Bonus diciottenni: non si cambia, tutti cantano vittoria

di Vitalba Azzollini

Il governo “del cambiamento” non si è finora segnalato per produttività in termini di proposte normative sui temi oggetto del “contratto di programma”, a meno di non considerare le quotidiane dichiarazioni rese dai contraenti quali fonti del diritto (così come le slide al tempo del governo Renzi). In attesa di testi di regolazione – e con la chiara consapevolezza dei gravi problemi all’orizzonte – poteva comunque essere positivamente valutata l’intenzione del ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Alberto Bonisoli, di non confermare il cosiddetto bonus diciottenni.

Com’è noto, si tratta di una carta elettronica del valore di 500 euro destinata a tutti i neo-maggiorenni, di qualsiasi censo, da spendere in prodotti e servizi culturali: era stata introdotta dal governo Renzi con la legge di stabilità 2016, e poi riproposta nel 2017, al fine di promuovere la cultura. La misura – da qualcuno qualificata come “mancia” dai risultati dubbi – ha costituito oggetto di critiche puntuali, cui si rimanda. Dunque, l’ipotesi della sua abolizione rappresentava una buona notizia per chi ne aveva riconosciuto i limiti palesi.

Esponenti del partito di governo nella legislatura precedente erano subito insorti contro la cancellazione del bonus, lanciando una petizione on line, oltre a tweet di dissenso provvisti di apposito hashtag (#18appnonsitocca). Le argomentazioni a favore del mantenimento del bonus erano facilmente contrastabili mediante il ricorso alle critiche puntuali cui si è fatto cenno.

Ad esempio, “Come se tutti i ragazzi in questo Paese potessero permettersi i consumi culturali” (Anna Ascani): ma il bonus è destinato anche a diciottenni benestanti, con conseguente riduzione delle risorse per quelli meno abbienti; “Circa 765mila 18enni hanno utilizzato il #bonuscultura, acquistando per l’80 % libri, ma per il Ministro @MiBACT Bonisoli non esistono, o peggio non contano” (Sensi): tuttavia, numeri forniti senza alcuna comparazione non chiariscono se il bonus abbia ampliato la fruizione culturale o solo finanziato acquisti che sarebbero avvenuti comunque.

Poi, nel pieno delle polemiche, è intervenuto un fatto nuovo: il Consiglio di Stato ha depositato un parere sul decreto che estende la validità e gli effetti del bonus anche ai giovani che compiano diciotto anni nel biennio 2018 e 2019. Ebbene, secondo il Consiglio di Stato, il provvedimento sottoposto al suo giudizio – che attribuisce l’erogazione per il biennio in corso a una nuova platea di beneficiari – è privo di una fonte normativa che ne legittimi l’adozione.

In altri termini, il decreto – atto di normativa secondaria – avrebbe dovuto poggiare su una disposizione di legge – cioè di rango primario – che invece il governo precedente non ha ritenuto necessaria. Del resto, il primo bonus era stato introdotto con la legge di Stabilità per il 2016, poi attuata con decreto, e l’estensione al 2017 era pure avvenuta mediante una espressa disposizione della legge di Bilancio, seguita da modifiche al primo decreto. Invece, nell’ultima legge di Bilancio manca una norma: vi sono solo gli stanziamenti necessari a finanziare l’agevolazione ai neo-maggiorenni, così che il rinnovo di quest’ultima si evince implicitamente.

All’obiezione del Consiglio di Stato, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha opposto il fatto che, essendo il bonus già previsto da una disposizione previgente, il governo si è limitato ad assegnare i fondi necessari per il prosieguo; quindi, che l’intenzione del legislatore di confermarlo nei confronti di chi compia 18 anni negli anni 2018 e 2019 emerge dai relativi stanziamenti, “oggetto di specifica decisione parlamentare di bilancio”.

Il Consiglio di Stato ha replicato alla Presidenza del Consiglio che, nonostante siano rimasti uguali il valore del bonus, i requisiti per esserne beneficiari ed altri elementi, vi è un elemento di innovazione essenziale che avrebbe dovuto costituire oggetto di apposita previsione di legge: cioè coloro i quali compiono diciotto anni nel 2018-2019, ovviamente non identificabili con i fruitori del bonus negli anni precedenti (peraltro, questo non è l’unico caso in cui, nella scorsa legislatura, se pur per altri versi, è insorto qualche problema con l’identificazione dei destinatari di un provvedimento). Pertanto, sussiste la “necessità di emanare una norma legittimante di rango primario da porre a base del dPCM in esame, al fine anzitutto di poter individuare la platea di beneficiari del diritto in questione”: la conferma implicita della misura nei loro riguardi, mediante la predisposizione delle relative risorse finanziarie, non può ritenersi sufficiente.

Il parere del Consiglio di Stato, intervenuto con un tempismo perfetto rispetto alle dichiarazioni critiche del ministro verso il bonus in discorso, offriva l’opportunità di abolirlo immediatamente, come i giornali cominciavano già a ipotizzare. Invece, il primo possibile atto “di cambiamento” del nuovo governo si è tradotto nella conservazione dello status esistente. Il ministro ha, infatti, confermato il bonus cultura per i nati nel 2000 e nel 2001, annunciando di voler sanare il difetto rilevato dai giudici e introdurre a partire dal 2020 «alcuni correttivi» (“un programma strutturale per la promozione del consumo culturale, che assocerà progetti di diffusione culturale nelle scuole con incentivi agli acquisti di prodotti e servizi culturali”), che saranno valutati da «una commissione di esperti».

La vicenda si è risolta in un grande classico: un trionfo per tutti. Gli autori delle polemiche sopra citate hanno vantato di aver indotto la “marcia indietro” del neo ministro, “importantissima vittoria” a proprio vantaggio contro il nuovo governo: ovviamente, senza alcun riguardo al fatto che il governo precedente, nella fretta di attribuire a questo bonus – così come ad altri – la qualifica di “strutturale”, aveva trascurato i profili di regolazione rilevati da Palazzo Spada. Il ministro Bonisoli, a propria volta, ha rimarcato le colpe di “chi si è dimenticato di fare la norma in passato” e – con una consecutio temporum zoppicante, modi verbali non corretti e una forma giuridicamente (e non) poco elegante – ha aggiunto: “Mi sto ringraziando da solo, perché il bonus cultura se non lo infilo dentro un decreto legge spariva”.

Quali conclusioni possono trarsi? Innanzitutto, il Consiglio di Stato continua a evidenziare difetti di provvedimenti normativi emanati nel corso della legislatura precedente, come già accaduto per decreti attuativi della riforma della pubblica amministrazione. In secondo luogo, esponenti del Pd insistono non solo a ignorare il concetto di autocritica, ma altresì ad affermare che sono sempre gli altri a sbagliare, anche in punto di diritto: i giudici in questo caso.

Quanto al nuovo governo, il cambiamento può attendere, evidentemente, nonostante stavolta i motivi per cambiare fossero sensati. Non resta che augurarsi che vada nello stesso modo anche per altre ipotesi di cambiamento, quelle prive di ragionevolezza. Ma quest’epoca a tutto induce fuorché all’ottimismo: eppure, la frase “Andrà molto peggio, prima di andare meglio” è stata coniata in tempi non sospetti.

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