Vicenza, multipla sofferenza

Oggi sul Sole, Fabio Pavesi segnala due numeretti che sono alla base della via dolorosa imboccata dalla Banca Popolare di Vicenza, verso il risanamento e rilancio. Per la precisione, uno dei numeretti è alla base della successiva vaporizzazione del capitale dei vecchi azionisti, e l’altro è una scommessa sul futuro. O più propriamente un’ipoteca. Molto pesante.

Negli ultimi 12 mesi, la capitalizzazione della banca vicentina si è di fatto azzerata, passando dagli ormai famosi 62,5 euro ad azione degli ultimi fuochi della precedente gestione ai 10 centesimi di euro che Atlante pagherà per rilevare la banca. È di ieri la notizia che la garanzia sull’inoptato prestata dal nuovo titanico veicolo varrà anche in ipotesi di mancato collocamento in borsa, cioè nel caso in cui Atlante finisca con l’essere l’unico più o meno orgoglioso sottoscrittore di azioni della Vicenza. Una sorta di private equity, diciamo (questa potrebbe essere ironica, al vostro giudizio). La gestione precedente collocava azioni a multipli elevatissimi, contando sull’assenza di una quotazione ufficiale. Gli aumenti di capitale del 2013-14 sono avvenuti a prezzi d’affezione, destinata a tramutarsi in afflizione, nel vero e proprio schema di Ponzi fatto di erogazione di crediti condizionate alla sottoscrizione di nuove azioni, che alla fine ha dannato banca ed azionisti.

Scrive Pavesi:

«Gli ispettori di Bce e Bankitalia impongono rettifiche sui crediti malati che superano i 2,2 miliardi di euro negli ultimi due bilanci. La Popolare, i cui vertici autodeterminavano da tempo immemore il valore della banca (sempre crescente nel tempo), si scopre malata in profondità. Le sole perdite nette, passano da 32 milioni del 2013 a 758 milioni nel 2014 e raddoppiano a fine 2015 a 1,4 miliardi. La banca vede sparire d’incanto tutti i sacrifici dei soci chiamati (e sempre rassicurati dal duo di comando Zonin-Sorato) a sottoscrivere gli aumenti di capitale del 2013-2014. Soci che passano da 56 mila a 120 mila dal 2008 al 2014 e che finiscono per comprare le azioni della banca a quei prezzi drogati oltre i 60 euro che non rivedranno mai più»

«Ma il gioco di prestigio è un gioco nefasto di simbiosi nociva tra la banca e il suo territorio. Vicenza è tra le banche che aumenta gli impieghi negli anni in cui le altre banche stringono i cordoni. C’è un perché. Più presti ai soci, grazie alla pratica dello scambio credito-azioni, più ti capitalizzi. E soprattutto Zonin lo faceva vendendo le azioni della sua banca a prezzi spropositati. Solo un anno fa a 62,5 euro la banca si valorizzava almeno 1,7 volte il suo patrimonio, quando neanche Intesa, la più solida banca italiana, riusciva a farsi prezzare almeno una volta il suo capitale. Un grande abbaglio, ora una grande drammatica beffa con quei 6 miliardi svaniti nel nulla»

Un po’ come i fondi di Bernie Madoff, quelli ove il valore della quota poteva solo salire, in modo contenuto per non dare nell’occhio ma inesorabilmente. E quel maxi multiplo, valore delle azioni a 1,7 volte il patrimonio, che suggeriva che la banca fosse una sorta di tigre asiatica, spinta dal suo leggendario territorio, isola felice in un paese in ambasce. La fine è nota.

Da un numeretto all’altro, da un multiplo all’altro, ma sempre problematico. Il prospetto dell’aumento di capitale della Vicenza indica che, al prezzo di 0,10 euro per azione, la banca capitalizzerebbe 0,377 volte il patrimonio netto tangibile. Come scrive Pavesi, tale multiplo sarebbe

«(…) comunque superiore a quello di istituti come Banco Popolare (0,35 volte), Credito Valtellinese (0,36), Mps (0,19) e Carige (0,24) e appena inferiore a quello di Ubi Banca (0,39)»

Non è un prezzo di collocamento a clamoroso premio rispetto alla media del sistema ma i multipli bisogna meritarseli, e quando si riparte dopo una carneficina come quella della Vicenza, di solito si offre un generoso sconto sui prezzi di collocamento rispetto alla concorrenza. Anche perché già si leggono report di banche d’investimento che mettono pesantemente in dubbio il piano industriale 2015-2020 della banca, che potrebbe rivelarsi troppo ottimistico sulle prospettive di redditività. Su tutto, resta il problema delle sofferenze, tanto per essere monotoni. E qui la partenza resta a pesante handicap:

«A fine 2015 infatti la banca di Vicenza vanta crediti deteriorati lordi per quasi 9 miliardi, il 31% del portafoglio impieghi. Ha già svalutato ampiamente per 3,6 miliardi e i crediti malati netti sono oggi 5,3 miliardi. Non certo pochi dato che valgono il 21% dei prestiti complessivi della banca»

Il rapporto sofferenze nette su impieghi è quindi al 21%. Inequivocabilmente elevato. Giova qui ricordare che la vigilanza unica della Bce ha imposto al Banco Popolare un aumento di capitale che porterà tale rapporto al 12%. Se questo dovesse diventare una sorta di benchmark implicito per il mercato, la Vicenza sarebbe ovviamente a forte handicap, anche se non fosse quotata ed avesse un unico padrone, Atlante. Il quale rischia grosso, nel medio termine, con simili partecipazioni. Ah già, dimenticavamo: Atlante si comprerà anche la parte junior delle sofferenze. E vissero tutti felici e contenti.

L’Italia resta un paese esistenzialmente in emergenza, da tempo immemore e su multiple dimensioni. Sin quando questo “stile di vita” potrà reggere, resta da verificare.

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