Come far crescere il numero di lettori di libri? Non con sussidi alle piccole librerie

di Vitalba Azzollini

“Uno dei maggiori guai dell’umanità non consiste nell’imperfezione dei mezzi, ma nella confusione dei fini”. Einstein non poteva immaginare che la sua frase si sarebbe attagliata perfettamente a uno dei “guai” della legislazione italiana. Il tax credit alle piccole librerie (20.000 euro, limitato a 10.000 euro per le librerie così dette “non indipendenti”), inserito nell’usuale caravanserraglio della legge di bilancio, ne rappresenta un tipico esempio.

Infatti, questo credito di imposta – ennesima tax expenditure in una manovra che ne profonde a piene mani – è lo strumento inadeguato con cui il legislatore persegue obiettivi tanto indefiniti quanto aggrovigliati. Partiamo da quest’ultimo punto, dunque dalla “confusione dei fini” di cui alla frase citata: essi sono accennati in un comunicato del Mibact e più diffusamente esposti dal ministro Dario Franceschini in una recente intervista a Democratica.

«Innanzitutto è un intervento che aiuterà i piccoli librai che eroicamente resistono. La piccola libreria è un bene che va tutelato dallo Stato, perché è insieme identità e bellezza immateriale. Il tax credit eviterà altre chiusure e darà la possibilità a qualche ragazzo di aprirne di nuove. Così aiuteremo i nostri centri storici a non perdere la loro identità come purtroppo è avvenuto in questi anni di boom turistico e di incontrollata liberalizzazione delle licenze. Il risultato è stato che gli affitti in centro sono schizzati, le botteghe storiche non ce la fanno, e al loro posto aprono negozi tutti uguali, che vendono magliette o che fanno pasta veloce. Basta andare a Venezia o in via dei Coronari a Roma. Cominciamo dalle librerie, ma non è escluso che in futuro si possano salvaguardare in questo modo anche altri negozi storici»

Quindi, il tax credit intende innanzitutto supportare le piccole librerie, sempre più in crisi: peccato che la misura, finalizzata evitarne la chiusura, paia sprovvista di indicatori di risultato, utili a verificare se funzioni veramente. Perché se la finalità declinata dal ministro è astrattamente meritoria, la spesa pubblica stanziata per perseguirla è concretamente rilevante (un massimo di 4 milioni nel 2018 e di 5 milioni annui a decorrere dal 2019): pertanto, accertare che essa serva a raggiungere l’esito auspicato non è un mero capriccio.

Franceschini elenca anche una serie di fini ulteriori che l’agevolazione fiscale dovrebbe conseguire: la tutela dell’identità e dell’italianità dei centri cittadini, compromessa dall’incontrollata apertura di esercizi commerciali che inquinano la purezza commerciale nostrana (Nardella docet). Gli effetti ipotizzati paiono tratti dal libro dei “desiderata” del ministro, più che da un’analisi fondata: di certo, sono ispirati da un intento protezionistico, ben poco liberale. Peraltro, è il medesimo intento che guida Franceschini nella battaglia contro i “padroni della Rete”, rafforzata di recente anche su fronti diversi sempre con l’alibi della tutela dei prodotti italiani: e se pure il ministro non lo dice in modo espresso, il credito di imposta sembra l’ennesima arma a beneficio di quella battaglia. La confusione dei fini è grande, ma andiamo oltre.

«Abbiamo decuplicato e portato a 3 milioni di euro le risorse per la promozione della lettura. (…) Il bonus per i diciottenni ha portato a una spesa di 163 milioni di euro, di cui circa 1’80%, in libri. Oltre a un aiuto per i ragazzi si è rivelato essere un contributo indiretto per il sistema dell’editoria»

Con queste affermazioni, il titolare del Mibact sembra collocare il credito di imposta ai librai in una più ampia operazione, composta da una serie di misure idonee a sortire reciproci effetti miracolosi sull’intero sistema dell’editoria: peccato – ancora una volta – che Franceschini ometta di spiegare in quale modo, poiché i dubbi sono molti e sono stati espressi mesi orsono.

