Jobs Act. E ora?

Siamo consapevoli che, sin dal titolo di questo post, analizzare criticamente la nuova disciplina dei licenziamenti individuali e collettivi espone (esporrà) al rischio di essere accusati di benaltrismo. Ce ne faremo una ragione (cit.), e procediamo.

Intanto: che giudizio dare del provvedimento? Che dovrebbe chiamarsi contratto di lavoro a monetizzazione crescente, non a tutele crescenti. Ma come?, diranno i più vispi tra voi, ecco il criptocomunista phastidioso che sposa le tesi della Camusso! Può essere, o forse qui si utilizza la stessa espressione ma senza attribuirle quella connotazione di ripulsa da mercificazione. Chi scrive non si scandalizza per la monetizzazione dell’uscita dall’azienda, in caso a qualcuno interessi. Andiamo avanti.

Altra considerazione banalotta, per la quale chiediamo venia: di questa normativa dei rapporti di lavoro si discute, con lievi variazioni sul tema, da almeno un paio di lustri. Oggi siamo, all’incirca, giunti in porto di quella discussione. Quindi prendiamo atto anche di questo. Altro punto molto rilevante di cui occorre prendere atto è che, con le modifiche alla legge 223 del 1991, quella relativa ai licenziamenti collettivi, alle imprese viene di fatto consegnata la massima discrezionalità nella scelta dei lavoratori di cui privarsi, in ipotesi di riduzione degli organici. Anche questo non ci scandalizza: in astratto, in questo modo l’azienda diventa padrona del proprio destino, in termini di allocazione efficiente (o ritenuta tale) del capitale umano. E questo è, a giudizio di chi scrive, un dato positivo. Naturalmente partendo dal presupposto che chi esce dall’azienda possa contare su uno straccio di rete di welfare. E quello straccio pare esservi. Più o meno.

Ed ora veniamo a dubbi e criticità. La nuova normativa perpetua e per molti aspetti accentua il dualismo del mercato italiano del lavoro, malgrado alcune interpretazioni fantasiose affermino il contrario. Sarà inibita o fortemente limitata la mobilità interaziendale? Forse si, forse no: in quest’ultimo caso magari attraverso monetizzazione dell’opzione reale di protezione del posto di lavoro da parte dei lavoratori con maggior potere contrattuale. Altra domanda: ha senso aver introdotto questo nuovo tempo indeterminato ed al contempo tenere in vita i contratti a tempo determinato? Forse si, perché in azienda possono esistere mansioni rigorosamente a termine (anche se certamente non per 36 mesi) ma è verosimile attendersi, a regime, una significativa riduzione del totale dei contratti a tempo determinato. Diversamente, qualcosa non avrà funzionato. E ancora: quanti saranno i lavoratori con il “vecchio” e protettivo contratto a tempo indeterminato che saranno trasportati (o meglio, deportati) nel nuovo regime, con forzature varie da parte delle imprese?

Questa constatazione ci porta ad analizzare le agevolazioni in termini di tagli dei contributi, a favore di chi assumerà col nuovo contratto a tutele crescenti nel 2015. Quali e quante distorsioni verranno prodotte dalla presenza di una finestra temporale ristretta (il 2015) per godere dei tagli triennali ai contributi di neoassunti che saranno comunque agevolmente licenziabili? E da parte delle imprese ci saranno arbitraggi (più propriamente, “caroselli”) di manodopera, soprattutto quella meno qualificata, nell’ipotesi in cui il costo di risoluzione del rapporto di lavoro risulterà inferiore ai sussidi di assunzione?

Quante domande! Servono a farvi capire che da queste parti si coltiva il dubbio e non si ha la palla di vetro. E veniamo alle supposte virtù taumaturgiche del nuovo regime. E’ vero che, con queste norme, “gli imprenditori non hanno più alibi”, e quindi devono assumere? No, non è vero, allo stesso modo in cui credere che queste norme faranno aumentare l’occupazione in presenza di una congiuntura mortifera come l’attuale vuol dire fare propaganda o non aver capito nulla. Potranno certamente esservi, come sopra accennato, arbitraggi di manodopera e di tipologie contrattuali, nel tentativo di abbattere il costo del lavoro, ma questo non vuol dire che l’occupazione crescerà, ceteris paribus.

