Il rischio di sottostimare il debito pubblico

L’Osservatorio dell’Università Cattolica sui Conti pubblici italiani, diretto da Carlo Cottarelli, torna a guardare da vicino una componente piuttosto arcana (per i non addetti ai lavori) del rapporto debito-Pil, il cosiddetto aggiustamento stock-flussi, e scopre che nell’ultimo Def tale aggiustamento appare significativamente ridimensionato rispetto alle previsioni contenute nell’aggiornamento del Documento programmatico di bilancio (DPB) dello scorso dicembre. Perché?

Il commento, a firma di Andrea Gorga e Carlo Valdes, spiega cosa è esattamente l’aggiustamento stock-flussi (SFA, dall’inglese):

L’aggiustamento stock-flussi è (…) pari alla differenza tra l’aumento del debito e il deficit e include voci come il costo dei derivati, le risorse necessarie per incrementare le riserve di liquidità, le entrate da privatizzazioni, discrepanze statistiche e scostamenti tra contabilità di cassa e contabilità di competenza.

A queste componenti possiamo aggiungere, per indicazione dello stesso MEF, le stime di rivalutazione di titoli indicizzati all’inflazione e quelle sugli interessi corrisposti su buoni postali fruttiferi. Riguardo ai derivati, lo SFA è relativo al costo degli swap, valutari e di interesse, e delle eventuali opzioni ad essi legati.

Che problema c’è? Per cominciare, che il MEF non indica una disaggregazione puntuale tra tutte queste componenti, limitandosi a fornire stime sull’intero aggiustamento. Ma soprattutto, in soli quattro mesi la stima dello SFA sul triennio 2019-2021 si riduce in modo significativo:

Tra il 2019 e il 2021, l’aggiustamento stock-flussi, sempre al netto delle privatizzazioni, è pari a 27,6 miliardi. Per gli stessi anni, l’ultimo documento di finanza pubblica del 2018, cioè la revisione al Documento Programmatico di Bilancio inviato alla Commissione Europea il 18 dicembre, prevedeva invece un valore pari a 44,7 miliardi. Il DEF non fornisce una spiegazione del perché l’aggiustamento sia stato rivisto verso il basso di 17,1 miliardi. L’assenza di informazioni dettagliate non permette di capire, quindi, cosa sia cambiato nelle previsioni del governo.

Il fatto che in tre anni si “recuperi” minor debito stimato per 17 miliardi è quasi prodigioso, in effetti. Forse a dicembre vi fu un eccesso di prudenza? Forse oggi si cerca disperatamente di tenere bassa la stima di crescita del rapporto debito-Pil, quello che porterà la Commissione Ue ad aprire una procedura di infrazione contro l’Italia, dopo l’insediamento? Non c’è modo di saperlo, perché (appunto) lo stock non è disaggregato.

Questi aggiustamenti potrebbero tornare utili per “spalmare” su un triennio la demenziale cifra di 18 miliardi di euro di maggiori “privatizzazioni” (o maggiori entrate da revisione delle concessioni) promesse a Bruxelles mesi addietro.

A parte queste amenità, comunque, non distraetevi dal bersaglio grosso: sin quando il Pil nominale crescerà meno del costo medio del debito, il rapporto debito-Pil potrà solo aumentare. E con esso il rischio di attacchi speculativi al nostro debito pubblico. E quello che, presto o tardi, un nuovo Monti (ad esempio un Cottarelli o un Draghi) giungerà con la mannaia di un inasprimento patrimoniale per compensare debito pubblico e ricchezza privata e tirare avanti ancora per un po’, mentre gli autori del crack si sfileranno dai riflettori, sempre tuttavia pronti a latrare dalla confortevole opposizione contro il nuovo “servo di Bruxelles che impoverisce l’Italia”.

Ricordatevene, quando accadrà.

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