Podcast – Redistribuire l’impoverimento: le grandi riforme italiane in direzione ostinata e contraria

“Abbiamo salvato il paese dalla bancarotta, evitando gli aumenti Iva”, è lo stralunato mantra del segretario del Pd, peraltro in affollata compagnia. Ottimo, ora quindi possiamo aumentare l’Iva (nel paese primatista europeo di evasione Iva), ripetono altri esponenti del medesimo partito, alla ricerca di coperture per l’epocale riforma Irpef che hanno in mente, oltre che per affrontare l’immutato problema di aumenti Iva nel 2021. Se siete confusi, siamo con voi. Ma nei giorni scorsi sono stati resi noti i suggerimenti del Fondo Monetario internazionale al nostro paese, e di alcuni di essi non c’era traccia sulla nostra stampa.

Ad esempio, non ho trovato traccia del reiterato suggerimento di spostare la contrattazione collettiva a livello di azienda, per riallineare produttività e retribuzione, oltre che i differenziali locali nel costo della vita, fissando quindi in questo contesto un salario minimo che è naturale complemento al decentramento della contrattazione. E che magari andrebbe integrato da uno strumento di sostegno ai working poor come l’EITC. Invece, da noi si discute di salario minimo come grida manzoniana per innalzare i salari in un contesto di contrattazione collettiva che resta nazionale. Sarà interessante vedere che accadrà in Spagna, dove il nuovo governo di sinistra punta ad un percorso esattamente opposto, cioè a ri-centralizzare la contrattazione collettiva, che era stata decentrata con la riforma del 2012.

Ancora: il FMI loda ma critica l’esile riduzione del cuneo fiscale prodotta dal bonus 100 euro, che non riuscirà neppure a scalfire il differenziale a noi sfavorevole con la media europea. Forse perché prima si innalza la produttività e poi la si redistribuisce, mentre da noi il mainstream punta a redistribuire e vedere se in tal modo ci solleviamo da terra tirandoci per le stringhe col magico moltiplicatore.

Che fare, quindi? Per il FMI allargare la base imponibile sfoltendo e riducendo drasticamente le tax expenditures per ridurre le elevate aliquote nominali e le distorsioni da esse causate, e trovare le coperture. La direzione opposta a quella di un paese che ha ucciso l’Irpef a colpi di imposte sostitutive e tax expenditures, per vincere l’elezione successiva.

Lodi e critiche anche per le misure di attenuazione della povertà, col reddito di cittadinanza troppo alto rispetto alle prassi degli altri paesi, e che di conseguenza disincentiva l’offerta di lavoro, anche attraverso eccessiva penalizzazione per chi trova un lavoro temporaneo. La scala di equivalenza familiare è troppo schiacciata, quindi le famiglie numerose sono fortemente penalizzate. Ma questo è semplicemente il frutto della scarsità di risorse e dell’elevata soglia minima individuale del reddito, e lo sappiamo da sempre.

Insomma, difficile sfuggire all’impressione che le grandi riforme “progressiste” dell’attuale maggioranza aggravino i problemi esistenti, anziché iniziare a risolverli. Nell’anno in cui l’Italia rischia di pagare cari alcuni shock esterni già visibili (vedi orrido dato di Pil del quarto trimestre) il rischio è quello di redistribuire l’impoverimento. 

Agli antropologi del futuro il compito di studiare il mistero (ridicolo anziché buffo) del paese i cui governi pro tempore annunciano sempre epocali riduzioni di tasse, salvo scoprire che la pressione fiscale resta stabile o tende ad aumentare. Buon ascolto.

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