Quanto personale servirebbe ai nuovi Centri per l’impiego?

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

prendiamo atto che la manovra economica in corso di redazione farà partire nel 2019 il reddito di cittadinanza. È opportuno, allora, sulla base delle per ora poche notizie di dettaglio sul funzionamento del reddito, immaginare cosa occorra per gestire il progetto, senza scendere in questa fase nella discussione di merito sull’utilità della misura.

Da quel che è emerso, il reddito di cittadinanza ha almeno queste coordinate: 6,5 milioni di destinatari (sia disoccupati, sia occupati a basso reddito), ai quali occorrerà proporre formazione, inserimenti in lavori socialmente utili, due contatti obbligatori l’anno ed almeno tre proposte di lavoro in un arco temporale definito.

Poniamo che effettivamente a gestire il reddito di cittadinanza siano chiamati i centri per l’impiego e facciamo qualche considerazione operativa, a partire dai numeri attuali.

Presso i centri per l’impiego lavorano circa 7.500 addetti; un quantitativo, come si sa 11 volte circa inferiore a quello della Germania e 6,5 volte circa inferiore a quello della Francia.

Stiamo adesso ai carichi di lavoro minimi da considerare, per comprendere se e come sia possibile fronteggiare con le risorse a disposizione la gestione della misura.

Intanto, è bene precisare che se i dipendenti censiti nei Cpi sono circa 7500, non tutti potranno gestire direttamente le attività di contatto e di attivazione dei destinatari del reddito di cittadinanza. Questa misura, infatti, si aggiunge alle attività che già vengono svolte, delle quali particolarmente rilevanti sono ovviamente le registrazioni del rilevantissimo flusso annuale di lavoratori che entrano ed escono dallo status di disoccupazione.

Centinaia di dipendenti, poi, sono dedicati ai servizi per il collocamento dei disabili ed altre centinaia svolgono funzioni amministrative insopprimibili: produzione di migliaia e migliaia di certificazioni dello status (richieste da moltissime PA, come da privati), gestione amministrativa (utenze, logistica, produzione di atti, gestione del personale, spese di varia natura), accesso agli atti e banche dati.

Considerando, poi, l’altissimo numero di dipendenti con contratti di lavoro a tempo parziale, appare corretto ammettere che i dipendenti concretamente da coinvolgere nella gestione del reddito di cittadinanza saranno 5.000 circa.

Già dividendo 6,5 milioni di utenti per 5000 dipendenti vi sarebbe un rapporto di 1300 beneficiari che ciascun dipendente dovrebbe gestire ogni anno. Poiché le giornate lavorative sono 220, significa che ciascun dipendente dovrebbe ricevere, almeno per l’inserimento nel progetto, circa 6 potenziali beneficiari al giorno. Anche ammettendo che per gestire la domanda della persona e la sua iscrizione nel progetto occorra mezz’ora (è una stima probabile), metà del lavoro dei centri per l’impiego, per tutto un anno sarebbe dedicata esclusivamente alla sola acquisizione delle domande dei potenziali beneficiari.

Ma, la domanda da sola non basta: occorrerà, infatti, avviare un’istruttoria, per quanto breve ed informatizzata, finalizzata alla verifica effettiva dei requisiti, con l’elevata possibilità (lo si coglie dal disegno di legge sul reddito di cittadinanza a suo tempo presentato in Parlamento) che i Cpi debbano acquisire dai comuni e da altre amministrazioni pareri ed attestazioni; l’inserimento, poi, deve essere comunicato all’Inps per l’erogazione del sussidio connesso. Non è difficile stimare che un’altra metà del tempo restante dovrà essere dedicata a queste attività amministrative.

Ma ciascuno dei dipendenti dei Cpi non dovrà certo limitarsi a raccogliere le domande di accesso al reddito di cittadinanza ed istruirle. Per ciascuno dei 6,5 milioni di beneficiari, il disegno di legge a suo tempo presentato prevede che essi si presentino almeno un’altra volta l’anno presso gli uffici pubblici per il lavoro, allo scopo di confermare la volontà di partecipare al progetto. I “contatti”, quindi, per ciascun dipendente non saranno 1300, ma 2600.

Soprattutto, i dipendenti dei Cpi dovranno muoversi per assicurare che i beneficiari percepiscano il reddito a fronte di alcuni loro impegni operativi. Dalle notizie ancora scarne, si apprende che i centri per l’impiego dovranno proporre quindi ai beneficiari almeno l’iscrizione ad un corso di formazione finalizzato alla qualificazione professionale; l’avvio a progetti di lavori di pubblica utilità per i comuni; tre offerte di lavoro.

