Assunzioni di beneficiari del Reddito di cittadinanza: causalità o correlazione?

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

Ella ha capito quanti beneficiari hanno trovato un lavoro per effetto delle attività connesse alla percezione del Reddito di cittadinanza? Questi pixel confessano di non esserci riusciti. Il dato diffuso dal monitoraggio Anpal pare fotografi una situazione di fatto, 40.000 beneficiari che lavorano, rispetto alla quale isolare esattamente coloro che abbiano trovato lavoro grazie al RdC non è semplice.

Probabilmente, ancora è presto e mancano strumenti statistici condivisi e specifici per tracciare questo dato. E, a ben vedere, allo stato dei fatti, se l’obiettivo è misurare le attività dei centri per l’impiego occorre considerare qual è la loro primaria funzione, che non è esattamente solo quella di trovare lavoro, bensì di cercare lavoro. Non è la stessa cosa.

Partiamo dall’elemento iniziale. La quantità di persone che sono state contattate dai centri per l’impiego è piuttosto ampia: 263.000 sottoscrittori del patto di servizio non è cosa da poco.

In apparenza le persone da convocare sarebbero 908.000, ma tra queste vi sono una quantità di esclusi o esonerati dalla sottoscrizione del patto, perché lavorano già al momento della convocazione, oppure studiano, o hanno incombenze di cura di minori o disabili o sono a loro volta categorie protette.

Sta di fatto che un risultato, sul piano del sistema delle politiche attive del lavoro, è stato colto. Le politiche del lavoro hanno un compito primario, che troppe volte viene trascurato o considerato non rilevante: l’attivazione delle persone. Spesso, ma erroneamente, si misura la funzione dei servizi per il lavoro (pubblici, ma anche privati) in funzione delle assunzioni mediate. Da qui il mito del 3% (di assunti tra gli iscritti ai centri per l’impiego) troppo basso e troppo poco. Poi, guardando le rilevazioni, nessuno sa questo 3% cosa abbia a numeratore e a denominatore.

L’incontro domanda ed offerta e, soprattutto, il successo di questa intermediazione con un’assunzione non può che essere il frutto di una serie di azioni, il cui presupposto consiste appunto nell’indispensabile “attivazione”: la persona priva di lavoro viene indotta a presentare la dichiarazione di immediata disponibilità alla ricerca attiva di lavoro (Did) e così ad essere registrata amministrativamente come disoccupata.

Da questo momento, possono scattare le “politiche attive”, le quali altro non sono se non misure di guida nella ricerca di lavoro, diversamente dimensionate a seconda della profilazione dell’utente, almeno nelle seguenti: immediata proposta di lavoro per le persone fortemente qualificate ed appetibili nel mercato; oppure percorsi variabili in quantità, qualità e lunghezza a seconda del profilo, del titolo di studio, delle esperienze, della disponibilità alla mobilità geografica, che possono comprendere tutti o alcuni questi elementi: colloqui di orientamento, redazione del curriculum e sua pubblicazione in siti di incrocio, attività di formazione breve o corsi per l’acquisizione di una qualifica o la modifica delle competenze, tirocini, azioni di accompagnamento al lavoro miste composte da colloqui, tirocini, formazione breve, dotate di risorse che finanziano in parte a progetto in parte a risultato i soggetti che gestiscono questi percorsi (è l’esempio dell’Assegno di Ricollocazione o, in parte, di Garanzia Giovani).

Ora, Titolare, il Reddito di Cittadinanza è oggettivamente una misura prevalentemente orientata a rimediare ad una situazione di povertà, piuttosto che una vera e propria misura di politica attiva. Tanto è vero che ha come destinatari nuclei familiari, nei quali spesso solo alcuni componenti possono essere realmente coinvolti in azioni di ricerca di lavoro.

In ogni caso, il Reddito ha spinto indubbiamente centinaia di migliaia di persone, che il lavoro non lo cercavano, ad andare presso i centri per l’impiego per impegnarsi a produrre tale ricerca e conseguentemente a ricevere le facilitazioni alla ricerca di lavoro viste sopra.

È chiaro che l’ipotesi di un incontro domanda offerta di lavoro che si chiuda attraverso la stipulazione di un contratto di lavoro con un’azienda è presente, ma generalmente si manifesta alla fine del percorso di ricerca e non con immediatezza. Questo vale a maggior ragione per molti dei soggetti beneficiari del RdC, le cui caratteristiche socio-lavorative spesso li presentano come persone abbastanza deboli nel mercato del lavoro, perché con competenze basse ed esperienze non troppo qualificanti.

