La “privatizzazione” che imbarca acqua

Mentre eravamo impegnati a festeggiare la quotazione di Poste italiane ed il radioso futuro delle “privatizzazioni” all’italiana, non ci siamo accorti che in borsa stava consumandosi un piccolo dramma, relativo alla prima “dismissione” della fulgida Era Renziana. Il destino cinico e baro o forse qualcosa d’altro, per somma “sfortuna” dei piccoli azionisti.

Parliamo di Fincantieri, che ha presentato una trimestrale molto negativa, che manda i primi nove mesi dell’anno in pesante rosso, con una posizione finanziaria netta che letteralmente cola a picco nel terzo trimestre, con un rosso di 506 milioni a fronte di un surplus di cassa di 44 milioni a fine 2014. Le quotazioni del titolo Finmeccanica, a venerdì 13 novembre, erano calate di oltre il 35% negli ultimi 12 mesi, ma soprattutto di circa il 40% in pochi giorni. Numerosi analisti stanno drasticamente tagliando il prezzo-obiettivo, che è ormai dimezzato. Come spesso accade nel magico mondo della borsa, si taglia ferocemente il prezzo-obiettivo e si emette una raccomandazione di “tenere” e non di vendere, perché sai com’è.

Alla base del vistoso calo delle quotazioni ci sono i ricorrenti timori che la società necessiti di un corposo aumento di capitale. Sarebbe il terzo dal 2010, incluso il collocamento azionario. Ma cosa è accaduto ai conti di Fincantieri? In apparenza, soprattutto una cosa: il segmento di business dell’offshore, che rappresenta circa un terzo dei ricavi del gruppo cantieristico italiano, soffre in modo atroce per il crollo delle quotazioni del greggio: il gruppo italiano di cantieristica è colpito duramente dai guai della controllata Vard (acquisita nel gennaio 2013), attiva soprattutto in Brasile, paese che alla crisi partecipa assai attivamente, diciamo così. Nel frattempo, Fincantieri ha perso un direttore generale (le voci dicono in dissenso con l’amministratore delegato sulla strategia) dopo una manciata di mesi.

Ma facciamo un piccolo passo indietro: ricordate che accadde al momento del collocamento in borsa di Fincantieri, la prima “privatizzazione” del governo Renzi? Era luglio 2014, la società aveva appena comunicato che non avrebbe pagato dividendi per un triennio. E che accadde, quindi? Accadde che gli investitori istituzionali decisero di sfilarsi. E fu a quel punto che si decise una doppia mossa, per tenere la barca in linea di galleggiamento: in primo luogo la controllante di Fincantieri, Cassa Depositi e Prestiti, decise di non procedere alla cessione delle proprie azioni. Si trattava infatti di una offerta pubblica di sottoscrizione e vendita, in cui cioè la controllante cede proprie azioni al mercato e contemporaneamente il mercato stesso sottoscrive un aumento di capitale, cioè apporta mezzi freschi.

In secondo luogo, l’offerta rimpicciolita venne spostata quasi interamente sul retail, cioè sui piccoli risparmiatori, e andate con dio o chi per esso. Qualcuno spiegò la manovra con il periodo denso di aumenti di capitale, altri con la “complessità” dell’operazione, poco compresa dal mercato (ma evidentemente non dai piccoli risparmiatori, il leggendario parco buoi: loro come noto sono sempre molto analitici), e le azioni vennero collocate nella parte bassa della forchetta di prezzo. E vissero tutti felici e contenti, almeno per qualche settimana. Pensate che ci fu pure qualcuno che riuscì ad indicare quell’operazione come modello di capitalismo delle famiglie, mentre l’azionista di controllo di Fincantieri sentenziò, per voce del proprio a.d. pro tempore, che si era tenuto le azioni perché credeva nelle prospettive della società. Resta il fatto che il prospetto di collocamento indicava alcune criticità e problematicità, pare. E non necessariamente solo quelle routinarie, caratteristiche del settore di attività.

Ora, si potrebbe serenamente obiettare che l’investimento azionario è per definizione rischioso, e che quindi i risparmiatori “dovevano essere pronti”, o almeno avere presente che qualcosa può andare storto. Come direbbe chi si intende di borsa, shit happens. E però. Però occorre anche essere consapevoli che poco più di un anno addietro il prezzo del greggio era già crollato, e che Fincantieri aveva un evidente rischio dal fatto di realizzare un terzo del suo business nel settore offshore. Quanto alla decisione di non pagare dividendi per un triennio, siamo e restiamo finanziariamente laici: se pagare dividendo vuol dire indebitarsi o stressare la posizione finanziaria netta di una società che appare in crescita, e che quindi necessita di tutte le risorse possibili per sostenere i propri investimenti, il mercato può e deve comprendere se si decide di non pagare. Se invece dietro quella decisione “c’è altro”, forse ora si comprendono alcune altre cose su quella retromarcia degli investitori istituzionali, a luglio 2014. Anche perché c’è un drammatico e repentino deterioramento della posizione finanziaria netta che non è semplicissimo spiegare, pur considerando il peculiare profilo di cassa delle imprese operanti nella cantieristica.

Fincantieri ha un importante portafoglio di commesse, addirittura ai massimi storici, ma gli analisti si interrogano sulla redditività di tali commesse, anche nell’attività di costruzione di navi da crociera. Come che sia, si è trattato di una “privatizzazione” nata male e che sta procedendo peggio. Se una simile operazione fosse stata realizzata da un gruppo privato, ora saremmo qui a scagliare dardi fiammeggianti contro il “capitalismo predatore” e il liberismo che ci ha dannati. Invece, a parte alcune voci nel deserto (spicca quella di Giorgio Meletti, sul Fatto), resta un silenzio di tomba su quello che appare a tutti gli effetti come un infortunio del governo Renzi. E neppure lieve. Perché su quella “privatizzazione” pesa e continuerà a pesare come un macigno l’allocazione tra istituzionali e piccoli risparmiatori.