Fallimenti, assai poco (di) mercato

Delle Considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, oltre alla difesa dell’azione dell’istituto come regolatore spesso disarmato a fronte di condotte improprie o talvolta penalmente rilevanti da parte di banchieri-faccendieri, colpisce soprattutto una. La reiterazione di un misterioso “fallimento di mercato” che (ormai è palese, nel nostro discorso pubblico) tende a colpire con insolita crudeltà e virulenza il nostro paese e le sue strutture economiche.

Sostiene Visco:

«Nel caso del sistema bancario si è pressoché annullata la possibilità di utilizzare risorse pubbliche, nazionali o comuni, come strumento di prevenzione e gestione delle crisi. L’esperienza internazionale mostra che, a fronte di un fallimento del mercato, un intervento pubblico tempestivo può evitare una distruzione di ricchezza, senza necessariamente generare perdite per lo Stato, anzi spesso producendo guadagni. Andrebbero recuperati più ampi margini per interventi di questo tipo, per quanto di natura eccezionale»

Se, come pensiamo, il riferimento è all’utilizzo del Fondo Interbancario di tutela dei depositi per rilevare le banche in dissesto, ci sfugge (ma sarà certamente nostro limite) di quale “fallimento di mercato” si parli. Fallimento del mercato vuol dire mobilitare le risorse sane rimaste nel settore creditizio per rilevare le macerie, spesso radioattive, di altre banche sgovernate o colpite dal destino cinico, baro e tedesco? Oppure banche collassate per condotte criminali dei loro vertici? Siamo sicuri che si tratti di “fallimento del mercato”? A parte l’uso improprio del Fitd, che nella vita doveva e dovrebbe proteggere i depositi (e non le obbligazioni, né senior né subordinate), e posto che la Ue ha già detto che la mobilitazione di risorse “private” per finalità pubbliche (la stabilità finanziaria) è aiuto pubblico, il problema pare essere stato risolto con una piccola ipocrisia: la creazione di “consorzi di volenterosi” che, senza alcuna egida pubblica, fingono che rilevare determinate banche in dissesto serva anche al “particulare” e non solo al “pubblico bene” (che non è “bene pubblico”, mi raccomando), e vissero tutti felici e contenti.

Certo, resta da chiedersi se, a colpi di salvataggi, non si finisca per infettare ed indebolire anche le parti sane del sistema, che alla fine rischierebbe di collassare. Ma per Visco serve evitare il babau del bail-in, prima di ogni altra cosa. Il che ha un suo senso, vista la reazione panicata del pubblico alle tristi vicende delle quattro banche risolte a novembre. Ma in quel caso dovremmo chiederci chi anni addietro ha permesso di collocare presso il pubblico indistinto delle obbligazioni il cui prospetto reca chiaramente il profilo di rischio, con o senza simulazioni statistiche di perdita. Certo, si può ritenere che quel rischio fosse vissuto dal sistema e dagli addetti ai lavori come pura finzione, ché tanto alla fine arriva la cavalleria e vissero tutti salvati e contenti. Ma è difficile parlare di “fallimento di mercato” dopo aver collocato quantità industriali di obbligazioni subordinate per consentire ai gruppi di controllo delle banche di evitare di mettere mano al portafoglio e sostenere aumenti di capitale. Questo è un “fallimento del mercato”, dottor Visco? O piuttosto è il tentativo di impedire al mercato di fare il proprio mestiere e spazzare via incapaci e squattrinati?

Identico discorso per lo smaltimento delle sofferenze, che secondo Visco è un problema serio ma da non drammatizzare. Ora abbiamo Atlante, che è paziente e punta a rendimenti del 6%, che di per sé nulla significa, visto che non viene quantificato il rischio sottostante a quel rendimento e di conseguenza gufi e disfattisti possono pensare che il rischio medesimo non sia sufficientemente remunerato, ed in quel caso ricadremmo nella fattispecie del sistema che si autointossica, magari dopo aver attratto nella trappola molte casse di previdenza professionali, che notoriamente hanno grande esperienza col concetto di rischio-rendimento, ad esempio quando i loro vertici compravendono immobili nell’arco di un pomeriggio con laute plusvalenze, che per destino cinico, baro e tedesco a volte non finiscono a beneficiare gli iscritti all’Ordine coinvolto. Speriamo di sbagliarci, e di molto. Per il momento, prendiamo atto che il governo ha agito per accelerare i tempi di escussione delle garanzie e, per questa via, innalzare il valore delle sofferenze, ceteris paribus. Se sono rose, fioriranno. Ma abbiamo il sospetto che, al netto di questo intervento, il valore di recupero delle sofferenze non sia destinato a crescere moltissimo, vista la natura delle garanzie sottostanti.

Lo sappiamo, il mondo è cambiato e l’Italia si è trovata in una notte dalla parte sbagliata della staccionata. Pare che questa stia diventando la specialità nazionale di questo paese, un po’ il Monsieur Malaussène del mondo, o almeno dell’Europa. Ma non è nascondendosi dietro responsabilità esterne o invocando il concetto molto pop di fallimento del mercato (contando sul fatto che l’opinione pubblica lo interpreterà alla lettera, e non nella sua accezione economica) che si riuscirà mai a ricostruire alcunché. Si deve partire con una bella assunzione di responsabilità collettiva. Senza la quale il nostro destino è segnato. Perché un bel capro espiatorio lo si trova sempre, nella vita. Ma questo non innalza il rendimento di un sistema sociale, di solito.

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