Enti locali, scuole e trasporti: non basta far piovere soldi, serve la responsabilità di gestirli

Gli enti locali chiedono una quota delle risorse del Recovery Fund. Ma senza cambi radicali al sistema di incentivi, verso la responsabilizzazione su entrate ed uscite di bilancio, saranno sprecate

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

dal 1996 si è consolidato il definitivo trasferimento della competenza alla gestione, manutenzione e ampliamento degli edifici scolastici agli enti locali: scuole fino alla terza media (pardon: “scuola secondaria di primo grado”) ai comuni; istituti tecnici e licei e a province e città metropolitane, private in questi ultimi 5 anni delle necessarie risorse dalla dissennata riforma Delrio (“in attesa” della modifica della Costituzione, mai avvenuta).

Un lasso di tempo equivalente ad una generazione, nel corso del quale, come dimostra l’emergenza Covid-19, gli enti locali tutto hanno fatto, tranne che pensare ad un’oculata gestione, manutenzione ampliamento degli edifici scolastici.

Le aule erano poche e piccole e sono rimaste tali; le palestre insufficienti e sono rimaste tali; molti edifici cadenti (nel vero senso della parola e troppi studenti ci hanno rimesso la vita) e li si è lasciati cadere; le attrezzature (banchi, sedie, ma soprattutto reti, pc, video proiettori, laboratori) obsoleti se non risalenti alle guerre puniche.

Certo, vi sono state anche realtà meno drammatiche. Ma, l’emergenza coronavirus ha confermato un insieme estremamente problematico e compromesso.

Anche il trasporto pubblico locale, da anni e anni, è affidato alle cure degli enti locali, i quali lo hanno “organizzato” (in molti casi si tratta di un verbo assai ottimistico ed improprio) in società partecipate.

Ella, Titolare, sa benissimo come viene amministrato il servizio pubblico dei trasporti locali: società spessissimo in deficit e sull’orlo del fallimento, salvate regolarmente da flussi di denaro dei bilanci degli enti partecipanti; consigli di amministrazione popolati di politici trombati o comunque di persone scelte non per competenza, ma per tessera; mezzi scarsi, antiquati, inquinanti; ritardi abnormi e continui; numerosità delle corse assolutamente insufficiente, tanto che il trasporto pubblico non ha mai avuto la capacità di esprimere un’offerta di vettori in grado di competere con quello privato, con l’effetto devastante dell’intasamento ed inquinamento delle città nelle ore di punte (e in certe città, con l’intasamento perenne).

Assumere e gestire competenze, Titolare, significa anche risponderne. L’emergenza ha reso ancor più evidente, in questi giorni di febbrile “ammuina” sulla riapertura delle scuole, la gravissima inefficienza complessiva degli enti locali nell’ambito di due delle funzioni fondamentali per la vita delle città, delle imprese, delle famiglie.

Fermiamoci un attimo. E cambiamo apparentemente argomento. Dal 2004 al 2019, per 15 sciagurati anni di seguito, il Legislatore ha imposto alle pubbliche amministrazioni, compresi gli enti locali, una cura dimagrante ai bilanci, imponendo vari e sempre cangianti “tetti di spesa” alle assunzioni.

Purtroppo, in questi tre lustri l’impostazione data ai limiti di spesa è stata assai simile ai tagli lineari. Si è disposto che le amministrazioni fossero sottoposte a limiti di spesa (l’ultima tipologia di limite è stato il costo delle cessazioni dell’anno precedente, con la possibilità di recuperare resti per assunzioni possibili ma non completamente disposte nel quinquennio ancora precedente) uguali per tutte.

Con effetti paradossali: un ente sovradimensionato aveva lo stesso turn over dell’ente virtuoso e meno gonfio di personale, sicché non c’era nessuna riallocazione del personale; oppure, un ente con un bilancio ballerino, dovuto ad entrate deficitarie poteva comunque assumere come un ente dal bilancio solido, perché il sistema guardava solo la voce della spesa, senza alcun legame di questa all’insieme delle entrate.

Quando, nel 2018, è venuto al pettine il nodo del pensionamento in appena un triennio di circa 500.000 dipendenti pubblici, finalmente si è capito che quel sistema dei tetti era insensato.

