PA, vacanza da smart working? Facciamo due conti

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

Lo smart working è una vacanza e se lo è, per chi? Le domande che pone Domenico De Masi in merito a quanti dipendenti della pubblica amministrazione abbiano potuto avvantaggiarsi di un lavoro agile come lungo periodo di ferie nell’articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 23 giugno 2020 dal titolo “Con lo smart working ci guadagniamo tutti”, meritano una risposta.

Il sociologo, in risposta alle considerazioni del Prof. Pietro Ichino, molto caustico nei confronti dello smart working nella PA, chiede

[…] da quale ricerca sociologica Ichino ricava che qualche milione di dipendenti pubblici, con la scusa dello smart working, se ne sta da alcuni mesi in vacanza retribuita? In un’intervista a Radio3 lo stesso Ichino ha precisato che si tratta degli addetti alla motorizzazione civile, alle cancellerie dei tribunali, al personale amministrativo delle scuole e delle università. Ma quanti sono questi addetti? E da quale ricerca si ricava che, fingendo di fare lavoro agile, essi hanno fatto vacanza?

Proviamo a rispondere, aiutandoci con i dati del Conto del personale del 2018. In Italia, tra personale a tempo indeterminato e a tempo determinato, vi sono circa 3,2 milioni di dipendenti pubblici.

È bene evidenziare da subito che una quantità non irrilevante di dipendenti pubblici il lavoro agile, inteso come attività di homeworking nella situazione d’emergenza (il lavoro agile vero e proprio è altra cosa), non lo ha visto nemmeno col binocolo.

Possiamo parlare dei 306.000 circa dipendenti dei corpi di polizia, dei 177.000 circa componenti delle forze armate, dei 35.000 circa vigili del fuoco, dei 60.000 circa componenti della polizia locale; circa 578.000 lavoratori pubblici che hanno lavorato sul campo.

Ovviamente, non dobbiamo dimenticare chi ha lavorato nella sanità. Del comparto fanno parte circa 648.000 dipendenti, dei quali 84.000 circa sono personale amministrativo, comprendente anche i dirigenti non medici. Dunque, in linea di massima circa 564.000 dipendenti della sanità non hanno svolto alcuna attività in lavoro agile. Siamo, dunque, già a 1.142.000 dipendenti che lo smart working proprio non lo hanno svolto, oltre un terzo del totale.

Indagando sul comparto delle Funzioni centrali, il personale è organizzato in 3 aree. È nella prima e nella seconda che è più probabile reperire personale operaio e tecnico (comprendente di tutto: custodi, uscieri, operai, tecnici, agronomi, conduttori di macchine complesse, autisti, geometri, geologi, chimici, ecc…) la cui attività lavorativa non si sia potuta prestare al lavoro agile. Se nella prima area è probabile che tutti i dipendenti non svolgessero attività compatibili con la smart working (circa 8.500 dipendenti), circa la metà dei dipendenti della seconda area (87.000, per complessivi 47.500) si può stimare non si sia potuto adibirli allo smart working.

Del personale appartenente alla terza area, quella comprendente i funzionari, si può stimare che un quinto non abbia potuto svolgere attività in lavoro agile, dunque circa 9.000 dipendenti su 44.000.

Seguendo gli stessi criteri per il comparto Funzioni locali (comprendente comuni, province, città metropolitane e regioni) 15.000 dipendenti circa sono in fascia A, corrispondente ai lavori come custode, bidello, operaio non specializzato, aiuto cuoco e simili; 101.000 sono i dipendenti in fascia B, dei quali una metà almeno è adibita a servizi e funzioni tecniche, sicché 50.500 circa poteva essere idonea al lavoro agile; nella categoria C i dipendenti sono 181.000, con circa 90.500 addetti a funzioni tecniche; i funzionari, nella categoria D, sono circa 103.000: stimando un quinto (20.500) da assegnare a lavori necessariamente in presenza, circa 83.000 potevano essere organizzati in smart working.

A ben vedere, quindi, il lavoro agile tra Stato ed enti locali ha interessato circa 329.500 lavoratori; aggiungendo – con esclusione della scuola – quelli degli altri comparti (utilizzando sempre gli stessi criteri), magistrati, dirigenti pubblici, si può stimare una cifra di 450.000 dipendenti pubblici.

Analizziamo il caso della scuola, adesso. Il comparto è composto da circa 1.100.000 dipendenti, quasi in terzo del numero complessivo di dipendenti pubblici.

Oggettivamente, il lavoro dei docenti e del personale tecnico amministrativo (in particolare custodi, bidelli etc…) non si addice quasi per nulla al lavoro agile. I docenti sono circa 912.000 (tra tempi indeterminati e tempi determinati); il personale amministrativo, tecnico ed ausiliario (sempre tra tempi indeterminati e determinati) è di circa 206.000 unità.

