Sofferenze bancarie: per la gestione interna servono comunque trasparenza e realismo

di Massimo Famularo

Egregio Titolare,

quando in passato si era discusso della reazione pavloviana di banchieri, politici  e giornalisti italici rispetto alle (nel resto del mondo legittime) richieste di trasparenza, formulate dalla Banca Centrale Europea  nell’ultimo addendum alle linee guida di gestione sulle sofferenze (Npl, Non performing loans), era colposamente sfuggita una questione che i sofisticati analisti della FIRST CISL hanno recentemente  messo in luce:

In particolare:

«Non è colpa del costo del lavoro: a bruciare la redditività delle banche italiane sono le rettifiche sui crediti e per questo serve una gestione paziente dei prestiti deteriorati, evitando le forti svalutazioni imposte dai regolatori europei»

Per chiarire ulteriormente il concetto il segretario generale, Giulio Romani, ha rilasciato una dichiarazione (riportata dall’ANSA e ripresa da alcuni quotidiani) che sicuramente non si presta a fraintendimenti:

«Finiamola, una volta per tutte, di dire che il costo del lavoro è un peso per il sistema bancario. Il vero peso sono le enormi svalutazioni pretese dai regolatori europei, col risultato che continuiamo a svendere Npl che potrebbero invece essere recuperati attraverso una loro gestione paziente, ritornando a dare reddito»

Per coloro che fossero interessati ai numeri dietro le enfatiche dichiarazioni, il responsabile dell’ufficio studi, Riccardo Colombani, ha aggiunto:

«Agli 8 miliardi di utile realizzati dai cinque maggiori gruppi bancari italiani dei primi nove mesi del 2017 hanno dato un enorme contributo i 14,4 miliardi di commissione nette, che sono strettamente correlate al fattore lavoro. Il risultato beneficia poi dei 527 milioni di calo del costo del personale a fronte di una riduzione di ben 7.786 addetti nelle sole big five, senza contare i tagli nelle banche acquisite da Ubi e da Intesa. Quanto al costo del lavoro, il dato dei primi cinque gruppi è di 12,6 miliardi, che si confrontano con un margine di intermediazione di 36,3 miliardi. A bruciare redditività – sottolinea Colombani – sono i 10,1 miliardi di rettifiche su crediti, non molto sotto ai 10,5 miliardi dei primi 9 mesi del 2016. Se gli npl fossero destinati alla gestione in house da parte di personale specializzato – è la ricetta proposta già un anno fa dal sindacato -, invece che alla vendita più o meno obbligata, e gli accantonamenti potessero essere effettuati tenendo conto dei recuperi realizzati, gli utili tornerebbero a crescere, generando occupazione e sviluppo economico»

L’idilliaca immagine proposta dai sindacati, con le sofferenze sotterrate in giardino pronte a dar frutto come le monete di Pinocchio nel campo dei miracoli perde di vista due piccoli particolari:

  1. Che sia interna o affidata in outsourcing, la gestione dei crediti può dare risultati molto diversi a seconda di quanto efficaci e tempestive sono le procedure di recupero poste in essere. In breve: la qualità della gestione conta e fa tutta la differenza del caso;
  2. L’entità degli accantonamenti non è un feticcio religioso ottusamente adorato da talebani burocrati, né una grandezza arbitraria che si può mercanteggiare con revisori e ispettori come si fa al mercato del pesce; si tratta di una posta contabile che dovrebbe riflettere le reali prospettive di recupero e, quindi, è anch’essa collegata alla qualità del recupero

Tenendo a mente che la qualità conta, possiamo rilevare che chi è capace di gestire in modo opportuno i propri crediti non solo non è costretto da nessuno a fare accantonamenti e men che meno a cedere, ma addirittura può trovare compratori per il ramo d’azienda che tanto capace si è dimostrato nel recuperare i crediti. È il caso ad esempio di DoBank, la piattaforma di recupero di Unicredit, prima ceduta al fondo Fortress e successivamente quotata alla borsa di Milano e di Capital Light Bank, la divisione di Intesa Sanpaolo che potrebbe essere dismessa nella prima metà di quest’anno.

Venendo al punto 2, posto che i crediti problematici non sono complicatissimi strumenti finanziari esotici, che necessitano di complessi modelli matematici per essere valutati, in presenza di informazioni complete e aggiornate è relativamente agevole fare una stima dei recuperi attesi e adeguare gli accantonamenti in proporzione; ma per avere queste informazioni e affinché le prospettive di recupero non arrivino alle calende greche è necessario avere attivato un processo di gestione efficace.

Dunque, a ben guardare, il modo corretto di analizzare la questione muove da una prospettiva opposta rispetto alla ricetta magica dei sindacati: chi è in grado di gestire correttamente i propri crediti, riesce anche a calcolare in modo adeguato gli accantonamenti e, ove gli ispettori richiedessero rettifiche eccessive e ingiustificate, è in grado di controbattere argomentando nel merito. Non solo, come dimostrato dall’esperienza recente di Intesa Sanpaolo, chi ha fatto i compiti a casa può permettersi di valutare ipotesi e opportunità di cessione in modo oculato e senza alcuna pressione esterna.

Viceversa, se la gestione non è efficace e i valori di bilancio vengono percepiti come disallineati rispetto alle reali prospettive di incasso, si innesca una spirale di continue richieste di maggiori accantonamenti e di pressioni verso la dismissione che, diventa l’unico meccanismo affidabile per attribuire un valore ai crediti.

Dunque, con buona pace dei raffinati analisti della FIRST CISL, la credibilità per potersi risparmiare le cessioni e per respingere al mittente eventuali richieste di rettifiche contabili si ottiene  provando sul campo l’efficacia delle procedure di recupero e aggiornando i valori contabili su livelli realistici. Lo scenario opposto, di rinviare l’aggiornamento contabile coltivando in casa il “tesoretto” delle sofferenze fino ad oggi ha ottenuto il solo risultato di portare al dissesto gli istituti di credito e ha visto proprio nei dipendenti l’unica categoria di stakeholders sempre pesantemente sacrificata, anche nei casi in cui l’intervento dello stato ha indennizzato i risparmiatori (presumibilmente) vittime di misselling.

Sullo sfondo, la grande assente di tutte le discussioni che abbiano anche solo marginalmente a che fare profili economici e/o politici rimane la trasparenza: iscrivere in bilancio a valori realistici i crediti deteriorati consente a chi si occupa di valutare i bilanci degli istituti senza applicare decurtazioni (haircut) draconiane dovute all’incertezza.

Dunque quella portata avanti dalla BCE è innanzitutto una battaglia per ottenere maggiore trasparenza nelle rappresentazioni di bilancio con l’obiettivo ultimo di avere istituti più solidi e un sistema bancario più stabile. Come dimostra l’esperienza recente degli aumenti di capitale, da quello riuscito di Unicredit a quello mancato di MPS, fino al più recente e “problematico” di Carige, l’incertezza sulla valutazione dei crediti deteriorati è sempre stata l’elemento determinante e solo facendo chiarezza su questo profilo è possibile conquistare la fiducia dei mercati, senza la quale possono aprirsi solo scenari di dissesto e ristrutturazione più o meno assistita dallo stato.

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