Il che non esclude che tra i beneficiari possano esservi: a) persone capaci di trovare il lavoro, una volta attivati; b) persone comunque già attive nel mercato, pur non essendosi manifestate come “disoccupati” sul piano amministrativo e, quindi, già con contatti di lavoro avviati.

Ora, rispetto ai numeri proposti dal monitoraggio manca un elemento decisivo: la tracciatura certa che il rapporto di lavoro dei beneficiari sia stato causato o indotto dalla circostanza che queste persone si siano attivate grazie al RdC.

A questo scopo, occorrerebbe che il sistema delle Comunicazioni Obbligatorie evidenziasse che una certa assunzione sia stata intermediata (attraverso una proposta o una selezione o preselezione) dal centro per l’impiego (oppure anche da un soggetto privato). Ma, attualmente questo legame tra assunzione e provenienza del lavoratore da un’azione di intermediazione non esiste.

Col RdC sarebbe possibile un link abbastanza certo tra assunzione e percezione del beneficio, nel caso di aziende che, assumendo il percettore, si giovino degli sgravi previsti dalla norma. Oppure, attraverso monitoraggi dell’Anpal, capaci di misurare quante azioni di ricerca svolte dai navigator si siano tradotte in assunzioni (anche non agevolate dagli sgravi), sempre che i sistemi informativi delle regioni lo consentano.

Altrimenti, si va a stime e buon senso. Come nel caso di specie. I circa 40.000 percettori che hanno trovato lavoro non è detto che lo abbiano reperito grazie al reddito. Come rilevato sopra, alcuni percettori sono stati esclusi dalle convocazioni ai fini della sottoscrizione del patto, perché già lavoravano prima ancora di essere chiamati dai centri per l’impiego. Altri indubbiamente hanno trovato lavoro da sé dopo la sottoscrizione del patto, ma non necessariamente perché guidati dai centri per l’impiego e/o dal navigator. Tuttavia, l’attivazione delle persone, che al momento della sottoscrizione del patto di servizio ricevono un primo orientamento e una prima guida su come agire nel mercato per cercare lavoro, può comunque essere stata la scintilla utile a consentire loro di reperire l’impiego anche senza la guida costante dell’intermediatore pubblico.

In questa fase, quindi, il dato dei circa 40.000 beneficiari andrebbe visto per quello che è: un elemento oggettivo, del quale non è certa la causa, anche se un vero obiettivo il sistema l’ha ottenuto e consiste nell’attivazione di centinaia di persone che altrimenti avrebbero potuto restare inerti.


Ho chiesto a Luigi un commento alla notizia perché volevo capire se fosse possibile isolare dal totale dei collocati quanti lo fossero proprio grazie alle misure del Reddito (causalità) e quanti invece avrebbero comunque trovato un impiego (correlazione), vista la natura assai grezza dei dati pubblicati da Anpal, una semplice estrazione dalle comunicazioni obbligatorie Inps. Dal commento di Luigi si conferma che, ad oggi, unico risultato certo del Reddito di cittadinanza, nell’ambito delle politiche del lavoro, è stata la riattivazione dei beneficiari idonei al collocamento. Ma ancora nulla possiamo dire riguardo alla possibilità che il RdC in quanto tale abbia direttamente causato le assunzioni dei soggetti beneficiari della misura. Per la causalità occorre attendere, quindi. Il tutto fermi restando i difetti originari della misura: voler gestire con un solo strumento le politiche del lavoro e quelle sociali, fissare una scala di equivalenza familiare troppo schiacciata (per mancanza di risorse finanziarie) ed al contempo tenere troppo elevato il salario di riserva (erogazione al singolo), incentivando in tal modo la disoccupazione volontaria, in presenza di un sistema sanzionatorio che resta molto blando e sostanzialmente neutralizzabile.
Ulteriore nota a margine: circa due terzi delle assunzioni sono state effettuate in regime di tempo determinato. Ad oggi, nulla sappiamo di conteggi multipli di quelle assunzioni sul totale. Ad esempio, nell’arco di tempo considerato nella statistica di Anpal Servizi ci sono persone che hanno avuto più rapporti a termine? La qualità dei dati è tutto. Quando manca quella, resta solo la propaganda. Vero, professor Parisi e ministra Catalfo? (MS)

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