Su lavoro e impresa i nodi giungono al pettine

Il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, starebbe apprestando un decreto quasi omnibus col quale rompere il ghiaccio e mostrare le sue prime azioni concrete sulla realtà. Al netto della scelta comunicativa, di “decreto dignità”, che fa parte del tradizionale armamentario anema e core, questa è l’occasione per valutare quelli che restano i maggiori nodi del paese.

Sul lavoro, pare che si vada verso la riforma del cosiddetto “decreto Poletti” del 2014, che ha dopato i contratti a tempo determinato. In particolare, pare verrà reintrodotta la causale, con tre tipologie: ragioni tecnico-produttive, organizzative (come nuovi progetti), e sostituzioni. Pare sarà previsto anche lo stop alle deroghe che consentono ai contratti collettivi di superare la durata di 36 mesi.

Sul punto, se le cose saranno effettivamente formulate in questi termini, non avrei nulla da eccepire. Le tre causali sono sufficientemente razionali e generiche per non impiccare le scelte aziendali, anche se molto (tutto) dipenderà dai regolamenti attuativi ministeriali. Il punto vero è che servirebbe porsi una ed una sola domanda, che poi dovevano porsi anche i governi Renzi e Gentiloni: perché questa esplosione di tempo determinato, mentre il contratto a tutele (o meglio, a monetizzazione) crescenti non produce maggiori assunzioni?

La risposta che mi sentirei di dare, forse banale, è una sola: che resiste e persiste una maggiore convenienza economica del tempo determinato; nel senso che il tempo indeterminato, al netto di reali esigenze organizzative aziendali che richiedono i rapporti a termine, è visto ancora come poco conveniente, o meglio, troppo oneroso. Ogni agente economico risponde ad incentivi, non serve un Nobel per capirlo.

E quindi, che fare? In prima battuta, sempre quello: ridurre il costo del lavoro, e segnatamente il cuneo fiscale, in modo da rendere realmente competitivo il contratto a tutele crescenti, e farlo finalmente diventare “il contratto di lavoro” standard per rapporti di lungo periodo. Invece, leggo di ipotesi di aumentare il costo della risoluzione del tempo indeterminato, oggi variabile tra 4 e 24 mensilità. Se confermato, questo sarebbe un forte incentivo al sommerso ed allo sviluppo di forme elusive, ben più dell’azione sul tempo determinato.

Altro probabile punto del “decreto dignità” è quello relativo al contrasto alle delocalizzazioni di imprese che hanno ricevuto incentivi pubblici. Vaste programme, ragazzi. Vi riporto quello che scrivono oggi sul Sole Carmine Fotina e Claudio Tucci:

«Per evitare eccessiva retorica sul tema, è utile chiarire innanzitutto la legislazione già esistente. La legge di stabilità 2014, sulla base di un emendamento proprio dei Cinque Stelle, già prevede la restituzione degli incentivi in conto capitale (per investimenti produttivi) se prima che siano passati tre anni si delocalizza fuori dalla Ue riducendo il personale di almeno la metà. Nel 2017, poi, il ministero dello Sviluppo aveva previsto con una circolare – riguardante le altre tipologie di incentivi (a partire dalla ricerca) – che in sede di concessione dei contributi si inserisse una “clausola, anche di fonte pattizia” su un obbligo di mantenimento della struttura produttiva»

Attenzione al punto: “fuori dalla Ue”. Si prega quindi di evitare di incardinare qualche ddl etilico che preveda sanzioni a chi porta tutto in Slovacchia, Romania, Polonia, eccetera, perché una cosa del genere sarebbe cassata dalle norme europee. A proposito di casi di ubriachezza, pare esista anche una proposta di legge che prevede “dazi” del 10% per chi ha delocalizzato e vorrebbe in seguito esportare in Italia. Un paese che è una vera fucina di comici. A parte questi momenti clowneschi-trumpiani, in che direzione starebbe andando il giro di vite anti delocalizzazioni (per imprese con contributi pubblici, ricordatelo)?

