Primavera, germoglia il dissesto italiano

Qualche spigolatura dalle “Previsioni di primavera” della Commissione europea sulle economie dell’Unione europea. Col solito caveat: sono previsioni, non la costante di gravitazione universale. Indicano, qui ed ora, direzione di marcia e velocità di crociera dell’economia. Soprattutto comparativamente, tra paesi. Lo dico per aiutare prestigiosi economisti prestati alla direzione di giornali (cartacei ed online) a non ripetere in futuro che le previsioni “sono come l’oroscopo” o che “gli economisti non ci prendono mai”. Se per un attimo togliete sciarpa e fischietto, vi spiego alcune cose di ordine qualitativo ma pur sempre utili.

Procediamo per capitoli.

La stretta creditizia c’è ma non si vede (ancora)

Tra i punti dell’analisi generale che riguardano il nostro paese, e che non sono relativi a previsioni ma a sondaggi presso gli operatori economici, come quello sul credito svolto dalla Bce, si segnala che

Tra i maggiori stati membri, gli standard di credito per le famiglie hanno stretto soprattutto in Italia e Spagna.

Ed anche

Secondo la Bank Lending Survey, in area euro la domanda di prestiti da parte di aziende non finanziarie è rimasta invariata nel primo trimestre del 2019, ma le banche hanno segnalato un calo della domanda di prestiti in Spagna e Italia.

Queste sono evidenze molto interessanti. Perché? Perché, nel caso del nostro paese, indicano che le banche stanno concedendo credito alle famiglie secondo criteri più restrittivi. Cioè i tassi restano poco variati ma le banche razionano i prestiti in base ad un approccio più rigido al merito di credito del richiedente. Fatelo presente, a tutti gli opinionisti da bar secondo i quali “eh, ma i tassi sui mutui non aumentano, quindi non c’è crisi e fate solo allarmismo!”.

Mentre, dal versante delle aziende, cala la domanda di credito in Italia e Spagna. In questo secondo caso, però, ciò non causa frenate dell’economia, che prosegue imperterrita col suo +0,7% di crescita trimestrale. Sapete perché? Perché in Spagna è in corso un deleveraging aiutato dalla crescita, cioè una riduzione dell’indebitamento aziendale e delle famiglie. Quindi c’è minore esigenza di chiedere prestiti.

Credito a imprese non finanziarie

Tesoro, mi si sono ristretti gli investimenti

Un’altra previsione interessante: l’Italia nel 2019 sarà l’unico paese della Ue a vedere una contrazione dell’investimento, soprattutto di quello per macchinari ed attrezzature. Siamo in attesa di leggere editoriali sdegnati e programmi elettorali fondati sulla richiesta di più investimenti in Europa, soprattutto in Germania. Ma benedetti italiani, se non riuscite a sbloccare i cantieri, perché siete sempre alle prese col tradeoff tra il “liberi tutti” per i ladri e lo stato di polizia per onesti a viva forza, come potete pensare di andare a dare lezioni fuori dai patri confini?


“I Have a Debt”

Mentre in Eurozona ed Unione europea le dinamiche del rapporto debito-Pil sono su una traiettoria declinante dopo il picco del 2014, in Italia siamo in chiara e potenzialmente drammatica controtendenza. Altra palese conferma dell’eccezionalismo italiano, di cui vi parlo da tempo.

Eurozona, evoluzione del rapporto debito-Pil

Austerità-ta-ta-ta

Per tutti gli aficionados dell’eterno slogan “basta con l’austerità, è ora di finiamola“, ecco qualcosa di commestibile:

In particolare, nel 2019, un accresciuto deficit strutturale è previsto in Italia e Spagna, mentre una posizione fiscale ampiamente neutrale è prevista per Belgio e Francia. Per quanto riguarda i grandi stati membri che hanno surplus strutturali, Germania e Olanda sono attesi utilizzare parte del loro spazio fiscale per sostenere le prospettive di crescita.

Anche qui, per tutti quelli che “ma noi siamo soffocati dall’austerità, maestraaaaa!”: non è così perché il deficit strutturale italiano è previsto in allargamento. Mentre per quelli che “ma la Germania deve usare più stimolo fiscale, maestraaaa!”, pare sarete accontentati. In pratica, nel 2019 non ve ne andrà bene una.

Belgio, Spagna, Francia e Italia sono previsti avere considerevoli deficit strutturali nel 2019, combinati con livelli di debito prossimi o superiori al 100%, suggerendo che un ulteriore aggiustamento fiscale è necessario.