Il fatto che l’80% del bonus ai neo maggiorenni sia stato speso in libri – come dice Franceschini – è affermazione che non ha alcun senso: se il bonus non ha incrementato l’acquisto di libri, cioè se ha finanziato acquisti che sarebbero comunque avvenuti, il sostegno all’editoria che il ministro vanta è pressoché nullo. Se poi il bonus è stato speso in e-book (Franceschini non lo precisa), di certo non ha giovato alle librerie dei centri storici, oggetto dell’ultimo intervento: ma allora perché il ministro cita il bonus ai diciottenni congiuntamente al tax credit, quali misure di supporto ai librai? Forse perché la ratio comune alle due misure è quella “culturale”? Se così è, si ha buon motivo di ritenere che non solo la confusione dei fini, ma anche la confusione mentale di chi li declina, sia sempre maggiore. Per spiegarne i motivi, serve fare un passo indietro.

Nel 2011, il legislatore sancì il divieto di praticare sconti superiori al 15% sul prezzo di copertina dei libri, con l’obiettivo espresso di tutelarne i piccoli venditori, i quali non potevano competere con la politica degli sconti praticata dai grandi distributori online. Tale divieto – identicamente al tax credit attuale – voleva scongiurare la chiusura delle librerie e, quindi, l’“incommensurabile sacrificio in termini culturali” che ne sarebbe derivato. Il provvedimento era non solo “anacronistico e dannoso”, ma paradossale (all’epoca, l’Istituto Bruno Leoni pubblicò pure una petizione perché la misura fosse evitata): preordinato a evitare un certo sacrificio culturale, era evidente che ne avrebbe prodotto uno ancora maggiore, disincentivando l’acquisto di libri da parte di lettori usi a fruire delle vendite promozionali.

Qual è stato il risultato? Le librerie dei centri storici hanno continuato a chiudere – tant’è che il titolare del Mibact è ora intervenuto nuovamente allo stesso fine – e i lettori di libri hanno continuato a scendere anno dopo anno: tutto come previsto. Può reputarsi che il tax credit sortirà esiti migliori, in termini di protezione dei librai e, con essi, della cultura intesa come valore generale?

La domanda contiene in sé l’erroneo assunto su cui si fonda sia il limite agli sconti fissato nel 2011 (che una proposta di legge vorrebbe rendere pure più stringente), sia il recente credito di imposta: tutelare i librai – i.e. le librerie come luoghi fisici – non produce automaticamente l’effetto di incentivare la lettura, e, quindi, la cultura. In altri termini, il tax credit in discorso non farà aumentare il numero dei lettori, cioè dei fruitori di cultura, pertanto non riporterà clienti alle librerie, unico mezzo utile a garantirne la sopravvivenza.

Ecco spiegata, dopo la “confusione dei fini”, l’“imperfezione dei mezzi” di cui all’altra parte della frase di Einstein, citata inizialmente. Ma il legislatore italiano va pure oltre: dato che i cittadini non spendono in certi esercizi commerciali i denari sufficienti a consentirne la sopravvivenza, con una norma sottrae forzosamente quei denari ai cittadini per finanziare un credito di imposta finalizzato a consentire la sopravvivenza degli esercizi stessi.

Perché – meglio non dimenticarlo – un’agevolazione fiscale a taluni, privando di risorse il bilancio pubblico, si traduce in un costo a carico di altri. Dunque, ricapitolando: ai cittadini vengono tolti soldi che essi NON spendono nelle piccole librerie, al fine di destinarli comunque alle piccole librerie, con la motivazione che il tax credit serve alle librerie per continuare a sopravvivere, così che i cittadini possano continuare a NON spendere soldi presso di esse. Non è “geniale” tutto questo? Il legislatore italiano è un Einstein all’incontrario, non c’è alcun dubbio. Ma questo è noto ormai da tempo.

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