Alitalia e il terzo segreto del prestito ponte

L’Antitrust europeo ha aperto un’indagine per valutare se il prestito-ponte concesso dall’Italia ad Alitalia rappresenti illegittimo aiuto di stato. Si tratta, come saprete, di 900 milioni di euro, deliberati in due momenti successivi: i primi 600 milioni a maggio 2017, i secondi 300 milioni ad ottobre, per una durata di 18 mesi, salvo proroghe, in luogo dei sei mesi consentiti dalle norme europee. L’indagine dovrà anche valutare se il rendimento del prestito, intorno al 10%, è fuori mercato. Quanti tra voi pensano che il 10% sia un tasso praticamente usurario, riflettano circa il fatto che le banche non prestano ad aziende decotte, di solito.

Il prestito, inoltre, non pare aver attaccato alcun piano di ristrutturazione, che non sia la generica “volontà” (che parolona) del governo italiano di trovare prima o poi un compratore per il vettore. Non funziona così, per definire legittimo ed ammissibile un aiuto di stato. Oggi sul Sole trovate un commento di Gianni Dragoni che tenta di gettare luce su questo ennesimo mistero italiano. Più propriamente, la solita furbata tricolore per mostrare che la sostanza della norma viene violata creativamente rispettando tuttavia la lettera.

La vulgata la conosciamo: tutti i protagonisti della vicenda, dal ministro Calenda ai tre commissari straordinari, hanno detto che sinora “il prestito non è stato intaccato”, e questa frase è ormai ripetuta come un mantra anche sui mezzi pubblici e nei bar. Questa giaculatoria sul miracolo di un’Alitalia che si regge sulle proprie gambe al punto da indurre qualche sprovveduto ed inconsapevole conduttore radiofonico di robusta fede progressista a parlare di “risanamento”, è oggettivamente agevolata da una circostanza specifica: non esiste bilancio Alitalia né relazioni trimestrali, perché come sapete in questo paese turboliberista va di moda la secretazione di operazioni che tutto sono fuorché “di mercato”.

Quindi, come potrebbero ripetervi anche bimbi impegnati nel saggio di fine anno alla scuola materna, “cento milioni sono andati alla Iata come deposito cauzionale, e il resto non è stato toccato”. Le cose stanno forse in questi termini ma non in senso statico bensì dinamico. Dragoni cita nel pezzo sul Sole la relazione “programmatica” dei tre commissari, del 26 gennaio 2018 resa pubblica lo scorso 12 aprile, in cui si può leggere:

«Attualmente, la società ha beneficiato della disponibilità di un prestito ponte da parte del Mise pari a euro 900 milioni, ad oggi interamente erogato, di cui 103 milioni depositati presso Iata ed i restanti 800 impiegati da Alitalia ed Alitalia Cityliner per esigenze di cassa a supporto del business»

Come chiunque dotato di conoscenza minimale della lingua italiana potrà constatare da queste parole, la liquidità del prestito-ponte è utilizzata per il funzionamento della compagnia, nella gestione corrente di flussi di cassa. Infatti Alitalia risponde a domanda del Sole in questo modo:

«Il prestito ponte è ancora sostanzialmente nella disponibilità della compagnia, intendendo con ciò che l’ammontare di liquidità disponibile è equivalente all’ammontare del prestito erogato dal governo. Ciò tuttavia non significa che il prestito non sia stato (e non sarà in futuro) utilizzato per esigenze di cassa a supporto dell’operatività»

Quindi, in attesa che il governo italiano comunichi all’Antitrust Ue gli effettivi dati sulla consistenza della liquidità derivante dal prestito, quello che possiamo inferire è di una semplicità disarmante: Alitalia sta usando il prestito-ponte dello stato italiano per la propria gestione corrente e pare (ripetiamo, pare) che sinora incassi e pagamenti siano risultati tali da determinare sostanziale equilibrio dei flussi di cassa, anche se bisognerebbe chiedere ai fornitori di Alitalia se i termini di pagamento si sono allungati.

Detto in parole ancor più povere, lo stato italiano sostituisce le banche nel finanziamento del capitale circolante di Alitalia. Attenzione: del circolante, non degli investimenti, che al momento sono congelati e rinviati al prossimo compratore. Stando così le cose, l’indagine antitrust deve appurare se il  piano di ristrutturazione di Alitalia esiste o meno e, soprattutto, se il tasso del 10% è “verosimile” e  comparabile a quello che Alitalia pagherebbe alle banche, se fosse un vettore privato.

Alla prima domanda si può rispondere o che non esiste alcun piano di ristrutturazione, o che tale piano si sta sviluppando molto lentamente e richiede quindi deroghe alla durata semestrale standard dell’aiuto di stato ammissibile. Nel caso italiano, siamo a circa 18 mesi proiettati, salvo ulteriori proroghe. Provate a ricordare quanto è durato il prestito-ponte di 150 (centocinquanta) milioni di euro concesso dal governo tedesco ad Air Berlin, in attesa del compratore. Poche settimane, e poi hanno chiuso con Lufthansa. Però, si sa, loro sono tedeschi, sono cinici e bari come il destino che si accanisce contro l’Italia, e poi c’era un altro vettore nazionale in grado di rilevare la parte sana di Air Berlin, a differenza nostra (ho sentito anche questa).

Attendiamo quindi l’esito dell’istruttoria europea, che serve a tutelare i contribuenti italiani, anche se a voi patrioti il concetto continua a sfuggire. Tutto quello che siete riusciti a leggere, in queste settimane, è una sorta di peana pressoché collettivo al “miracolo” di un’Alitalia che qualche magliaro ha presentato come sulla strada del risanamento, e che altri magliari (quelli eletti) hanno salutato come il poderoso aumento della forza contrattuale dell’Italia rispetto al compratore. Ovviamente non esiste nulla di ciò ma come si sniffa trielina in questo paese, altrove mai.