Dopo il decreto Poletti, in sei mesi di governo sono stati creati oltre centomila posti di lavoro. È un primo segnale incoraggiante. Flebile ma incoraggiante. Nei sei anni precedenti ne erano stati persi un milione. Ma c’è un elemento in più: un sacco di gente sta tornando a iscriversi alle liste di disoccupazione perché adesso avverte la speranza di trovarlo, un lavoro. Questo fa crescere la percentuale ma è anche un segno di attività che prima mancava»

Andiamo con ordine. Il decreto Poletti è del 20 marzo, convertito in legge con modificazioni il 16 maggio. Prendete i dati Istat e scoprirete che a marzo gli occupati erano 22,405 milioni. Ad aprile erano 22,324 milioni. Ad ottobre erano 22,374 milioni. Ora, con tutta la migliore volontà, quei centomila posti di lavoro semplicemente non esistono. Peccato che l’intervistatore non abbia trovato modo di segnalarlo a Renzi ma nessuno è perfetto. E quanto alle attivazioni di contratti a tempo indeterminato, con cui il governo l’ha buttata in caciara per coprire il brutto dato Istat sugli occupati ad ottobre, il +7,1% è la variazione annuale. Nel secondo e terzo trimestre, secondo i dati non destagionalizzati, i numeri sono negativi, perché il grosso delle attivazioni è avvenuto nel primo trimestre. Cioè (par di capire) il decreto Poletti, ancor prima essere nato, aveva già indotto un mini-boom di assunzioni. Fantastico, no? Anche di questo l’intervistatore non ritiene di chiedere conto al premier. Ops.

Veniamo alla chicca della Renzinomics trionfante: la disoccupazione aumenta perché c’è fiducia, anzi speranza. Renzi deve averlo letto su qualche bignamino di economia e non sarebbe neppure errato, come concetto. Ma ancora una volta, questi sono gli effetti di rimasticature senza conoscenza. L’aumento di disoccupazione che caratterizza le prime fasi di una ripresa economica deriva proprio dal fatto che molte persone, in precedenza scoraggiate, tornano a cercare attivamente lavoro. Ma perché tornano a cercare lavoro? Perché sono rincuorate dall’aumento di attività che iniziano a percepire attorno a sé, non certo perché vivono in un paese i cui indici di attività, attuale e prospettica, sono tutti in rosso ma c’è un Capo Scout che martella ogni giorno promesse e pentolame, nelle sue televendite. Altrimenti siamo al boom di occupazione con contrazione dei livelli di attività, e conseguente crollo della produttività. Non esiste.

Che poi, Renzi e Padoan sono pure terribilmente distratti. Scrivono un DEF, lo aggiornano anche, e continuano a dire che “le tasse stanno scendendo”. Eppure sono loro stessi ad avere indicato livelli di pressione fiscale pressoché invariata, per i prossimi anni. Riuscire a prendere sul serio questa gente è ormai impresa titanica.

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