Cioè l’Italia, nel 2019, avrà una posizione fiscale strutturale modestamente anti-ciclica. Che tuttavia rischia di pagare carissima, con l’aggiustamento successivo. Che non sarà richiesto dalla Commissione di Bruxelles bensì dai mercati. Ma tanto, che problema c’è? Gli italiani hanno un’imponente ricchezza privata, non siamo la Grecia! Nel senso che saremo scorticati ben prima di finire i soldi, per la gioia degli investitori non residenti in Btp.

Variazione 2019 di saldo strutturale vs output gap

Queste erano solo le premesse generali. Per quanto riguarda il country specific, come direbbero quelli che hanno studiato, nel 2019

Il saldo strutturale di bilancio è atteso deteriorarsi da circa -2,25% del Pil nel 2018 a -3,5% del Pil nel 2020. In conseguenza di un minore avanzo primario e di un positivo differenziale tra tasso d’interesse e tasso di crescita il rapporto debito-Pil dell’Italia è previsto aumentare dal 132,2% del 2018 al 135,2% del 2020.

Se osservate il grafico qui sotto, che a mio avviso è uno dei più inquietanti, vedrete che l’Italia ha ormai un pesante deficit strutturale rispetto al Pil (che quindi richiede una forte correzione), ed un elevato rapporto di indebitamento, che se da un lato indica l’urgenza di tale correzione, dall’altro segnala il rischio di autoavvitamento da depressione dell’attività economica a seguito della stretta richiesta per ridurre il deficit strutturale. Quindi (vedi ancora più sotto), “dannato se lo fai, dannato se non lo fai”.

Saldo strutturale vs debito-Pil

La sintesi? Il deterioramento dell’economia italiana negli ultimi trimestri è stato impressionante. Una vera caduta verticale. Non solo: la devianza del nostro paese sulle metriche macroeconomiche si è pure accentuata, malgrado i campionati nazionali di masturbazione sullo 0,2% di “crescita” del primo trimestre, verosimilmente fatta per metà (ed oltre) da accumulo di scorte.

Ma quali sono state le determinanti di questo deterioramento? Due, soprattutto. Da un lato, la sofferenza della filiera automotive, con la crisi del diesel e delle emissioni che ha frenato e frenerà la produzione tedesca, anche se i minacciati dazi di Trump sulle auto europee non dovessero vedere la luce. Poi, la forte incertezza del tutto endogena, prodotta dalle scelte del governo italiano: più spesa corrente di infima qualità (come si addice a tossici da deficit per comprarsi la plebe), ed un atteggiamento da guappi ubriachi da parte dei cosiddetti leader della cosiddetta maggioranza.


La stima di un deficit-Pil al 3,5% nel 2020 deriva dall’ipotesi di no-action sulle clausole Iva, cioè che le medesime vengano trasformate in deficit aggiuntivo. Sic et simpliciter. Ma il modello utilizzato dalla Commissione Ue nulla dice sulla reazione dei mercati a questa eventuale scelta. In altri termini, non ci dice dove finirà lo spread in ipotesi di trasformazione delle clausole in deficit. Parimenti, sotto questo scenario, prevedere una crescita del Pil italiano dello 0,7% nel 2020, in conseguenza del maggior deficit, non considera che questa sarebbe una classica situazione di contrazione causata da espansione fiscale (contractionary fiscal expansion). Detto in altri e più mondani termini: ma guarda quanto sono coglioni sfortunati questi italiani, che riescono a spararsi nelle palle ad avere un danno anche quando tentano di stimolare la crescita.


Dannato se lo fai, dannato se non lo fai

Se scatta l’aumento Iva, il paese affonda per soffocamento dei consumi. Se invece l’aumento Iva diventa deficit, è del tutto verosimile un attacco speculativo al debito pubblico italiano (quindi alle nostre banche), che costringerebbe a manovre di riequilibrio brutale ed emergenziale, quasi certamente dal versante della tassazione patrimoniale. Colpiti e affondati.

In tutto ciò, il discorso pubblico di questo paese resta caratterizzato da quella che potremmo definire coprofagia bulimica, con patologici diversivi per fare accapigliare il popolino bue ed impedirgli di prendere visione del baratro verso cui il paese sta correndo. Ma resistete, il 26 maggio si vota, e l’Europa cambierà. Ci sarà in effetti una vittoria delle forze nazionaliste, quelle che decideranno che è vitale proteggersi dal contagio dei sovrani accattoni italiani. E vissero tutti felici e contenti.

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