Separare la spesa previdenziale da quella per assistenza, ultima illusione italiana

Giorni addietro, Inps ha pubblicato i dati 2017 del suo Osservatorio sulle pensioni. Da cui pare di potersi evincere che la mitologica separazione tra spesa previdenziale ed assistenziale, brandita da molti come ennesimo proiettile d’argento per non toccare o addirittura per allentare le maglie dei requisiti di pensionamento da lavoro, è in realtà l’ultimo autoinganno Made in Italy, mentre uno sguardo alle proposte di Lega e M5S sulla materia ci garantisce un futuro assai gramo, come da attese.

Intanto, i numeri Inps in sintesi estrema. Al primo gennaio 2018, le pensioni di natura assistenziale ammontavano a 20,9 miliardi su un totale di poco più di 200 miliardi, quindi il 10% circa. Visto così, non appare molto, in effetti. Ma nel 2017 c’è un’anomalia, visto che lo scorso anno sono state liquidate pensioni per un importo annuo di circa 11 miliardi di euro, di cui però le assistenziali erano pari a circa 3 miliardi.

Quindi, con un complesso algoritmo, scopriamo che nel 2017 la componente assistenziale della nuova spesa pensionistica è stata pari a ben il 30%, contro uno stock del 10%. Un dato non fa un trend ma fa certamente riflettere ed accende una spia rossa sul cruscotto dei conti pubblici. Nelle erogazioni assistenziali figurano assegni sociali e prestazioni per invalidi civili, a loro volta ripartite in pensioni di invalidità civile e indennità di accompagnamento; la seconda, a differenza della prima, non è soggetta alla prova dei mezzi, cioè è erogabile a prescindere dalle condizioni reddituali e patrimoniali del richiedente. A livello di stock, la spesa per invalidi civili pesa per ben 12,5 miliardi sui quasi 21 della spesa pensionistica assistenziale. Nel 2017, ben il 77,8% delle nuove erogazioni era relativo ad indennità di accompagnamento, a fronte di uno stock di circa il 65%. Non solo. Osserva Inps riguardo al solo anno 2017:

«Nell’ambito delle prestazioni di tipo assistenziale si rilevano percentuali sul totale pari a 8,3% per gli assegni sociali e a 91,7% per le prestazioni di invalidità civile»

Nel 2017, l’età media dei percettori di prestazioni assistenziali era di 69 anni. A inizio 2018, le prestazioni a favore di invalidi civili erano 37,2 ogni 10.000 abitanti in Italia settentrionale, 52,2 nell’Italia centrale, 66,6 nell’Italia meridionale e Isole. La scoperta dell’acqua calda suggerisce che le prestazioni assistenziali di invalidità civile rappresentano un ammortizzatore sociale, soprattutto nelle regioni economicamente meno sviluppate, ma verosimilmente finiranno col diventare anche una sorta di integratore per carriere contributive inesistenti (causa sommerso) o fortemente discontinue.

Questa tendenza pare destinata ad accentuarsi col trascorrere del tempo, mettendo sempre più in comunicazione la componente assistenziale con quella previdenziale, e rendendo piuttosto futile ogni tentativo di separare le due. La forte divergenza in aumento di erogazioni assistenziali nel 2017 rispetto al valore dello stock di prestazioni è un primo, forte campanello d’allarme.

Veniamo alle proposte dei due “vincitori” del 4 marzo, M5S e Lega. Quelle del partito guidato da Matteo Salvini provengono da uno specialista come Alberto Brambilla, e prevedono l’uscita con 41 anni di contributi a prescindere dall’età oppure con quota 100 (somma di versamenti ed età anagrafica) per chi ha almeno 64 anni. In pratica, tornano in forza le famose o famigerate “pensioni di anzianità” o anticipate.

E le coperture? Da quello che si legge, pare che Brambilla preveda un intervento sulla spesa assistenziale mediante una spending review ottenibile tramite un’anagrafe centrale delle prestazioni, sia erogate da enti centrali che locali, che promette risparmi annui per la mirabolante cifra di 5 miliardi. La tipologia di intervento non stupisce, visto che Brambilla è tra i sostenitori della tesi secondo cui la spesa assistenziale “spiazza” quella previdenziale, sommandosi ad essa. Ma servirà fare i conti con il nuovo Matteo Salvini, quello nazionale e sovranista, che in campagna elettorale, proprio per lanciare un amorevole messaggio agli elettori soprattutto del Sud, ha già chiesto a gran voce di elevare gli importi delle pensioni di invalidità. Un caso? Io non credo (cit.)

