Cassa, basta la parola

Ieri, sul Corriere, un editoriale di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi ribadiva la “ricetta” dei due prestigiosi accademici per trattare alcune eclatanti situazioni di dissesto bancario. Ricetta, che manco a dirlo, prevede l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti. Perché in Italia abbiamo questo di bello: ripetiamo lo stesso ritornello ossessivamente, soprattutto se si tratta di palese sciocchezza edificata sopra un tempio di non sequitur.

Quale è l’argomento di A&G? Che Atlante non va bene (e siamo d’accordo), ma la soluzione proposta fa trasecolare:

«Come sosteniamo da tempo, delle banche fallite, o a rischio di fallimento, deve occuparsi, temporaneamente, lo Stato, attraverso la Cassa depositi e prestiti, uno strumento che non viola le regole europee. Invece la soluzione che il governo sta considerando affida alla Cassa un ruolo solo marginale. Saremmo dovuti intervenire anni fa quando il resto dell’Europa affrontava il problema — e già lo fece in ritardo rispetto alla rapidità con cui intervennero gli Stati Uniti, il che spiega perché essi uscirono più velocemente di noi dalla recessione. I fondi che Washington investì per salvare alcune istituzioni finanziarie sono stati tutti restituiti, senza perdite per il contribuente americano. Se fossimo intervenuti anche noi con altrettanta rapidità e determinazione non ci troveremmo ora a dover risalire la china arrancando»

Ora, il tema dell’economia americana salvata dal TARP (e non, invece, dalla fortissima e pressoché immediata reazione della Fed e dallo stimolo fiscale, pur assai ridotto, di Obama) è una delle tante ossessioni di A&G, assieme alla fiaba dell’austerità espansiva. Se siete interessati, è tutto qui. Basti ricordare che l’intervento pubblico nelle banche scompensate, negli Usa, è avvenuto con azioni privilegiate, che quindi hanno lasciato al loro posto i vertici delle banche medesime. Per dire. Quanto, invece, alla bizzarra richiesta di intervento della CDP, è di oggi la replica, nella rubrica delle lettere al giornale, di Mister X (di cui vi sveleremo l’identità solo al termine del post). Ed è una replica che letteralmente sbriciola le argomentazioni di A&G, esponendone la scarsa dimestichezza con il quadro normativo italiano ed europeo, oltre che con la realtà.

Scrive dunque oggi Mister X:

«[…] ci sono tre quesiti ai quali i due editorialisti potrebbero rispondere per rafforzare la loro idea. Eccoli. In primo luogo, ci si chiede come la Cdp, una volta divenuta holding bancaria, possa evitare di essere sottoposta alla vigilanza consolidata della Banca d’Italia con i conseguenti effetti sui requisiti patrimoniali. Già nel febbraio 2015, nel corso di un’audizione alla Camera, il direttore generale della banca centrale, Salvatore Rossi, aveva avvertito che tale sarebbe stato l’esito nel caso la Cdp avesse attribuito alla Sace anche attività bancarie, in particolare la possibilità di raccogliere risparmio. Figuriamoci se, invece della piccola e ottima Sace, la Cdp si ritrovasse in pancia il gran Monte con i suoi pericoli di frana.

Secondo quesito: come evitare il rischio, paventato dall’ex presidente della Cdp, Franco Bassanini, che i nuovi requisiti patrimoniali riducano drasticamente lo spazio per le attività della Cdp a sostegno dell’economia reale italiana. Certo, in teoria, la Cdp potrebbe vendere le sue partecipazioni, a cominciare dall’Eni, e sostituirle con quelle bancarie. Non è sicuro l’effetto di una tale manovra sugli equilibri patrimoniali per l’oggi, date le quotazioni correnti. E da discutere l’assunzione del rischio bancario in regime di «bail in» da parte di una Cdp che si finanzia con una risorsa privata come il risparmio postale rimborsabile a vista. Non manca, inoltre, un’incertezza di fondo per il domani ove i titoli di Stato, che Cdp e il Monte hanno copiosi in portafoglio, non fossero più considerati «risk free» come si va chiedendo in Germania.

E sotto questo profilo si pone il terzo quesito: come rispettare gli accordi europei sulla qualità degli investimenti della Cdp che concorre a giustificare la sua estrapolazione dal perimetro della pubblica amministrazione?»

Serve aggiungere altro? No, vero? Forse una cosa sola: un pressante invito ad Alesina e Giavazzi a smettere di picconare la propria credibilità con simili levate d’ingegno, ormai assai poco distinguibili dai commenti che si possono orecchiare nei bar e sui mezzi pubblici.

Ah, Mister X è il presidente della Commissione Industria del Senato, Massimo Mucchetti. Perché ve lo diciamo solo ora? Per evitare che alcuni tra voi si focalizzino sul dito anziché sulla luna, ed applichino le proprie tassonomie “a prescindere” dai contenuti. Perché una cosa dovrebbe esservi chiara: se Mucchetti o chiunque altro che non vi vada a genio vi dicesse che oggi è il 21 aprile, dovreste sforzarvi di concordare con lui, e riporre sciarpe e bandierine di Pavlov. Almeno per qualche minuto.