E ora sono dazi nostri

Dopo poco più di un anno di attesa, e mesi dopo aver aperto il dossier della “sicurezza nazionale”, Donald Trump ha deciso di applicare dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio, nella misura del 25% e del 10% rispettivamente. Delle tre opzioni possibili (tariffa generalizzata, tariffa selettiva mista ad un sistema di quote contro Cina ed altri paesi, quote universali), è stata scelta quella che fa più danno al commercio mondiale.

La Casa Bianca aggira quindi il sistema di dispute della WTO, che richiede comunque anni per giungere a “sentenza”, e che gli americani stanno comunque boicottando, impedendo la nomina dei membri del panel che deve dirimere le dispute, e lo fanno invocando la sicurezza nazionale. I mercati azionari hanno reagito subito male, scordandosi timori e paranoie sul numero di rialzi dei tassi ufficiali che la Fed attuerà quest’anno.

La Ue ha già annunciato, se i dazi americani saranno confermati, misure di “salvaguardia” per evitare di farsi inondare da acciaio e alluminio da paesi che esportavano negli Usa, e misure direttamente ritorsive contro produzioni americane. Tra i probabili target di quest’ultime ci sono i formaggi del Wisconsin e il bourbon del Kentucky, che “casualmente” sono i collegi elettorali dei due leader Repubblicani di Senato e Camera, Mitch McConnell e Paul Ryan.

La Cina, che è obiettivo della misura americana, e che da anni alluviona il mondo con il suo eccesso di capacità produttiva, sarebbe però colpita in modo trascurabile, perché esporta una quota modesta di acciaio e alluminio negli Usa, essendo già assoggettata a tariffe e quote. Il timore degli americani è però che acciaio e alluminio cinesi arrivino da paesi terzi dove Pechino possiede impianti. Probabile che Canada, Messico e Germania chiedano di essere esentate dalla misura, in quanto alleati militari degli Usa e/o facenti parte di accordi commerciali regionali.

La misura avrà effetti a cascata non lievi, considerando che negli Usa ci sono circa 6,5 milioni di persone che lavorano in settori che impiegano acciaio ed alluminio, contro soli 80 mila occupati nell’acciaio, e la sostituzione di produzioni importate con quelle domestiche causerà comunque aggravi di costi.

Fuori dagli Usa, oggi sui mercati azionari il peso maggiore lo sentono i costruttori automobilistici, per evidenti motivi.

La “nostra” Fiat Chrysler da circa tre anni tiene in piedi la nostra produzione industriale ed il nostro Pil grazie a produzioni destinate all’export, non certo solo al nostro ormai striminzito mercato domestico. Da dazi sull’acciaio, l’Italia è quindi uno tra i paesi che avrebbero più da perdere perché FCA, se dovesse subire aumenti di costo sul nostro mercato, potrebbe comunque rilocalizzare le produzioni fuori dall’Italia. Ma se anche non si arrivasse a tanto, il protezionismo produce un effetto certo: minori volumi e maggiori prezzi, che riducono la domanda. Solo un piccolo esempio di come funzionano le interdipendenze globali e quanto serva avere organismi multilaterali funzionanti che raffreddino i conflitti commerciali e sanzionino le pulsioni protezionistiche.

Attendiamo che prevalga la ragionevolezza e le misure vengano almeno ridimensionate. Diversamente, nessuno uscirà indenne da una guerra commerciale. Voi segnatevelo, in caso dovesse scoppiare una crisi mondiale a seguito di essa, da cui i primi ad essere colpiti sarebbero gli “ultimi” che qualche demagogo malato pensa di proteggere. Noi potremo aiutarvi fornendovi nomi e cognomi di chi vi ha fatto credere che i dazi siano cosa utile, e voi potrete andare a prenderli uno ad uno.

P.S. Nel frattempo, una prece per il Regno Unito, che punta ad uscire dalla Ue per fare il campione del free trade proprio mentre sul mondo si addensano nubi protezionistiche che mancavano da qualche decennio. Well done, my friends.

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