Ma la vera copertura alla ritrovata flessibilità in uscita sulle pensioni di natura previdenziale verrà dalla riduzione delle prestazioni. Incredibile, chi l’avrebbe mai detto, vero? Leggiamo dal Sole del 31 marzo:

«Mentre in chiave di possibile alleggerimento dell’onere delle nuove anzianità per le generazioni future potrebbe essere condivisa anche l’ipotesi di calcolare con il contributivo pieno tutti i versamenti effettuati dal ’96 in poi per chi utilizzasse questi nuovi requisiti non avendo cumulato più di due anni di contribuzione figurativa»

In particolare:

«Per i contributivi pieni, ovvero chi ha iniziato a lavorare dal gennaio 1996, si prevede l’abbassamento del parametro di 2,8 volte l’assegno sociale per godere del ritiro flessibile (si punta su 1,5 o 1,6 volte). È il modo per cancellare l’incubo dei tanti giovani che, consultando i simulatori Inps con bassi contributi, si sono visti indicare fino a 72 anni come orizzonte per una pensione di vecchiaia»

In pratica, potrete andare in pensione prima, ma con assegni da fame, perché flessibilità farà rima con povertà. E oplà. Ricordiamo che, per il 2018, l’assegno sociale sarà pari a 453 euro per 13 mensilità. Pensate quanti pensionati di anzianità si troveranno a fare la fame, se passasse questa copertura. E che accadrebbe, allora? Sdegno ed esecrazione generale, i talk televisivi monopolizzati da invettive contro il “liberismo”, ed immediate misure di integrazione per gli assegni insufficienti. Oppure, visto che tutto si tiene, esplosione delle indennità di accompagnamento, o assimilate. Perché tra previdenza ed assistenza esiste un vaso comunicante molto evidente, e non solo in Italia.

Però, tranquilli: se i nuovi assegni pensionistici “flessibili” fossero (saranno) tali da produrre poveri assoluti in quantità industriale, ecco correre in aiuto l’integrazione grillina nota come “pensione di cittadinanza”. Sempre dal Sole del 31 marzo, che cita la senatrice Nunzia Catalfo, “esperta” di temi previdenziali del M5S:

«La pensione di cittadinanza è un’integrazione per un pensionato che ha un assegno inferiore ai 780 euro mensili o ai 1.170 euro se si tratta di una coppia»

Ed ecco la “convergenza programmatica” tra Lega e M5S, signori! Un moto perpetuo dove si introduce la “flessibilità” pensionistica, e poi si integrano gli assegni da fame vera che da essa deriveranno. E i soldi? Ma è ovvio: sprechi, corruzzzzione, ka$ta! Il tutto ricordando la disastrosa situazione demografica italiana. Passando al contributivo prevalente o pieno per le nuove pensioni di anzianità, come proposto dalla Lega, si stima che la spesa andrebbe a gonfiarsi tra circa un quindicennio, in perfetto orario per l’appuntamento con la “gobba” figlia del combinato disposto di demografia avversa e crescita economica insufficiente (anche per motivi demografici, visto che tutto si tiene).

Ma notoriamente, quindici anni sono tre ere geologiche, in politica, ed i nostri eroi potranno dire che le proiezioni sono sbagliate, che gli italiani torneranno a riprodursi freneticamente grazie al programma sovranista e che di conseguenza la crescita ripartirà molto prima che Salvini e Di Maio siano stati dimenticati dal Popolo sovrano.

I numeri sono eloquenti: credere che sia possibile separare la spesa previdenziale da quella assistenziale è pura illusione. Le due sono collegate, e lo saranno sempre di più se arriveremo a moltiplicare pensioni previdenziali da fame per dare agli italiani l’illusione che il loro sistema pensionistico non sia più a ripartizione bensì sia divenuto a capitalizzazione in una notte di plenilunio. È la demografia, stupidi.