I due esperimenti del Regno sempre meno Unito

Inizia la vera Brexit, o meglio il percorso verso di essa. Ma i due esperimenti populisti che si sono fronteggiati in questa campagna elettorale britannica continueranno a darsi battaglia, anche altrove.

Bene, ora che è finita la Fase 1 (ma forse è la 12, non saprei), il Regno Unito può levare gli ormeggi verso il tipo di ignoto che i suoi elettori ieri hanno scelto in modo schiacciante. Ma credo sarà utile tenere la mente anche sull’altro esperimento, quello che non si è realizzato. Perché potrebbe anche tornare in scena, in caso di drammatico fallimento nella esecuzione dell’esperimento oggi vincente.

Boris Johnson ottiene una eclatante vittoria, subito paragonata per ampiezza di scarto sul Labour a quelle dei tempi di Margaret Thatcher. La mente umana è fatta così, cerca le analogie e se le crea, se serve. Il cordone ombelicale giuridico tra Regno Unito e Ue è finalmente reciso, dopo tre anni e mezzo sfiancanti. Il cordone economico e della realtà non lo sarà ancora per molto tempo.

O meglio, Johnson ha messo come punto fermo della sua sequenza di azione la data del 31 dicembre 2020 per raggiungere un accordo con la Ue per un trattato di libero scambio. Sino a quella data, resterà nei fatti il quadro giuridico attuale. Ci sarebbe una scadenza al 30 giugno, per richiedere una nuova proroga ma Johnson, oggi, la esclude radicalmente. Non potrebbe dire altrimenti.

Regno Unito e Ue non partono da un foglio bianco. Ciò potrebbe aiutare ma anche ostacolare, visto che Johnson vorrà aumentare il più possibile i gradi di libertà rispetto a Bruxelles nella determinazione della politica economica ma anche di quella sociale del Regno. Se il 31 dicembre non sarà stato ottenuto un accordo, dal giorno dopo servirà una proroga oppure si verificherà una Hard Brexit, nel senso che il Regno Unito finirà a commerciare con la Ue a mezzo della cornice di dazi della WTO, a sua volta moribonda per mano americana.

Ora Johnson darà il via libera ad un budget di forte aumento di spesa pubblica, sia di natura sociale che infrastrutturale. È atto dovuto, sia perché grazie a queste promesse i Tory hanno guadagnato elettori anche nel Nord del paese, quello più povero (ed anche culturalmente deprivato e socialmente conservatore), sia per l’esigenza di spingere la crescita in un anno che sarà comunque cruciale per il progetto Brexit.

Lo sconfitto è Jeremy Corbyn ed il suo manifesto neocollettivista, fatto di nazionalizzazioni a mani basse, forti aumenti di tasse, un atteggiamento punitivo nei confronti dell’attività d’impresa, per usare un blando eufemismo. Persino una socializzazione strisciante, con l’esproprio del 10% in dieci anni delle azioni delle imprese di maggiori dimensioni, consegnate ad un trust sindacale incaricato di distribuire i dividendi (ove mai ve ne fossero stati) ai lavoratori sino al tetto di 500 sterline annue, ed il resto al Tesoro. La rivoluzione in un solo paese, in pratica.

Corbyn perde per le sue ambiguità sulla Brexit e per la sua purezza ideologica. Si conferma che, tra un populismo di destra che promette di far uscire i soldi dal cilindro (o di stamparli), ed uno di sinistra, che punta ad espropri proletari e guerre di classe con piume e catrame, a vincere è il primo. Anche presso i colletti blu.

Sconfitta, almeno per ora. Se il progetto Brexit di Johnson dovesse schiantarsi in una Hard Brexit, il successore di Corbyn (o egli stesso, forse) potrebbe anche riutilizzare il progetto neo collettivista, magari inasprendolo. Nel frattempo, come da attese, la purissima sinistra italiana celebra l’esaltante sconfitta di Corbyn e cerca l’oppio altrui dopo essersi fatto un cannone gigante col proprio. La solita fabbrica di certezze, insomma.

Ma in tutto ciò, il Regno resterà Unito? In Irlanda, dopo che i partiti unionisti hanno perso la loro maggioranza a vantaggio di forze nazionaliste, le spinte alla riunificazione del paese potrebbero riaccendersi, soprattutto quando tornerà la discussione infinita (perché tornerà, tranquilli) sul backstop di confine tra le due Irlande. La Scozia, che non voleva la Brexit ma l’indipendenza dentro la Ue, è ora in mano al partito che promuove quei punti di programma. Nuove tensioni indipendentiste sono scontate.

Due esperimenti maggiori, ed altri “minori”, quindi. Il laboratorio britannico ora ha davvero aperto i battenti. Occhio a provette ed alambicchi, l’esplosione non è un rischio così remoto.

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