Paese vassallo o satellite dell’Ue, la vera Brexit non è quella promessa

Difficile dire se Theresa May sopravviverà, di sicuro sono ormai tramontati slogan e illusioni sul divorzio

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

La rivolta contro la bozza di accordo sull’uscita del Regno Unito dalla Ue ed il relativo regime transitorio è solo l’ultimo effetto di un problema ad oggi intrattabile.

Da un lato vi è l’ipotesi, che Theresa May vorrebbe scongiurare, di una Hard Brexit disordinata in cui il paese, dal 30 marzo 2019, finirebbe nel regime tariffario di base della WTO; dall’altro, la permanenza in un’orbita ravvicinata alla Ue ma come destinatario di direttive elaborate altrove, quella che molti politici britannici hanno definito una condizione di vassallaggio.

Il tentativo di evitare una dogana fisica tra Repubblica d’Irlanda ed Irlanda del Nord è l’elemento di più visibile criticità. Nelle more della scrittura di un trattato di libero scambio, Ue e Regno Unito potranno accordarsi su una proroga della transizione, di durata oggi non determinabile, durante la quale il Regno Unito resterebbe pienamente assoggettato alle norme comunitarie ed alla Corte di Giustizia europea, pagando contributi aggiuntivi al bilancio dell’Unione.

Terminata la transizione, se non fosse attuabile un commercio senza dogana fisica, l’Irlanda del Nord resterebbe integrata in unione doganale e mercato unico mentre il resto del Regno sarebbe in una unione doganale in teoria più lasca ma in realtà con vincoli stretti imposti da Bruxelles su aiuti di stato, standard su prodotti ed ambiente, norme sul lavoro e fiscalità, e non potrebbe firmare nuovi trattati commerciali extra Ue sulle merci.

È dura accettare una simile condizione per un paese che aspira a “riprendere il controllo”, come sosteneva il claim della Brexit, lanciato sul mercato elettorale assieme ad altri raggiri come i famosi 350 milioni di sterline a settimana che l’exit avrebbe riportato al dissestato servizio sanitario nazionale.

Non sappiamo se Theresa May riuscirà a sopravvivere politicamente a questo esito tossico, che congela a tempo indeterminato una sovranità nazionale fortemente attenuata; beffarda nemesi per chi viveva con insofferenza i vantaggi ed il potere di interdizione derivanti dall’appartenenza alla Ue.

Nella spazzatura della storia finiscono i proclami su “Brexit vuol dire Brexit” o su “nessun accordo è meglio che un cattivo accordo”, come anche l’illusione di negoziare da posizioni di forza a causa del forte deficit commerciale con la Ue o patetiche tattiche negoziali come la minaccia di creare una “Singapore d’Europa”.

Ora May mette in guardia da un’uscita caotica a fine marzo che metterebbe in ginocchio il paese, amputandone il settore finanziario e le catene di fornitura manifatturiera, ma che in realtà sarebbe l’unica ed autentica Brexit, cioè la pars destruens del divorzio.

Il Labour di Jeremy Corbyn cerca la spallata per arrivare a Downing Street ma a sua volta resta fortemente ambiguo sull’exit, perché sul tema è nel caos proprio come i Tories. Questa ipotesi di “uscita” e transizione di fatto calcia la lattina lungo la strada, per evitare la catastrofe. Il “controllo” può attendere.

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