La strada per l’inferno è lastricata di buone pianificazioni

Oggi su due quotidiani ci sono due interviste che, opportunamente incrociate mediante unione dei puntini, ci suggeriscono cosa bolle in pentola nel Grande Schema delle Cose, o meglio delle visioni per l’Italia che verrà dopo la pandemia. Come sempre, est modus in rebus, ma attenzione a ingegneri sociali, demiurghi e pianificatori centrali onniscienti.

Su la Stampa, intervista al viceministro allo Sviluppo economico, Stefano Buffagni (M5S), che illustra la sua idea di iniezioni di capitale azionario e non di debito per le imprese sino a 250 dipendenti. Ecco il dettaglio nelle sue parole:

Chiamiamolo CoronaEquity, sarà una misura molto semplice: se in un’azienda fino a 250 dipendenti l’imprenditore intende fare un aumento di capitale, lo Stato glielo raddoppia. Diventa un azionista di supporto, con l’obiettivo poi di uscire dopo qualche anno, e senza aggravi per l’impresa. Se i soci mettono 100 mila euro, lo Stato ce ne mette fino ad altri 100 mila. Il meccanismo lo si sta perfezionando, ma il senso è che quando l’impresa investe su sé stessa lo Stato investe sull’impresa.

La cosa è, in astratto, interessante. Se il problema di questa fase è che si spingono le aziende a fare debito per sopperire a distruzione di fatturato (anziché erogare sovvenzioni a fondo perduto), il rischio o la certezza è che alla fine della pandemia le medesime si trovino con un tale fardello di debito da collassare a stretto giro.

Ecco quindi, l’utilità di erogare aiuti in modo da ridurre l’onere debitorio d aiutare la ricapitalizzazione. Ci sono ovviamente molti dettagli da precisare, dentro i quali si nasconde una legione di demoni. Ad esempio, le PMI hanno struttura proprietaria in prevalenza familiare ed avversione più o meno forte alla presenza di soci esterni. Questo è uno dei motivi per cui tendono ad usare il debito anziché il capitale proprio, mettendosi spesso in condizioni di fragilità finanziaria.

Poi bisognerebbe capire che tipo di capitale sarebbe quello pubblico. Se si vuole evitare che lo Stato entri a piedi uniti a comandare in azienda, o comunque a rappresentare una agguerrita minoranza di blocco, dovrebbe trattarsi non di capitale ordinario e neppure privilegiato ma equivalente alle azioni di risparmio: quindi maggiorazione dei dividendi ordinari e poco altro, a beneficio dei contribuenti.

Buffagni pare concordare con questa considerazione. Lo Stato vuol fare il gestore?

No, non si intende gestire proprio nulla. L’idea è quella di una presenza temporanea, come un “fondo di minoranze”, lo Stato uscirà senza obbligare l’impresa a riacquistare la quota. Gli aspetti tecnici li stiamo definendo, ma il senso è che il supporto al capitale sarà “rimborsato” allo Stato attraverso vari meccanismi virtuosi: ad esempio, considerando gli utili futuri e il maggior gettito fiscale garantito. Alla fine del percorso lo Stato esce dall’azienda, che però sarà più patrimonializzata, più forte, con un migliore rating aziendale e bancario.

Non è tutto chiarissimo ma mi pare che l’idea di base sia buona. Una sorta di anticipo su ricapitalizzazioni future. Vedremo se e come verrà portata avanti, e con che risorse. Visto che gli aiuti di Stato sono sospesi, usiamo questa finestra di opportunità in modo intelligente.

Ma, come noto, c’è sempre il rischio che “qualcuno” decida di mettersi a fare l’ingegnere sociale, a scegliere vincitori e sconfitti, a definire minuziosamente cosa le aziende devono, possono, non devono e non possono fare.

Ed infatti, veniamo alla seconda intervista rilevante della giornata, quella a Mariana Mazzucato, che fa parte della task force di “riapertura” di diciassette esperti guidata da Vittorio Colao, dopo essere stata chiamata da Giuseppe Conte settimane addietro come consulente nel ridisegno della improbabile politica industriale del paese.

Intervistata da Francesco Manacorda su Repubblica, Mazzucato ripropone la sua preferenza per una guida statale forte ed invasiva. Oggi la commissione Colao è orientata al breve termine ed alle riaperture, ma Mazzucato guarda oltre, ben oltre:

Più interessante ancora è per me pensare alle prospettive a medio lungo termine del Paese e all’occasione che abbiamo per trasformare l’economia italiana, cosa che peraltro si lega alla ragione per la quale Conte mi ha chiamato a febbraio.

E che fare, quindi? Usare una “politica di indirizzo”, fatta di incentivi e disincentivi fiscali per spingere il settore privato ad investire in ambiti che l’onnisciente decisore centrale pubblico immagina saranno quelli giusti per domani. Interessante, no? E quali potrebbero essere, gli assi portanti di questa “politica di indirizzo”?

Spetta a ogni governo decidere, ma certo ci sono temi che sono sotto gli occhi di tutti: la necessità di andare sempre più verso una “green economy”, il divario tra Nord e Sud da ripianare, il divario digitale sia da un punto di vista sociale (tra individui) che economico (tra imprese), la piccola dimensione delle imprese che rischiano di non poter resistere a urti sociali e tecnologici. Oggi lo Stato dà già molto alle aziende, ma sempre sotto forma di sussidi e incentivi a pioggia per cercare di risolvere fantomatici fallimenti di mercato. Invece serve un ruolo imprenditoriale dello Stato, che agisca in simbiosi con le imprese, indirizzando e coordinando investimenti e iniziative e che dimostri di avere una strategia, una visione di quale economia vogliamo.

Vaste programme, come si nota. Il tutto a colpi di incentivi e disincentivi fiscali. Ed aiuti pubblici con forte condizionalità. E quando avremo finito con questa immane opera demiurgica, e scoperto che il mondo va “altrove” rispetto a “quale economia vogliamo”, che facciamo? Smantelliamo tutto o prendiamo atto di aver fatto degli errori e cerchiamo un nuovo demiurgo pianificatore centrale?

Giusto che lo Stato cerchi di trarre utili dallo sviluppo di aziende al cui capitale partecipa a seguito di salvataggio, per carità. Troppe volte si sono privatizzati profitti e socializzate perdite. Ma se la contropartita diventa una pianificazione centrale invasiva ed occhiuta, chiamata propagandisticamente “capitale paziente”, temo che saremo travolti da unintended consequences. E comunque, diciamo che di merchant bank e private equity a Palazzo Chigi e dintorni ne abbiamo già avute ed ancora ne abbiamo.

Quindi, occhio: a volte le idee potenzialmente buone (come quella illustrata da Buffagni) diventano armi a doppio taglio, e passare da “fantomatici fallimenti di mercato” a devastanti fallimenti di stato, il passo è breve. Soprattutto in questa Italia del Reset immaginario e del dissesto tangibile, anno Domini 2020.


Photo by Chad Crowe

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