Non concupire l’azienda d’altri (paesi)

“La preoccupazione fondamentale resta l’occupazione”, servono visioni di ampio respiro che mirino a “rilanciare le eccellenze italiane; queste sono concupite da molti occhi stranieri, che a volte ne sono ormai già diventati i padroni”. Lo ha denunciato il card. Bagnasco alla assemblea della Cei (Ansa, 18 maggio 2015)

Quante domande possono scaturire da una affermazione.

Le “eccellenze italiane” cadono in mano ai concupiscenti “padroni” stranieri (gli aridi economisti lo chiamano “investimento diretto estero” verso un paese) a causa di un complotto, magari di tipo valutario? Oppure perché le proprietà di tali aziende vogliono fare il salto di qualità verso altri mercati, in cui magari sono già presenti e non ritengono di avere le forze per farcela da soli? O forse perché tali proprietà non hanno la forza finanziaria per espandersi e non trovano capitale di rischio nazionale, avendo peraltro in alcuni casi strutture finanziarie squilibrate verso il debito?

Il cardinale Bagnasco cosa “denuncia” esattamente, per usare il verbo dell’Ansa? La mancanza di un “sistema paese funzionante”, che permetta alle aziende italiane di restare italiane (come se questo indicasse la funzionalità di un sistema paese), o qualcosa di differente? Il cardinale Bagnasco sa, immaginiamo, che un’azienda basata in Italia paga le tasse in Italia ed occupa manodopera italiana indipendentemente dalla nazionalità della sua proprietà. E quindi, cosa si chiede? Di “fare sistema”, magari nazionalizzando aziende di proprietà italiana per mantenerne almeno invariata l’occupazione? Il cardinale Bagnasco sa che molte aziende italiane acquisiscono imprese all’estero, e che comunque i saldi di investimento diretto estero da e verso l’Italia sono ancora molto bassi, tra i paesi sviluppati? Si sentirebbe di stigmatizzare la concupiscenza delle nostre imprese che ne acquisiscono altre fuori dai patri confini? Essere “eccellenza italiana” è incompatibile con avere una proprietà non italiana?

L’investimento diretto estero è il nuovo “sterco del demonio” oppure opportunità di sviluppo per un paese ed i suoi lavoratori? Forse il cardinale Bagnasco sta facendo il verso ai sovranisti autarchici da dopolavoro che sono convinti che l’investimento diretto estero sia il Male e la radice della schiavitù? O forse cerca di tutelare quella sciagura senza fine chiamata “italianità” e le oligarchie moribonde che ne reggono il vessillo? Il cardinale Bagnasco sa che molte aziende “straniere” acquisiscono imprese italiane che tutto sono fuorché “eccellenti” e che spesso operano in condizioni di assoluta antieconomicità, se non fosse per i sussidi pubblici che ricevono? Se il mondo è fatto di incentivi, inclusi quelli perversi, sarà “colpa” della natura umana approfittarne?

Non sarebbe il caso di sforzarsi in analisi meno manichee e rudimentali, oltre che unidimensionali (l’occupazione come premessa e non esito, sino al punto da divenire variabile indipendente dallo sviluppo)? Riusciremo un giorno ad avere più razionalità e meno buoni sentimenti e porre quindi le basi per far crescere questo paese liberi da ipse dixit ed arretratezze culturali? Ah, saperlo.

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