Fermandoci solo ai numeri, quindi, ciascun dipendente dei Cpi dovrà attivare complessivamente almeno 7 “contatti” (iscrizione alla misura, conferma, proposta di formazione, avviamento a lavoro di pubblica utilità e tre offerte di lavoro), per accoglienza, illustrazione della proposta concreta, acquisizione dell’accettazione ed avvio della persona.

Pertanto, il rapporto effettivo del carico di lavoro non sarà 6,5 milioni/5000 dipendenti, ma 45,5 milioni circa di contatti/5000 dipendenti, che significa 9.100 contatti per dipendente l’anno, cioè oltre 41 contatti con ciascun beneficiario per dipendente al giorno. E si parla solo del contatto (a sportello o telefonico o video conferenza), non delle pratiche connesse, sulle quali ci si soffermerà un po’ dopo. Anche volendo ridurre della metà i 7 contatti in una gestione a regime (considerando che una volta assorbito l’impatto delle iscrizioni il flusso dovrebbe ridursi), comunque con le dotazioni di personale oggi esistenti ciascun dipendente dovrebbe curare 20 contatti al giorno per i 1300 beneficiari annui sotto la propria cura.

È chiara l’insostenibilità totale di questo carico di lavoro. Per rendere credibile l’effettiva presa in carico continuativa e seria del caso del beneficiario del reddito di cittadinanza con una completa attività di inserimento nel progetto e proposta delle attività connesse, occorrerebbero non meno di 6 volte il numero dei dipendenti oggi in servizio, circa 30.000. E comunque, anche con questo considerevole incremento del numero degli operatori, ciascuno dovrebbe seguire annualmente 216 beneficiari e circa 4 contatti con essi al giorno.

Andando un attimo alle cifre, 30.000 dipendenti significherebbe l’assunzione di almeno 25.000 nuovi operatori nei centri per l’impiego: il costo medio, considerando anche Irap ed oneri riflessi, di un dipendente di categoria C è di circa 36000 euro l’anno, per cui la spesa sarebbe di circa 900 milioni.

Nel corso dell’estate si era parlato di un investimento nei centri per l’impiego di 2 miliardi, cifra ed argomento che poi si sono eclissati, per riaffiorare nei giorni scorsi ma con un importo ridotto: 1,5 miliardi. E non si è ancora capito se una tantum o continuativi. È certo che l’assunzione di decine di migliaia di dipendenti comporta una spesa corrente fissa e continuativa.

Nei circa 10 miliardi di finanziamento in deficit per il reddito di cittadinanza non pare vi siano le risorse per il potenziamento dei Cpi. Le maggiori assunzioni potrebbero essere finanziate dal piano della Funzione Pubblica di assunzione dei 450.000 dipendenti pubblici per rimpiazzare altrettanti che andranno in pensione, ma non è chiaro ancora quali profili professionali saranno oggetto del piano per la PA.

In ogni caso, i conti tornerebbero, fermo restando l’estrema difficoltà ad inserire in un colpo solo decine di migliaia di dipendenti in strutture come quelle dei Cpi che in vaste zone d’Italia sono fatiscenti sua sul piano strutturale (le sedi sono dei comuni, che le hanno fornite spesso di malavoglia, lasciandole estremamente trascurate sul piano delle manutenzioni), sia su quello operativo: la continua transumanza dei Cpi dallo Stato alle regioni (attivato nel triennio 1996-1999), dalle regioni alle province (periodo 1999-2001), nonché dalle province alle regioni (per effetto della scellerata legge Delrio) tra il 2014 e il 2018 (percorso non ancora definito, peraltro), ha fatto sì che questi uffici fossero considerati un peso, un pacco postale sul quale non valeva la pena investire.

Così salvo territori come Emilia Romagna, Lombardia e Veneto (ove pure non mancano comunque sedi disagiate e dotazioni insufficienti), sono moltissimi i Cpi privi di segnaletica e dotazioni di arredo adeguate, ma soprattutto con dotazioni informatiche obsolete se non del tutto assenti; in ogni caso, manca ancora un sistema nazionale di condivisione delle banche dati, i collegamenti con quelle dell’Inps sono molto difficoltosi, completamente assenti quelli con le anagrafi dei comuni o degli uffici finanziari.

La parte di finanziamento non destinata all’assunzione dei dipendenti, quindi, sarebbe urgentemente da dedicare ad un piano di investimenti enorme in logistica ed infrastrutture, oltre che in formazione.

