Flat tax, e sai cosa bevi

Se c’è una cosa che in Italia torna con impressionante regolarità, questa è l’ipotesi di revisione delle tax expenditures, gli sconti fiscali che nei decenni hanno creato un’erosione di centinaia di miliardi di base imponibile, impedendo alle aliquote nominali di scendere e di conseguenza perpetuandone gli effetti distorsivi. Oggi, che abbiamo una maggioranza di governo che punta a realizzare una assai ossimorica flat tax ad aliquota multipla, il tema riaffiora.

Sul Corriere c’è un articolo di Lorenzo Salvia in cui si dà conto dell’ipotesi (non è chiaro quale sia la fonte) di ridurre dal 19% al 15% l’aliquota delle detrazioni d’imposta e deduzioni d’imponibile, oppure di innalzarne la franchigia, a parità di aliquota di beneficio. Il tema, come detto, è carsico e molto datato, ma a questo giro riemerge perché sul tavolo c’è l’ipotesi della cosiddetta flat tax, che in astratto va perseguita proprio eliminando detrazioni e deduzioni per poter abbattere le aliquote nominali.

C’è un ma: quali benefici tagliare? Ovviamente, è impensabile intervenire su quelli più popolari, come le spese sanitarie e gli interessi passivi sui mutui prima casa. Questo è il motivo per cui una vera flat tax (e non l’idozia legastellata di cui si parla oggi) non riuscirebbe ad avvenire, nel mondo reale, perché i beneficiari delle tax expenditures si organizzerebbero politicamente e bloccherebbero il tutto, causando deroghe su deroghe che alla fine richiederebbero un’aliquota unica molto alta. Realizzando tagli “orizzontali”, qualcuno pensa che la protesta sarebbe minore? Così pare di cogliere dal pezzo di Salvia. Che, ipotizzando di eliminare le agevolazioni “minori”, conta un risparmio di ben (tenetevi forte!) un miliardo di euro. Col quale contribuire a finanziare la multi-tax dei nostri pifferai giallo-verdi, immagino.

Ma il taglio orizzontale, come detto, non servirebbe a granché, se lasciamo fuori i grossi calibri di sanità e mutui prima casa. E quindi?

«Il taglio orizzontale, però, non porterebbe in dote grandi risparmi: lasciando fuori le voci socialmente sensibili si faticherebbe ad arrivare al miliardo di euro. Per questo si valuta la possibilità di sopprimere del tutto alcuni sconti. Non è impossibile perché la commissione per le spese fiscali istituita dal ministero dell’Economia ha contato 22 voci con effetti fiscali trascurabili e altre 152 con costi che non sono neppure quantificabili»

Uhm, però qui mi sono perso: escludendo le “voci socialmente sensibili” non si fa gettito, allora meglio sopprimere alcuni sconti, ed in tal modo fare un gettito risibile? Mah. Che fare, allora?

«Ma allo studio ci sono anche meccanismi più sottili: un sistema di franchigie che potrebbe ridurre l’importo dei singoli sconti portando in dote un altro miliardo di euro. Oppure un tetto massimo alle agevolazioni, si ipotizza 75 mila euro, che sforbiciando gli sconti più corposi potrebbe far risparmiare allo Stato un altro miliardo»

Si, anche. Ma restano briciole. Ovviamente, niente Isee, siamo (evasori) italiani:

«Sembra invece abbandonata l’ipotesi di legare gli sconti all’Isee, l’Indicatore della situazione economica utilizzato oggi per le graduatorie d’accesso ai servizi sociali, come le case popolari o gli asili nido. Avrebbe la sua logica. Ma viene considerato troppo complesso»

Troppo complesso, per gente che non riesce a capacitarsi del fatto che la Terra non è piatta. Direi quindi nulla di nuovo sotto il solleone, sentiamo queste tesi da lustri. Ieri è riemersa pure la vecchia fregnaccia di lasciar alzare le aliquote Iva per finanziare parte della multi-tax. A parte che le aliquote Iva dovrebbero essere innalzate per ridurre il deficit, quindi il relativo gettito non sarebbe altrimenti destinabile, ma qualcuno tra voi ha colto che qui si ipotizza una manovra dagli effetti regressivi (aumento Iva) per finanziare una flat tax che, nelle ipotesi attuali, aumenterebbe ulteriormente la diseguaglianza di reddito? No, vero? Seguite ancora Giggino e soci mentre vi dicono che la flat tax servirebbe “ad aiutare i poveri”?

Invece, qualcosa di inedito lo rinveniamo nella rassegna stampa. Ad esempio, il solito Giggino Di Maio ha detto che una delle due grandi emergenze nazionali è

«Il livello di tasse sulle imprese: quindi bisogna fare la flat tax»

Prego? Ma, illustre vicepresidente del consiglio, lei sa che la “flat tax” incide sull’Irpef, cioè sulle imposte pagate dalle persone fisiche, e non sulle imprese? Per quelle ci sono Ires ed Irap, già ridotte negli ultimi anni. Forse Di Maio ha scambiato “imprese” con “partite Iva”. Possiamo capirlo, comunque: non padroneggia la materia, e sta ancora studiando. Anzi, no: “approfondendo”.

Ancora sulla flat tax, da rassegna stampa, segnaliamo un pregevole intervento del presidente della Commissione Finanze del Senato, Alberto Bagnai, intervistato su Repubblica da Annalisa Cuzzocrea:

Ha parlato della diseguaglianza che cresce in Germania. In Italia non va meglio, la flat tax non peggiorerà la situazione?
«Nel contratto c’è un sistema a due scaglioni meno progressivo di quanto sia in teoria quello attuale, ma che può servire a rimettere liquidità in circolo. Non possiamo ragionare come se l’Italia fosse un Paese scandinavo degli anni 70-’80, in questi anni c’è stato un arretramento economico considerevole e possono servire strumenti che in altre condizioni non avremmo preso in considerazione»

In attesa della smentita “per fraintendimento”, direi che qui Bagnai confonde le aliquote (due) con gli scaglioni (che dovrebbero essere almeno quattro), ma soprattutto la notizia è che Bagnai ammette che l’impianto proposto è “meno progressivo” di quello attuale ma lo accetta perché “serve a rimettere liquidità in circolo”, visto che “l’Italia non è un paese scandinavo degli anni 70-80”, cioè non è un paese ad altissima pressione fiscale e bassa diseguaglianza. Molto interessante, davvero.

Perché noi sapevamo che, al crescere del reddito, la propensione al consumo si riduce, e di conseguenza l’aumento di reddito disponibile viene risparmiato, riducendo l’impatto moltiplicativo dello sgravio fiscale. Ora invece apprendiamo che, per Bagnai, esiste la famosa “trickle down economics” di reaganiana e bushiana memoria; quella secondo la quale, riducendo le aliquote ai ricchi, loro si arricchiscono di più ma il beneficio “gocciola”, come un percolamento benefico, fino agli strati bassi della piramide del reddito.

Affascinante. Del resto, solo un approccio eclettico alla scienza triste potrà salvarci, dicono. Ma tra Di Maio che crede che la flat tax serva a “far stare meglio i poveri”, e questo rilancio della trickle down economics, resta il problema di tenere in casa adeguate scorte di popcorn.

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