Imbullonati al fallimento – 2

Ricordate l’assurda ed oscena vicenda dell’Imu sugli “imbullonati”, cioè sui macchinari ed impianti utilizzati dalle imprese, che vengono fissati all’immobile in cui si trovano ed in conseguenza di ciò possono determinare l’aumento della rendita catastale e la conseguente maggiorazione dell’Imu? In Italia esiste una sorta di maleficio, nel dibattito pubblico: dopo che si è discusso a sfinimento di un tema, meglio se nei talk politici, tra strepiti e non sequitur, dove i sudditi possono rapidamente polarizzarsi intorno alle due tesi in una sorta di wrestling dei falliti, tutto o quasi torna allo stato originario, e sul tema cala il silenzio. La realtà, nel frattempo, scava inesorabile sottotraccia.

Un articolo di Giorgio Costa, apparso ieri sul Sole, segnala quanto sta accadendo all’Imu sugli imbullonati in Emilia Romagna, ma la vicenda riguarda tutta Italia. In pratica, accade che l’Agenzia delle Entrate pesca a strascico sugli adeguamenti ed ammodernamenti degli immobili destinati ad uso produttivo, e poi presenta il conto:

Nel reggiano – dove ha sede parte di quel distretto ceramico che con Modena sviluppa ricavi vicino ai 5 miliardi, dà lavoro a 20mila addetti ed esporta il 75% della produzione – le cose vanno così: se l’azienda rifà, ad esempio, lo spogliatoio, ovviamente il geometra deve presentare il Docfa, i funzionari dell’ex agenzia del Territorio possono fare il sopralluogo e intanto che ci sono danno un’occhiata ai macchinari(presse, forni, atomizzatori) e vedendoli fissi al suolo accatastano

E poi ti sparano addosso la nuova Imu agli steroidi e bulloni, che è quindi una patrimoniale sui mezzi di produzione. Si segnalano casi di maggiorazione da riaccatastamento degli imbullonati di oltre il 900%, come accaduto a due aziende di Ravenna appartenenti al gruppo Eni. Ogni città fa storia a sé, ma il “recupero” di base imponibile e gettito prosegue, silenzioso ed inesorabile. E la Cassazione non pare aiutare, al momento, o meglio aiuta il fisco, avallandone l’interpretazione evolutiva del presupposto d’imposta dal principio della “fissità” fisica di impianti e macchinari a quello della “valorizzazione funzionale” dell’edificio adibito ad attività produttiva:

(…) la Cassazione, a inizio anno, su un caso verificatosi in provincia di Trento, ha dato ragione al fisco (sentenza 3166/2015): la smontabilità della macchina non è requisito indispensabile affinché un impianto sia considerato mobile, hanno spiegato i giudici, dal momento che va anche considerato l’apporto del macchinario in relazione alla valorizzazione dell’immobile.

E comunque le tasse sono diminuite, ricordate. E ricordate anche le promesse dei soliti noti:

«Questa dell’Imu sugli “imbullonati” è una vicenda paradossale che va chiusa. Assicuro che sarà risolta, a prescindere da quanto dovesse costare. Non posso ancora dire se interverremo alla Camera o, più probabilmente, al Senato, ma lo faremo» (Enrico Morando, intervista al Sole, 23 novembre 2014)

Certo, certo. Quello che è altrettanto certo è la pressione, neppure troppo strisciante, verso una crescente imposizione patrimoniale, intervallata di quando in quando da belle promessePerò il problema sono gli italiani che non sanno fare asset allocation dei propri risparmi, non investono nella leggendaria “economia reale”, e pure gli imprenditori “che ora non hanno più alibi”. Perché mi guardi e non investi? Ti ho dato pure le agevolazioni! Poi un presupposto d’imposta lo trovo comunque, non temere. Che bocca grande che hai, Stato.

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