Sì, perché al di là della pura metrica del lavoro sul numero di utenti e dei contatti, si deve tenere conto che dietro alla gestione del reddito di cittadinanza vi è la complessa gestione del caso.

Le politiche attive del lavoro sono politiche di “attivazione”: i centri per l’impiego, tanto pubblici quanto privati, prima di poter giungere all’intermediazione di domanda ed offerta debbono fare un complesso lavoro su entrambe. Sul lato della domanda, che è quella espressa dalle imprese, occorre una faticosissima relazione di promozione, per acquisire la domanda e per soddisfarla nei tempi brevi richiesti dalle aziende, mettendole in contatto non con curriculum qualunque, ma con quelli di lavoratori effettivamente in possesso delle potenzialità operative necessarie.

Dal lato dell’offerta, cioè delle persone che chiedono lavoro, occorre acquisire i curriculum, comprendere le attitudini, le capacità, gli aspetti che rendano più o meno adattabile il lavoratore alle esigenze del mercato e adeguato alle richieste delle imprese.

La proposta di un’offerta di lavoro è la fase finale di un’attività di accoglienza, orientamento, verifica del curriculum, suo potenziamento con eventuali attività di formazione e/o tirocinio, abitudine ad una ricerca costante e corretta delle opportunità di lavoro.

Quindi, mentre la proposta di lavori di pubblica utilità per i beneficiari del reddito di cittadinanza, pur complessa, appare più facile da gestire, l’allestimento di corsi di formazione è certo cosa molto più complicata, anche perché occorrerà il coinvolgimento di scuole, centri di formazione professionale e università, nonché di enti bilaterali, poiché i centri per l’impiego non possono produrre formazione.

Inoltre, per le offerte di lavoro, intanto è necessario che il mercato del lavoro sia a sua volta attivo e non asfittico: le tre offerte possono essere rivolte ai beneficiari solo se le aziende abbiano prospettive di operatività tali da consentire loro di effettuare le assunzioni. Immaginare questo nel Sud appare oggettivamente ottimistico, nella situazione attuale.

Peraltro, almeno 3 offerte per una platea di 6,5 milioni di persone, significa avere sott’occhio, almeno un flusso di 19,5 milioni di domande di lavoro da parte delle imprese: performance dalla quale i centri per l’impiego sono lontanissimi.

Ma non basta. Come rilevato sopra, alle aziende occorre sottoporre lavoratori dotati di competenze e capacità adeguate alle loro esigenze. Non è difficile capire che dei 6,5 milioni di potenziali beneficiari del reddito di cittadinanza una gran parte sarà priva di formazione adeguata e con poca “occupabilità”. I centri per l’impiego, a meno di compromettere le già deficitarie relazioni con le imprese, non potranno permettersi di avviare a proposte di lavoro persone non qualificate o in situazioni tali di indigenza o di condizioni sociali da non consentire effettivamente di svolgere attività lavorativa in modo proficuo.

Già la sperimentazione del Rei, reddito di inclusione sociale, ha evidenziato il fallimento del tentativo di molti comuni di risolvere le questioni di povertà, considerandole come esclusivamente connesse alla mancanza di lavoro, per persone di età ben superiore ai 60 anni, o madri di più di tre figli molto piccoli senza alcuna precedente esperienza lavorativa e senza nemmeno mezzo di trasporto privato.

Si dovrebbe comprendere, quindi, che numeri e conoscenza effettiva (sia pur sommariamente qui riassunta) delle attività da svolgere rendono certo possibile attivare il reddito di cittadinanza, ma è impresa disperata farlo partire di botto nel 2019, in assenza di un’attività ampia ed estremamente complessa, quanto lunga, attività di potenziamento dei servizi pubblici per il lavoro.

____________________

Grazie a Luigi, per aver fatto due conti. Io resto della mia idea: identificare e separare le funzioni relative al mercato del lavoro da quelle sociali, cioè quelle relative all’ambito del Rei, come del resto Luigi stesso ha molto bene evidenziato. Dopo di che, usare convenzioni con agenzie private per l’aspetto riconducibile al mercato del lavoro, senza sprecare risorse a creare strutture pubbliche che sarebbero duplicati di quelle private, e potenziare invece le strutture pubbliche per gli aspetti sociali e la lotta all’esclusione. Cercare di tenere entrambe le dimensioni sotto lo stesso ombrello operativo rischia di creare forti disfunzionalità. (MS)

Sostieni Phastidio!

Dona per contribuire ai costi di questo sito: lavoriamo per offrirti sempre maggiore qualità di contenuti e tecnologie d'avanguardia per una fruizione ottimale, da desktop e mobile.

Per donare, clicca qui!