Nonostante l’insegnamento mal si concili (o si concilia con le moltissime difficoltà sofferte dagli allievi e dagli stessi insegnanti) col lavoro da remoto, l’emergenza Covid-19 ha imposto la chiusura delle scuole. Sicché oltre 900.000 mila docenti pubblici sono stati disposti in lavoro agile, nonostante in periodi non di emergenza molto probabilmente questa scelta organizzativa non sarebbe adottata se non per una ristrettissima minoranza. La chiusura delle scuole ha posto in lavoro agile anche i circa 206.000 appartenenti al personale tecnico amministrativo.

Dunque, se circa 1.600.000 dipendenti (564.000 della sanità; 578.000 delle forze armate e di polizia; 60.000 vigili; 420.000 il resto dei comparti ) il lavoro agile non lo ha proprio visto, metà del totale, un’altra metà è andata in lavoro agile sostanzialmente a causa della chiusura delle scuole. Ora, dov’è che possono essersi annidati casi di smart working non propriamente efficiente e produttivo?

L’analisi induce a pensare che per buona parte del personale ausiliario e tecnico dell’apparato pubblico, che non sia rimasto in presenza, il lavoro agile abbia avuto ben poco costrutto. Un custode, un bidello, ma anche un educatore di asilo nido, chi, insomma, è chiamato a svolgere funzioni a contatto diretto con utenza o determinate macchine in certi precisi luoghi di lavoro, ha poche chances di essere utilmente impiegato in lavoro agile. A meno che l’ente datore non decida di adibirlo a mansioni del tutto diverse, purché comunque equivalenti a quelle della categoria di appartenenza.

Il problema, allora, di un lavoro agile non produttivo a ben vedere può riguardare in particolare quei 206.000 circa dipendenti del personale Ata delle scuole, quegli 8.500 addetti all’Area 1 nello Stato o i 15.000 addetti alla fascia A negli enti locali; nonché una cifra non del tutto determinabile degli altri circa 430.000 dipendenti posti in smart working (oltre ai docenti delle scuole).

Si tratta in particolare di quei dipendenti come appunto docenti di centri di formazione professionale, assistenti sociali (ma, nei comuni, molti sono stati chiamati anche al lavoro in presenza), ispettori, educatori, che pur lavorando con profili di media-alta professionalità non facilmente possono rendere in maniera piena l’attività da dietro un pc.

Una stima, comunque, di questi dipendenti non porta ad oltre 60.000-70.000. Il problema riguarda tutti gli altri ed è connesso soprattutto agli immensi ritardi delle amministrazioni nell’attrezzarsi non tanto e non solo per il lavoro agile (la normativa d’emergenza ha chiesto ai dipendenti di mettere a disposizione proprie dotazioni di connessione e di lavoro…), quanto per la digitalizzazione delle procedure.

Pochissimi sono, ancora oggi, gli enti che utilizzino diffusamente piattaforme informatiche e digitali ove far percorrere gli iter, con riconoscimento da remoto mediante SPID o altri sistemi, con la disponibilità di strumenti di sottoscrizione on line, con l’utilizzo di PAGOPA, nel rispetto delle previsioni del codice dell’amministrazione digitale. Ancor meno sviluppate erano le reti private virtuali (VPN), capaci di permettere connessioni da remoto con le basi dati delle amministrazioni.

Il Legislatore sapeva che per una certa quantità di dipendenti lo smart working né sarebbe stato possibile, né sarebbe stato una cosa seria. Tanto è vero che ha introdotto – in modo assolutamente criticabile – la possibilità di esentarli dal servizio.

In ogni caso, su 3,2 milioni di dipendenti, quelli per i quali lo smart working emergenziale ha costituito un rischio non certo di una vacanza, bensì di una cassa integrazione mascherata e pagata al 100%, possono essere stimati in un 10% circa. Non poco, certo. Ma, siamo lontani dai “milioni di dipendenti in vacanza” di cui si è parlato.

Ovviamente, se si passasse da queste stime ad analisi concrete di profili, mansioni e situazione organizzativa e disponibilità di mezzi e reti, sarebbe possibile per la Funzione Pubblica ragionare di lavoro agile con maggiore cognizione di causa. E si potrebbe prendere atto che laddove il lavoro agile non possa garantire comunque livelli di prestazioni e produttività utili, il sistema non può consistere nell’assegnarlo lo stesso a chiunque, né nell’esentare dal servizio. Un sistema di cassa integrazione anche per il lavoro pubblico va introdotto.


[6 luglio 2020] Aggiornamento e lettura complementare consigliata: il rischio di una “giuridificazione” dello smart working e del sorgere del relativo contenzioso, con diritto al lavoro da casa ottenuto non per esigenze organizzative e sulla base di rapporti fiduciario tra azienda e lavoratore bensì a colpi di certificati medici e condizioni svantaggiate personali e/o familiari. Pietro Ichino su lavoce.info, con citazione di questo post.

Photo by Niccolò Caranti / CC BY-SA

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