Tutti editorialisti, con le tasse degli altri

Oggi sul Sole il professor Marco Fortis torna sul tema della presunta sovracollateralizzazione dei prestiti delle banche italiane, cioè della presenza di garanzie reali e personali che grandemente eccederebbero il valore del credito in sofferenza delle banche. Premesso che il pezzo è praticamente identico a quello commentato qui (ma Fortis viene compensato a editoriale o a forfait?), nel dibattito pubblico italiano in questo momento ci sono una leggenda metropolitana ed un enorme equivoco sull’Europa e le sue norme rispetto alle banche.

La leggenda metropolitana, pompata ossessivamente da Renzi, è che in questo momento in Europa, e soprattutto per l’Italia, ci sarebbe “austerità”. Uhm, no. Per misurare la cosa chiamata “austerità” secondo un paio di metriche oggettive, dobbiamo verificare l’andamento del rapporto deficit-Pil “strutturale”, cioè corretto per il ciclo economico. Si ha “austerità” quando il rapporto deficit-Pil, corretto per il ciclo economico, flette. E viceversa. Ora, l’Italia per il 2016 ha presentato una legge di Stabilità che aumenta di mezzo punto percentuale tale rapporto. Quindi la posizione fiscale italiana, nel 2016, è chiaramente espansiva. A poco e nulla serve affermare che la Commissione Ue “sbaglia candeggio”, utilizzando un modello economico che ci assegna un Pil potenziale “troppo basso”. Se anche così fosse, poiché il denominatore resta lo stesso nel 2015 e nel 2016, è oggettivo ed ovvio che l’Italia quest’anno aumenta il proprio deficit strutturale.

Altro criterio, meno rigoroso, per valutare la presenza di “austerità” è la variazione dell’avanzo primario, sempre in percentuale del Pil. Cioè di quanto le entrate eccedono le spese, escludendo quelle per pagare gli interessi sul debito pubblico. Ebbene, secondo le stime della Commissione Ue contenute nel Winter Forecast, quest’anno l’avanzo primario italiano si ridurrà di tre quarti di punto percentuale, in rapporto al Pil. Quindi, anche secondo questa metrica, niente austerità quanto piuttosto il suo opposto. Forse converrebbe fare una riflessione nazionale collettiva su questo dato, oltre che sul fatto che l’Italia esige una politica fiscale espansiva in un anno di ripresa economica. Capita, quando si devono occultare dei buchi di bilancio fatti per ottenere consenso come ai bei vecchi tempi del Pentapartito e della Balena Bianca.

Veniamo a Fortis e non solo a lui, quanto alla tendenza italiana a puntare il dito contro i tedeschi che godrebbero di smodati favoritismi comunitari. Scrive oggi Fortis, sdegnato dalle proposte dei “cinque saggi” tedeschi sull’Unione bancaria europea e sull’assicurazione europea dei depositi:

«Sicché, specie in questi tempi assai curiosi in cui in altri Paesi va di moda costituire “comitati di saggi” che, tutelando in primis neanche tanto velatamente i propri interessi nazionali, si ergono a suggeritori di proposte nell’interesse europeo (come quella di attribuire un livello di rischio o di mettere un tetto al quantitativo di titoli di debito pubblico detenuti dalle banche), c’è da chiedersi se non varrebbe la pena che anche l’Italia costituisca uno o più propri “comitati di saggi”. In campo bancario, ad esempio, l’Italia potrebbe innanzitutto suggerire all’Europa che venga elevata la dotazione di capitale delle grandi banche sistemiche. Inoltre che la vigilanza unica sia estesa anche alle banche regionali e medie. Infine, che le autorità di vigilanza pretendano di avere dati certi sull’ammontare dei derivati nei bilanci bancari»

Da dove iniziare? Intanto, le proposte dei “saggi” tedeschi sono riferite a qualcosa che riguarda un fondamentale aspetto di mutualità europea: l’assicurazione sui depositi bancari. Quindi non pare eccessivamente stravagante che qualcuno arrivi a valutare gli assetti istituzionali altrui. Invocare l'”ingerenza” dello Straniero, qui, pare piuttosto bizzarro e fuori obiettivo. Ma prendiamo pure per buona la provocazione “simmetrica” di Fortis, che forse si candida a guidare tale organismo tecnico-patriottico. Esistono più organizzazioni, non solo europee ma mondiali, come il Comitato di Basilea ed il Financial Stability Board, che si incaricano di prescrivere cuscinetti di capitale aggiuntivo per le grandi banche globali sistemiche, cioè quelle il cui dissesto porterebbe all’inferno il mondo o ampie porzioni di esso. Deutsche Bank è tra quelle e sta operando per rafforzare i propri cuscinetti di capitale, con o senza i suggerimenti del “saggio” Fortis o del governo di Berlino. Ah, a proposito: anche Unicredit è nella lista delle “grandi banche sistemiche”.

Sui “derivati” nei bilanci bancari (brrr), antico babau dei nostri editorialisti-patrioti, discorso praticamente identico. In Italia, pensate, abbiamo avuto la terza banca del paese che è diventata radioattiva proprio per aver occultato ad azionisti e governo alcuni derivati, la cui funzione peraltro era quella di coprire perdite che nel frattempo stavano accumulandosi sotto il tappeto. Chissà se Fortis ricorda questo “aneddoto”, e se all’epoca scriveva dotte articolesse sulla robustezza e trasparenza del sistema bancario italiano. Ah, saperlo.

Veniamo però al punto centrale del discorso: la mutualità in Europa e i “favoritismi” di cui godrebbe la Germania. Ne avevamo già scritto ma evidentemente serve usare argomenti più piani. Se un paese ha la capacità fiscale per mettere pezze e toppe a proprie aziende, e se ciò non costituisce distorsione della competizione sul mercato unico europeo, quel paese è liberissimo di farlo. L’Italia vuol salvare le proprie banche con soldi pubblici, anziché puntare ossessivamente il ditino sui 144 miliardi spesi dalla Germania per puntellare il proprio sistema bancario nazionale, il 40% del quale è pubblico? Ebbene, lo faccia, che problema c’è? Come dite? Che l’Italia non può farlo perché non ha capacità fiscale? Capisco, ma in quel caso di chi è la colpa, dei tedeschi?

È possibile continuare con questo piagnisteo quando, comunque non avremmo i soldi pubblici per fare quello che hanno fatto Germania, Regno Unito, Olanda ed altri? Che poi, a proposito di Olanda: ricordiamo che quel paese fu il primo, sotto la regia di Jeroen Dijsselbloem, ad introdurre un bail-in sugli obbligazionisti subordinati per ridurre il costo della nazionalizzazione della dissestata SNS Reaal. Ricordate? Era un astuto complotto tedesco, di cui notoriamente gli olandesi sono i maggiordomi.

Più chiaro così, caro professor Fortis e tutti quelli che, come lei, non riescono a mettere a fuoco che il problema è pretendere di disporre delle tasse degli altri (paesi), e non le proprie? Poi, si può sempre continuare nel ruolo dei piccoli italiani vittimizzati dalle invidiose potenze straniere. Ma servirebbe preliminarmente essere consapevoli che qui la prima vittima è la logica.

P.S. Riguardo alla affermazione di Fortis secondo cui “in questi tempi assai curiosi” andrebbe “di moda” costituire comitati di saggi, è utile segnalare ai lettori che quello tedesco è stato creato nel 1963. Un bel tacer non fu mai scritto. Soprattutto negli editoriali di Fortis.