Versare petrolio sul fuoco

Oggi (domenica) le borse del Golfo sono colpite da fortissimi ribassi. Non è il timore per la pandemia di coronavirus (almeno, non è la motivazione diretta ma certamente quella indotta), bensì la resa dei conti tra Arabia Saudita e Russia, che minaccia di far crollare il prezzo del greggio. E per il mondo non sarebbe una buona notizia: soprattutto ora, anche se in molti penserete il contrario.

L’antefatto: OPEC e Russia non sono riuscite a trovare l’accordo per tagliare la produzione globale di greggio e puntellarne i prezzi, in caduta dopo lo shock della pandemia, destinata a causare una gelata della domanda con pochi precedenti.

Secondo molti osservatori, il rifiuto della Russia di rinnovare l’accordo con l’OPEC deriva dal desiderio di Mosca di dare una lezione ai produttori statunitensi di shale oil, che sinora hanno goduto il beneficio di prezzi sostenuti e sacrifici di produzione fatti da altri. Ma anche così, gli americani non se la passano benissimo: aver emesso debito a getto continuo negli ultimi anni per finanziare gli investimenti, contando su prezzi elevati rispetto ai punto di pareggio (che è sceso per innovazione delle tecniche di fracking e recuperi di produttività) ha reso comunque fragile il settore, e ci sono crescenti rischi di ristrutturazione di un debito che è sempre più junk.

Oggi, l’Arabia Saudita, nell’evidente tentativo di dare una lezione alla Russia, ha annunciato forti ed anomali ribassi ai propri listini per consegne in aprile. Secondo il Financial Times, si va da 4-6 dollari di sconto al barile per l’Asia agli 8 dollari per l’Europa nord-occidentale, mercato di elezione per i russi, passando per i 7 dollari in meno al barile venduto negli Usa.

I sauditi hanno la maggiore capacità produttiva di riserva, e questa mossa costringerà altri paesi del Golfo a seguire, per non perdere quote di mercato, colpendo i paesi con i maggiori costi di estrazione o di breakeven “fiscale, cioè il prezzo del greggio che determina l’equilibrio di bilancio di un paese produttore, data la produzione.

A cascata, una simile iniziativa rischia di stendere un discreto numero di produttori americani di shale, e mandare onde sismiche ai mercati (come se ve ne fosse bisogno), attraverso il default del loro già fragile debito.

Ecco quindi perché non stupisce vedere oggi l’indice azionario di Dubai segnare il maggiore ribasso dalla crisi finanziaria del 2008, e quello di Abu Dhabi dal 2014, anno in cui una simile iniziativa saudita fece precipitare il greggio a 30 dollari al barile. Il combinato disposto di sovrapproduzione e crollo di domanda rischia questa volta di avere effetti drammatici. Né stupisce vedere le quotazioni delle banche del Golfo subire con violenza questa situazione.

Non bastava la pandemia, ora versiamo anche petrolio sul fuoco. A margine ma non troppo, citiamo anche il default del Libano, il paese sovrano che emette debito pubblico in dollari, sottoscritto dalle proprie banche commerciali. Non è il caso di fare gli spiritosi, ma un caso da manuale di auto-contagio.

Aggiornamento del 9 marzo: puntuale, ecco il crash.


Photo by Kremlin.ru / CC BY

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