Polizze vita a rischio di morte

Sul Financial Times, un commento di John Gapper su un tema che diverrà sempre più attuale, al crescere dell’avanzamento tecnologico e della sua invasività nelle nostre vite: la progressiva erosione del concetto di aggregazione del rischio (risk pooling) nello strumento della polizza vita per opera del meccanismo di selezione avversa. Un tema molto rilevante perché rischia di spostare sulla fiscalità generale nuovi oneri.

Come noto, le assicurazioni vita (e quelle sanitarie) sono basate sul risk pooling delle longevità individuali degli assicurati. Alcuni fattori di rischio sono riconducibili allo stile di vita, e come tali possono essere controllati e modificati con opportuni incentivi. Ad esempio Discovery, un gruppo assicurativo multinazionale con base in Sudafrica, ha introdotto un programma a premi per incentivare il raggiungimento e mantenimento di date soglie di attività fisica.

Ad uno dei programmi è associato il rimborso delle rate mensili di un Apple Watch, usato per il tracciamento dei progressi nell’attività fisica. I risultati sono positivi in tutti i paesi in cui la compagnia ha attivato lo schema di incentivi. La prassi di incentivare i comportamenti “sani” e l’esercizio fisico si sta estendendo ad altri assicuratori vita e salute. E sin qui, tutto bene. I problemi, commenta Gapper nel suo editoriale, nascono quando si consideri che non è solo lo stile di vita sano a determinare gli esiti di salute ma anche il patrimonio genetico. E nel secondo caso, almeno per ora, non c’è modo di modificare condizioni negative e criticità.

Se da un lato, almeno sinora, gli assicuratori hanno accettato di rispettare un codice di condotta che eviti screening genetici degli assicurati, non c’è nulla che impedisca a questi ultimi -in prospettiva- di indagare i propri profili di rischio genetico ed agire di conseguenza. Ad esempio, chi dovesse sottoporsi a test genetico ed apprendere di avere il rischio di sviluppare una patologia cronica avrebbe un forte incentivo ad assicurarsi, mentre chi fosse al riparo da questo rischio finirebbe con l’evitare l’esborso di una polizza sanitaria. Per quelle più strettamente di tipo vita resterebbe in essere la motivazione di investimento del risparmio.

In questo modo, quindi, al diffondersi della possibilità di conoscere i propri fattori di rischio genetico, si assisterebbe ad una progressiva erosione del risk pooling, ed al parallelo deterioramento dei conti degli assicuratori, che ad un certo punto straccerebbero gli impegni di non intrusione nella “privacy genetica” degli assicurati, e di conseguenza il prodotto Vita e Salute finirebbe ad essere solo un fondo comune con abbinata l’iscrizione alla palestra, per dirla in modo spiccio.

Come scrive Gapper a chiusura del pezzo, quando gli assicuratori non conoscevano le probabilità di vita degli assicurati, il loro lavoro era più semplice. La tecnologia è destinata a privarli dell’ignoranza.

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