Inps, dove nuove meravigliose idee keynesian-sovraniste prendono forma

Il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, ha da sempre forte assertività sui temi economici e politici a rilevanza sociale. A volte, tale assertività travalica il suo mandato istituzionale, forse perché Tridico si esprime ancora da economista-demiurgo (antico vezzo della categoria) prima che da presidente dell’istituto di previdenza pubblica. Ieri ha rilanciato un suo vecchio pallino ed ha lanciato l’ipotesi di fare dell’Inps anche un player della previdenza integrativa.

Tridico ha ribadito la sua fondamentale prescrizione di ridurre l’orario di lavoro per stimolare la produttività in occasione della presentazione della diciottesima edizione del Rapporto annuale Inps. Si parte da una premessa:

[…] il nostro Paese si colloca in Europa nel gruppo di paesi ad alta intensità di ore lavorate per anno pro capite con un numero pari a 1.700 ore circa, superiore alla media dei paesi dell’UE a 15 pari a circa 1.500 ore lavorate pro capite per anno. Questa riflessione appare ancora più urgente se si considera il più alto tasso di disoccupazione in Italia rispetto alla media di quei paesi.

Ora, sarebbe assai opportuno indagare i motivi di tale situazione. Forse nel nostro paese l’occupazione tende a gravitare attorno a settori a basso valore aggiunto e stagnante crescita della produttività? Magari secondo dinamiche molto simili a quelle della Grecia? Si direbbe di sì, vista la premessa dello stesso Tridico, che afferma che nell’industria

[…] si registrano i maggiori eccessi di orario di lavoro, definiti dall’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro, ndr) come orari settimanali superiori a 40 ore, con punte che arrivano a 50, 51 e 52 ore rispettivamente nel settore delle costruzioni, nel settore estrattivo e nel settore tessile.

Tre settori che non paiono esattamente le punte di diamante nella generazione di valore aggiunto, non trovate? Ma per Tridico, che da tempo martella sul tema, si deve avviare l’immancabile “riflessione” di stampo “lavorare meno, lavorare tutti”. Ah, ovviamente a retribuzione invariata, ça va sans dire. Sono le suggestioni keynesiane all’italiana, ormai sempre più radicate in un paese che rappresenta la retroguardia culturale dell’Occidente e non solo, sui temi economici e sociali. Un giorno servirà fare una “riflessione” anche su questo fenomeno, oltre che sulla ossessiva riproposizione di modellini superfissi che manco più possono definirsi pansindacali e sessantottardi.

Mi affascina da sempre, questa singolare inversione dei flussi causali. Che vede il taglio dell’orario di lavoro come leva strategica per indurre una riconversione produttiva verso maggior valore aggiunto. Rappresenta l’ennesima conferma della sindrome del Barone di Munchausen, quello che voleva sollevarsi da terra tirandosi per il suo bel codino di capelli, che affligge il mainstream italiano. Affligge? Punti di vista: loro ne vanno orgogliosi.

A parte ciò, Tridico ha lanciato un’altra proposta: creare un fondo previdenziale integrativo, da secondo pilastro, gestito dall’Inps, in concorrenza con quelli privati, sia aperti che chiusi, questi ultimi settoriali.

Interessante. Servirebbe forse a generare commissioni di gestione da mettere a conto economico dell’istituto? Ma Inps ha il know how? E dove investirebbe? Visto che la platea degli aderenti a sistemi previdenziali integrativi sfiora di poco il 30%, secondo Tridico i margini sono ampi. Riguardo alla gestione, serve

[…] garantire una prudente gestione dei fondi, mirando a una maggiore canalizzazione degli investimenti in Italia.

Eh, la “canalizzazione degli investimenti in Italia”. Nuovo inno nazionale. Sarò pedante e monotematico ma proprio non riesco a comprendere come sia possibile ottenere “una prudente gestione dei fondi” eliminando la diversificazione geografica, o comunque limitandola fortemente. Senza contare che la “canalizzazione degli investimenti in Italia” può prendere la strada del finanziamento del debito pubblico, quindi una sorta di vincolo di portafoglio (che tanto piacerebbe ai nostri sovranisti), oppure quella del finanziamento diretto delle imprese, e per ciò stesso aumenterebbe la rischiosità degli investimenti.

Senza contare che la nostra struttura produttiva resta finanziata su basi bancocentriche. Dovremmo quindi aspettarci la discesa in campo del fondo integrativo Inps nell’attività di direct lending alle imprese? Oppure diverrebbe una sorta di fondo di private equity o addirittura di venture capital? In tutti questi casi avrebbe senso parlare di “gestione prudente”? Confermo di avere seri dubbi.

Attendiamo le nuove meravigliose idee del presidente Tridico. Ci corre l’obbligo di constatare che la prima di tali idee, quella relativa al moto perpetuo del reddito di cittadinanza, che farebbe aumentare il nostro output gap permettendoci di conseguenza di fare ancora più deficit, non pare essersi realizzata.

Forse, in un futuro non troppo lontano, avremo effettivamente un forte aumento di disoccupazione; non come effetto del reingresso tra le forze di lavoro di soggetti scoraggiati ma per l’innalzamento significativo del salario di riserva provocato dal reddito di cittadinanza. Chissà. Alla fine, non importa di che colore è il topo ma importa che il topo contribuisca al dissesto del paese. O no?

Dove invece il presidente Inps sembra aver perso la sua assertività e loquacità è in merito ad una levata d’ingegno del governo, che per puntellare il moribondo Inpgi ha deciso di deportarvi i cosiddetti “comunicatori”, ottenendo in tal modo il doppio risultato di depauperare le casse Inps e rinviare (chi l’avrebbe mai detto?) la resa dei conti dell’istituto previdenziale dei giornalisti, con il rischio la certezza di far lievitare il conto del salvataggio a carico dei contribuenti tutti. Chi vuol farsi un’idea molto precisa della vicenda può leggere questo commento di Tito Boeri, il predecessore di Tridico.

A meno di sviste, non abbiamo rinvenuto traccia di reazioni dell’attuale presidente Inps a questo danno all’istituto ed alla fiscalità generale. Forse perché si tratta di materie minori rispetto al GDK, il Grande Disegno Keynesiano, che informa pensiero ed opere di Tridico.

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