Usate la testa, contate le teste

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

i posti di lavoro sono davvero cresciuti di circa 415 mila unità? I dati dell’Osservatorio del precariato pubblicati ieri dall’Inps hanno fatto urlare al trionfo del Jobs Act, ma sono piuttosto fuorvianti. Lo è, in particolare, la tabella 3 “Variazione netta dei rapporti di lavoro in essere nei mesi di gennaio – ottobre degli anni 2013, 2014 e 2015” da cui si ricava un dato di più 507.691 rapporti di lavoro, che, tenendo conto delle variazioni assolute delle voci considerate, giunte all’esito di un + 415.557 contratti di lavoro.

Se così fosse, non ci sarebbe che da prenderne atto con estrema soddisfazione. Ma la tabella appare mischiare fra loro elementi piuttosto disomogenei, sì da giungere ad un risultato eclatante, quanto propagandistico. Infatti, l’Inps somma i “nuovi rapporti di lavoro” a tempo indeterminato (1.437.547), con le “trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti a termine” (335.736), con gli “apprendisti trasformati a tempo indeterminato” (70.955), sottraendo a questa somma (1.844.238) le cessazioni (1.336.547).

Tuttavia, il computo dell’Inps riguarda non esattamente i rapporti di lavoro creati, ma quelli “comunicati”, risultanti cioè dai dati trasmessi dalle aziende che inviano all’Inps la comunicazione sull’avvio di contratti di lavoro. E questi dati non implicano necessariamente che al numero di contratti attivati corrisponda un simmetrico numero di persone che entrino nel mercato del lavoro.

A ben vedere, infatti, le 335.736 trasformazioni di lavori a termine in rapporti di lavoro a tempo indeterminato non sono affatto nuovi posti di lavoro. Essendo, appunto, “trasformazioni”, lo stesso lavoratore passa da un contratto a termine ad uno a tempo indeterminato. Identica considerazione vale per le 70.955 trasformazioni di rapporti di apprendistato, che, per altro, sono comunque da considerare di per sé come rapporti di lavoro a tempo indeterminato (così li definisce la legge: articolo 41 del d.lgs 81/2015).

Allora, per avvicinarsi di più ad un conteggio delle “teste” che, secondo i dati Inps, sono entrate nel mercato del lavoro, occorre scartare le trasformazioni e concentrarsi sui saldi dei dati omogenei. Il saldo dei nuovi contratti a tempo indeterminato dà: +1.437.547 –1.336.547 e cioè un attivo di 101.000; il saldo dei contratti a tempo determinato dà un + 2.826.490 –2.352.725, con un più 473.765. Dunque, in apparenza, sommando i due saldi vi sono circa 574.000 posti di lavoro in più.

In realtà, ai fini della valutazione sulla crescita occupazionale, l’unico dato concreto è il saldo di +101.000 contratti di lavoro a tempo indeterminato, perché a questi verosimilmente corrispondono altrettante “teste”. Il dato, invece, dei contratti a termine non appare significativo, perché ciascun “testa” può essere titolare di ben più di un contratto a termine. Inoltre, il saldo tra contratti a termine attivati e cessati del periodo gennaio-ottobre 2015 è assolutamente simile a quello delle stesse mensilità degli anni 2013 e 2014.
Dunque, razionalizzando i dati proposti dall’Inps, si nota che la crescita occupazionale evidenziabile, cioè un vero passaggio da uno status di disoccupazione ad uno di occupazione, è di 101.000 unità. Data la spinta data al tempo indeterminato dai forti incentivi previsti dalla legge di stabilità del 2015, un risultato sicuramente inferiore alle aspettative.

____________________________________

Luigi Oliveri, laureato in giurisprudenza, dirigente amministrativo della Provincia di Verona, collaboratore di Italia Oggi, La Voce.info, varie altre riviste giuridiche ed autore di volumi in materia di diritto amministrativo.