«Il divieto di delocalizzare resterebbe di 3 anni ma riguarderebbe anche la messa in mobilità del personale (e senza tetto del 50%). Inoltre (ipotesi più radicale in esame) potrebbe riguardare anche la cessione di rami d’azienda o di attività appaltate a terzi e la restituzione dei contributi potrebbe essere maggiorata dagli interessi legali»

Tutto si può fare, per carità. La cosa migliore sarebbe non erogare contributi pubblici alle imprese, e cercare di rendere strutturalmente appetibile l’insediamento. Rivoluzionaria come idea, no? A parte ciò, dobbiamo allora aspettarci che la riduzione anche di un solo impiego prima dei tre anni causi questa tempesta di fuoco di sanzioni? Se sì, l’effetto finale sarà uno ed uno solo: le aziende non avranno interesse a prendere contributi pubblici. Il che -ripeto- può essere un bene, visto che il numero di casi di imprese (anche italiane) che prendono i soldi e scappano non è limitato.

E per le aziende che non hanno preso contributi pubblici di alcun tipo e vogliono andarsene? Che vorreste fare, minacciarle di arresto? A dire il vero qualcosa ci sarebbe, e pare essere la scopiazzatura della cosiddetta Loi Florange francese. Sempre dal pezzo del Sole:

«Le multinazionali (almeno un migliaio di dipendenti) avrebbero l’obbligo di cercare per un determinato periodo un nuovo acquirente che garantisca il mantenimento dei livelli occupazionali. In caso di inottemperanza, scatterebbero anche sanzioni pari al 2% del fatturato degli ultimi cinque anni»

Ci sarebbe da dire che questa parte della legge Florange, che prende il nome dalla località francese dove Arcelor Mittal aveva deciso di chiudere (e ha chiuso) un altoforno da 600 dipendenti, prevede per l’impresa che se ne va una obbligazione di mezzo, non di risultato. Nel senso che, se l’impresa dichiara di aver cercato un subentro al sito produttivo ma di non averlo trovato, è sciolta da obblighi, a meno di ricorso sindacale alla magistratura, che potrebbe produrre la sanzione del 2% del fatturato, se la ricerca di un subentrante fosse considerata non avvenuta col necessario “impegno”. Hasta el socialismo siempre.

Anche qui, i nostri eroi scopriranno la sottile differenza tra leggi-proclama e simboliche, e realtà. Perché, se hai deciso di impedire con ogni mezzo le delocalizzazioni, allora devi incamminarti lungo la strada delle nazionalizzazioni e del socialismo defoliante. E quello che stringerai tra le mani sarà un pugno di sabbia della desertificazione che hai prodotto. La strada maestra resta quella di creare un contesto stabilmente favorevole all’insediamento d’impresa, domestica o “straniera”, non il contrasto dell’uscita. Se i nostri eroi fossero anche dotati della capacità di capire come funziona la realtà, scoprirebbero che il contrasto all’uscita causa soprattutto l’inaridimento delle entrate. Incredibile, vero?

I prossimi mesi di iniziativa legislativa ci diranno se l’esecutivo gialloverde punta alle sanzioni “esemplari”, che nel caso di specie sono quelle che lasceranno il paese con delle sovrane pezze al culo, oppure ad un sano sistema di incentivi, inteso non come mancia per imprenditori pezzenti bensì come creazione di condizioni permanenti e sostenibili per l’insediamento aziendale. Visto l’orientamento ideologico dei nostri eroi, che è di purissimo socialismo surreale Made in Italy, fossi in voi non tratterrei il respiro.

Sostieni Phastidio!

Dona per contribuire ai costi di questo sito: lavoriamo per offrirti sempre maggiore qualità di contenuti e tecnologie d'avanguardia per una fruizione ottimale, da desktop e mobile.

Per donare, clicca qui!