Nel paese dei grandi investimenti incompresi

La notizia del giorno è che BlackRock, il più grande asset manager del pianeta, non parteciperà al salvataggio di Carige. C’è da dire che l’intera vicenda non è mai stata chiarissima, dalla sua genesi. Ad esempio, a me non è mai stato chiaro per quale motivo BlackRock, che nella vita fa altro e su ben altra scala, avrebbe dovuto comprarsi una banchetta regionale italiana in amministrazione straordinaria. Ho sempre avuto una immaginazione assai limitata, ve lo confesso.

Poi sono venute le precisazioni, del tipo che BlackRock avrebbe organizzato ed orchestrato uno special situation fund, cioè avrebbe messo l’involucro brandizzato dietro al quale avrebbero operato i veri acquirenti della banca, ovviamente ignoti. Ma anche così la cosa non mi tornava. Per quale motivo degli investitori internazionali dovrebbero tentare il turnaround di un’azienda del tutto peculiare come una banca dissestata in un settore in crisi strutturale in tutto il mondo o quasi (anche se gli utili spesso ci sono ancora, e robusti), e per di più in un paese in manifesto declino come l’Italia, dove una classe politica di demagoghi fuori controllo opera alacremente per picconare la certezza del diritto e del fare d’impresa?

Le risposte a queste domande continuavano a non suonarmi convincenti. Come quella che sosteneva che l’acquirente avrebbe usato la piccola banca di private banking di Carige, Cesare Ponti, per distribuire i prodotti di risparmio gestito. Ma davvero, per attuare una strategia banalmente commerciale e in un contesto geografico minore serve un’acquisizione? Direi proprio di no. Eppure sono riuscito a leggere tesi del tipo “certo, perché la Liguria ha risparmio pro capite superiore del 20% alla media italiana”, manco fosse l’Eldorado e senza considerare che una regione demograficamente decrepita in un paese “ricco” tende ad avere più stock di risparmio. E vabbè.

In precedenza, nelle more della costruzione vera o presunta di questo piano di acquisizione, abbiamo avuto anche levate di scudi da parte dei sindacati, timorosi che Carige potesse diventare una “boutique” di distribuzione di fondi e prodotti di risparmio gestito. Un momento surreale, per una banca che ha un rapporto tra costi operativi e ricavi che supera il 90%. Poi è intervenuto il Ministero dell’Economia, nella persona del titolare Giovanni Tria, per sostenere il tentativo di BlackRock, ed il sindacato che era pronto ad andare sulle barricate si è calmato. Almeno, questo è quanto abbiamo letto in questi giorni.

Ed ora, che accadrà? Dopo settimane e mesi in cui siamo stati rimbecilliti dalla abituale intossicazione informativa sulla “fila di pretendenti”, anzi no, di “qualificati operatori internazionali”, anzi no, ora resta la “ricapitalizzazione precauzionale” per mano dello Stato. Come avvenuto per MPS. Che tuttavia era un po’ più grande di Carige. Ma si sa, se Carige chiudesse, nessuno in Liguria otterrebbe più credito. Almeno così ci viene detto. Lo sappiamo, sono idiozie ma dobbiamo fingere di credervi, in nome del Sacro Territorio, quello dove le banche locali sanno esattamente a chi e come prestare i soldi (infatti, lo abbiamo visto).

Io credo che non esistano le premesse per una ricapitalizzazione precauzionale, ma questa è la mia irrilevante posizione. Piuttosto, la vicenda della scomparsa di pretendenti per Carige mi pare sia una stentorea risposta della realtà alle ardite teorizzazioni di Abi e Banca d’Italia, per le quali il bail-in non è la strada da seguire, e addirittura che tale prassi sarebbe “caduta in desuetudine” per mancata applicazione. Che strana logica. Oddio, “logica”.

Invece la via maestra dovrebbe essere, secondo i nostri banchieri privati e centrali, il denaro dei contribuenti, per evitare il babau chiamato panico. Per ora, prendiamo atto che gli oltre 300 milioni messi in Carige dal braccio volontario del Fondo interbancario di tutela dei depositi, sotto forma di obbligazione subordinata, sono destinati ad un bel falò. Ma non è un problema: le banche che hanno messo quei soldi potranno alzare i costi delle commissioni e dei servizi, e recuperare l’importo. Pagheranno i clienti, prassi in questo paese mai realmente “caduta in desuetudine”. Il “braccio volontario” avrà modo di dispiegare tutta la sua geometrica potenza di fuoco.

Ora prepariamoci ai fiumi d’inchiostro degli editorialisti di sistema, che ci ricorderanno che c’è del marcio in Deutsche Bank, che la Commissione Ue ce l’ha con noi, che le nostre sofferenze valgono assai più dei titoli “tossici” in giro per l’Europa. Bisogna avere davvero grande ammirazione, per questi signori. Da anni lottano a mani nude contro la realtà, chiedendo che i contribuenti italiani possano essere sfondati da più debito per salvare le nostre banche, “come hanno fatto in Germania”. Perché loro si e noi no?

Dopo i girotondi di gioia successivi alla sentenza del Tribunale Ue e la richiesta di bruciare in piazza la strega Vestager i Nostri erano tutti lì, in marziale parata, con lo scolapasta in testa e la penna imbracciata, pronta a far fuoco. “Finalmente liberi, nasce la Nuova Era in cui potremo fare debito pubblico per puntellare banche sgovernate dai loro azionisti e manager!”

E comunque, fateci caso: c’è sempre la fila di pretendenti, per alcuni gioielli nostrani. Si chiamino Alitalia, MPS, Carige o altre banche che seguiranno. Un vero peccato che queste file si dissolvano appena ci si avvicina al closing, vero o presunto che sia. I sogni muoiono all’alba. Decisamente, il mondo non capisce l’Italia e le sue peculiarità: dallo 0,1% in più di Pil che lancerà una cavalcata mozzafiato verso i verdi pascoli della crescita, misconosciuto da orridi burocrati senza cuore né senso comune, fino alle nostre aziende in dissesto, talmente peculiari da non riuscire a farsi capire dai potenziali acquirenti. Perché in realtà non sono dissestate ma diversamente floride.

È quasi una maledizione: essere un paese unico al mondo, con potenzialità devastanti, e scoprire che l’unica devastazione è quella inflitta ai propri contribuenti.


Aggiornamento del 10 maggio:

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