E sapete una cosa? Questo, come vi abbiamo detto più volte in questi mesi, è solo l’inizio. Se la disoccupazione dovesse aumentare (anzi no, diciamola meglio: se l’occupazione dovesse calare, o non crescere), cominceremo a sentire che “bisogna correre” e che “il Jobs Act è un buon inizio, ma da solo non basta”. E che quindi serve ad esempio la decentralizzazione della contrattazione collettiva in azienda, cioè la fine del contratto collettivo nazionale di lavoro. E’ verosimile che il primo settore a tagliare il traguardo, e quindi a porsi come battistrada per l’intero sistema nazionale delle relazioni industriali, sarà quello del credito, dove di fatto l’ABI punta alla decentralizzazione contrattuale spinta. Ma questo lo vedremo nel 2015.

Per ora basti questo esperimento del pensiero: che accadrebbe se l’intera popolazione italiana di lavoratori dipendenti fosse istantaneamente assoggettata alle nuove norme, qui ed ora? Una cosa molto semplice: che, poiché queste norme hanno come caratteristica quella di ridurre considerevolmente l’attrito alla mobilità in uscita, vedremmo con alta probabilità un’impennata di espulsioni di forza lavoro dalle imprese, ed un forte aumento di disoccupazione. Avremmo cioè un movimento “a doccia fredda”, cioè un gradino o gradone, rispetto all’ascesa graduale della disoccupazione. Movimento prodromico alla fine della contrattazione collettiva nazionale. Per questo motivo, nei prossimi mesi, la partita si giocherà sulla “tracimazione” del nuovo regime rispetto ai lavoratori occupati col vecchio, con le buone o con le cattive.

Solo un paio di note a piè di lista: è verosimile che la nuova normativa porti a deflazionare il contenzioso lavoristico: sia per l’incentivo alla conciliazione, visto che il lavoratore si porta a casa un importo esentasse da un minimo di due ad un massimo di diciotto mensilità e chiude la partita, sia per l’inversione dell’onere della prova di insussistenza del fatto, ora posta a carico del lavoratore che chieda la riqualificazione del licenziamento da economico a disciplinare. Infine: che accadrà ai pubblici dipendenti? Saranno assimilati a quelli del settore privato nella nuova normativa (anche se oggi esiste già un meccanismo di messa in mobilità per eccedenza di personale per la stessa norma che, molti anni addietro, ha sancito l’equiparazione pubblico-privato), e di conseguenza verrà irrimediabilmente rovinato l’hashtag di Marianna Madia, #nessunoperdeilposto? Oppure per loro la materia verrà riordinata con la riforma della PA? Ah, saperlo.

Al momento, quello che sappiamo è che la macchina propagandistica che ruota attorno a Palazzo Chigi e dintorni gira già a pieno regime. Ad esempio, dichiarare (come fa oggi Yoram Gutgeld a Repubblica) che “il cuneo fiscale cala del 70%”, quando si tratta solo della parte relativa ai benefici temporanei (triennali) per i neoassunti del 2015, e ci si attaccano pure gli 80 euro, in una interpretazione un filo soggettiva del concetto di universalità, promette bene circa la possibilità che il sole possa finalmente sorgere ad ovest. Del resto, da uno che dichiara al Financial Times che il governo italiano ha apprestato una “bomba atomica” per rivitalizzare l’economia, non ci aspettavamo nulla di meno. E tenetevi pronti: se tanto ci dà tanto, ogni singolo contratto di lavoro siglato nel 2015 verrà diligentemente imputato all’azione del governo. Noi, nel nostro piccolo, porteremo i numeri e la logica.

Sostieni Phastidio!

Dona per contribuire ai costi di questo sito: lavoriamo per offrirti sempre maggiore qualità di contenuti e tecnologie d'avanguardia per una fruizione ottimale, da desktop e mobile.

Per donare, clicca qui!