CGIA e la delocalizzazione che non lo era

Oggi è sabato, e come ogni sabato ecco puntuale il lancio delle agenzie di stampa sull’imprescindibile “analisi” della CGIA di Mestre. Questa settimana, per mostrare quanto siamo pop in pieno psicodramma Embraco, i nostri eroi scandagliano gli investimenti esteri delle imprese italiane. Non ci capiscono granché, ma riescono a esporre una tesi in linea con lo zeitgeist settimanale di un paese ormai suonato dalla sua stessa ignoranza.

Beccatevi l’incipit della “ricerca”:

«Gli ultimi dati disponibili riferiti all’arco temporale 2009-2015 ci indicano che il numero delle partecipazioni all’estero delle aziende italiane è aumentato del 12,7 per cento; se verso la fine del decennio scorso i casi ammontavano a 31.672, nel 2015 sono saliti fino a raggiungere quota 35.684. Seppur parziali, questi dati ci consentono di misurare la dimensione economica di un evento che rappresenta una forma di delocalizzazione»

Anche no, ragazzi, l’investimento estero non rappresenta una cippa di delocalizzazione di alcunché, visto che non sapete di che partecipazioni si tratti, se siano finalizzate ad internazionalizzarsi sbarcando su mercati altrui o se si tratti di investimenti di portafoglio industriale o finanziario. E infatti, ecco la “precisazione”:

«Purtroppo – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – non ci sono statistiche complete in grado di fotografare con precisione il fenomeno della delocalizzazione produttiva. Infatti, non conosciamo, ad esempio, il numero di imprese che ha chiuso l’attività in Italia per trasferirsi all’estero. Tuttavia, siamo in grado di misurare con gradualità diverse gli investimenti delle aziende italiane nel capitale di imprese straniere ubicate all’estero. Un risultato, come dimostrano i dati riportati in seguito, che non sempre dà luogo ad effetti negativi per la nostra economia»

Caro Zabeo, se le aziende chiudono in Italia, è difficile che esista una cosa chiamata “partecipazioni di aziende italiane all’estero”, non trova? Forse rendendosi conto di averla detta piuttosto spericolata, il buon Zabeo concede che il fenomeno degli investimenti italiani in imprese estere “non sempre dà luogo ad effetti negativi per la nostra economia”. Epperò.

Ma non è finita qui. Il comunicato prosegue scoprendo che non “delocalizziamo” nel Terzo Mondo, per risparmiare:

«Chi pensava che la meta preferita dei nostri investimenti all’estero fosse l’Europa dell’Est – segnala il Segretario della CGIA Renato Mason – rimarrà sorpreso. A eccezione della Romania, nelle primissime posizioni scorgiamo i paesi con i quali i rapporti commerciali sono da sempre fortissimi e con economie tra le più avanzate al mondo»

Oh, ecco, tu guarda. Forse che quindi il concetto di “delocalizzazione” inteso come becera ricerca del risparmio, spesso su produzioni di valore aggiunto prossimo allo zero, c’entri una sontuosa fava con la realtà di acquisizioni fatte in Francia, Usa, Spagna, Germania, UK e Cina e con questa “analisi” di database altrui, di cui si è peraltro capito assai poco? Inoltre, consideriamo che le regioni che più investono all’estero sono Lombardia, Emilia, Piemonte e Veneto, nel 78% dei casi si tratta di partecipazioni riconducibili a regioni del Nord Italia, e quindi parliamo di regioni che

«Presentano livelli di disoccupazione quasi fisiologici e sono considerate, a tutti gli effetti, aree con livelli di industrializzazione tra i più elevati d’Europa. Infatti, quando la fuga non è dettata da mere speculazioni di natura opportunistica, queste operazioni di internazionalizzazione rafforzano e rendono più competitive le nostre aziende con ricadute positive anche nei territori di provenienza di queste ultime»

Quindi, repetita: le delocalizzazioni non c’entrano un rigoglioso cavolo (per giunta a merenda), gli investimenti esteri servono spesso alla catena del valore delle imprese, però serve mettere nel comunicato un riferimento alla “spekulazzzione” ed all'”opportunismo”.

In tutto ciò, la nostra maggiore agenzia di stampa, che per motivi misteriosi continua a ritenere notiziabili queste perle del sabato, esce con questo titolo, che rilancia il primo paragrafo che tutto è fuorché l’abstract della “tesi” della cosiddetta “analisi”.

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Visto che viviamo in un paese che fa dell’analfabetismo funzionale la propria ragione d’essere ed il fertilizzante del dibattito pubblico, mi pare perfetta la tesi pop di Zabeo, pur smentita da sé stesso e dal testo del comunicato, e il rilancio dell’Ansa. Dopo tutto siamo nella settimana di Embraco, no? Qui direi che siamo soprattutto in un contesto di ‘mbriachi, però. La verità è che la parola della settimana è “delocalizzazione”, e quindi serviva incastrare il temino per guadagnare visibilità.

Io, che sono un ottimista malgrado quello che dicono di me le malelingue circa il mio presunto pessimismo, resto sempre nella fiduciosa attesa che Ansa decida che CGIA Mestre non ha alcuna rilevanza informativa. E cerchiamo di lottare contro la delocalizzazione dei neuroni, piuttosto. Sempre troppo ottimista, vedete?

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