Trump contro Amazon: la stabile organizzazione virtuale vista dagli Usa

Nei giorni scorsi, Donald Trump ha scagliato una serie dei suoi celebri tweet contro Amazon, rea di causare perdite stratosferiche al servizio postale pubblico statunitense ma soprattutto di essere alla base di una gigantesca perdita di gettito fiscale per stati e contee. Scavando la notizia, si scopre che l’e-commerce a stelle e strisce ha criticità molto simili a quelle che si riscontrano nell’Unione europea, ma che Amazon con esse c’entra ormai assai poco.

Al netto dell’ossessione di Trump contro Jeff Bezos, patron di Amazon, il punto è presto detto: negli Stati Uniti le vendite tramite commercio elettronico non fanno sorgere obbligo di pagare la sales tax, l’imposta indiretta sulle vendite, nello stato in cui la vendita è effettuata, se il venditore in quello stato non ha anche presenza fisica. Vi ricorda qualcosa che accade da noi, in Europa ed Italia? Sì, l’equivalente dell’imposizione per venditori che non hanno stabile organizzazione, limitato alle imposte indirette.

Alle origini della sua attività, Amazon spiazzava i rivenditori locali non applicando la sales tax, visto che vendeva dall’esterno dello stato. Col passare degli anni, ed al crescere del numero di sedi logistiche realizzate dalla compagnia di Bezos, anche Amazon ha iniziato a pagare in molti stati la sales tax sulle vendite online effettuate per conto proprio.

Il problema sono i venditori terzi che usano il marketplace Amazon, che ad oggi non hanno obbligo di pagare le sales tax in forza di una sentenza della Corte Suprema del 1992, che oppose l’azienda Quill allo stato del North Dakota, e che stabilisce appunto che, senza presenza fisica nel territorio dello stato, non si può chiedere al venditore di applicare l’imposta sulle vendite. Sentenza che Amazon sfruttò ampiamente, negli anni del suo decollo, prima di “istituzionalizzarsi”, e pagare.

Ad oggi, è pendente davanti alla Corte Suprema la valutazione dello statuto del South Dakota contro l’azienda Wayfair Inc., in cui lo stato chiede di sottoporre all’imposta sulle vendite anche il commercio elettronico effettuato da non residenti, se superano i 100.000 dollari di ricavi o le 199 transazioni con residenti. Trump pare quindi sbagliare bersaglio, quando si rivolge ad Amazon per chiederle di pagare l’imposta sulle vendite, il cui buco è stimato a livello nazionale in 26 miliardi di dollari per effetto della sentenza della Corte Suprema del 1992.

In caso si giunga ad ammettere lo statuto del South Dakota, ed a tassare i venditori online non residenti, c’è che ritiene che Amazon potrà addirittura trarre ulteriore guadagno, perché già oggi l’azienda di Bezos offre ai venditori online la possibilità di affidarle l’amministrazione degli adempimenti fiscali locali, per la modica commissione del 2,9% sul valore della sales tax raccolta e versata da Amazon per loro conto. Per un venditore online presente in più stati, e che ha una struttura amministrativa leggera, la possibilità di cedere a terzi gli adempimenti fiscali, senza dotarsi di una pesante struttura amministrativa propria, è piuttosto allettante. In quel caso, quindi, Amazon avrà vinto per l’ennesima volta.

Come si nota, le criticità fiscali dell’ossimorica “stabile organizzazione virtuale”, toccano anche gli Stati Uniti, a causa della loro struttura federale, anche se riguardano le imposte indirette e non quelle dirette. Quanto agli altri effetti negativi dell’azione di Amazon e dell’e-commerce, tra cui il crollo dei valori immobiliari commerciali (e non solo), Trump dovrà pensare ad altro, se vorrà colpire Bezos.