Quindi, il precedente Governo, col decreto Bongiorno, lo ha modificato radicalmente e nella primavera del 2019 stabilì che, per regioni ed enti locali (e con un sistema in parte simile, anche per la sanità) le facoltà assunzionali sarebbero state ampliate, in modo da fare fronte alle fuoriuscite, ma in applicazione del principio della sostenibilità della spesa in rapporto alle entrate.

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Con ritardi enormi, il sistema è stato completato con decreti attuativi che hanno fissato “valori soglia” di virtuosità, entro i quali il rapporto tra la spesa complessiva di personale e la media triennale delle entrate correnti (al netto di alcuni fondi, come il fondo crediti di dubbia esigibilità per gli enti locali) è considerato tale da permettere assunzioni per valori di spesa superiori al tasso di turn over del 100%.

È ovvio che questo nuovo sistema non è trasversale, ma premiale. Quindi, l’incremento delle assunzioni non vale per tutti ma solo per gli enti con bilanci a posto e, tendenzialmente, non caratterizzati da eccesso di personale.

Torniamo a scuola e trasporti e all’emergenza Covid-19. Come detto, le norme molto più razionali che oggi regolano le facoltà assunzionali sono state attuate con ritardi enormi; per i comuni, il decreto attuativo è entrato in vigore solo lo scorso 20 aprile, in pieno lockdown.

Momento più sbagliato per attuare una modifica comunque condivisibile del sistema dei limiti alle assunzioni non poteva esservi. Infatti, gli anni 2020 e 2021 vedranno un calo spaventoso delle entrate correnti: di conseguenza, sarà molto difficile per i comuni avere o mantenere un rapporto virtuoso tra spesa di personale ed entrate correnti.

Nei giorni scorsi, Titolare, l’Anci, Associazione Nazionale Comuni Italiani, ha inviato al Governo una lettera piuttosto infervorata, con la quale nella sostanza rivendica il ruolo che i comuni e gli enti locali dovranno giocare nella gestione di parte delle risorse del Recovery Fund.

Gli enti locali chiedono che col decreto agosto i fondi destinati all’incremento delle aule passino da 70 a 300 milioni; chiedono interventi sul trasposto pubblico locale; chiedono di modificare il sistema che fissa le facoltà assunzionali, vista la frana delle entrate dovuta al virus.

Ciliegina sulla torta, i comuni chiedono, a fronte della necessità di irrobustire i ruoli con i tecnici necessari per progettare e dirigere i lavori connessi alle spese di investimento legate a scuola e trasporti, di destinare una quota delle risorse derivanti dal Recovery Fund (propongono il 2%) per assumere anche a tempo determinato tale personale tecnico: finanziamenti in conto capitale per spese correnti.

Ora, per carità, l’emergenza c’è, la necessità di modificare il sistema delle assunzioni prendendo atto che i bilanci locali dalla parte delle entrate sono compromessi c’è, l’impellenza di ampliare le aule c’è, l’estremo bisogno di aumentare corse e mezzi di trasporto pubblico c’è.

Vi sarebbe, tuttavia, anche l’obbligo di andare a stanare tutti gli amministratori locali e delle partecipate che per oltre 25 anni hanno portato il sistema al collasso, lasciando le scuole nella loro fatiscenza, i trasporti nella loro inefficienza, il personale nella sua dequalificazione professionale, i bilanci nella loro cronica incapacità di acquisire le entrate (al di là dei problemi oggettivi della crisi economica determinata dal virus).

L’emergenza è da affrontare. Sarebbe opportuno, tuttavia, che si prendesse atto che è passato un quarto di secolo almeno di pessima gestione di servizi locali fondamentali, che la narrazione dei “sindaci bravi” perché “eletti direttamente” era solo fiction, che un’intera coorte di amministratori andrebbe allontanata per sempre dalle leve del comando, per evitare che passata l’emergenza (si spera presto) si inaugurino altri lustri di incuria ed inefficienza.


Un giorno bisognerà scrivere la storia degli incentivi perversi che hanno affossato questo paese, ed uno o più capitoli dovranno necessariamente essere dedicati alla pubblica amministrazione. Cinismo, miopia, compromessi politici disfunzionali o conclamata stupidità hanno prodotto quello che Luigi descrive mirabilmente da sempre. Con un filo rosso: la deresponsabilizzazione collettiva, dagli eletti agli amministratori. Alla fine, l’autoassoluzione è venuta dall’alibi della cosiddetta austerità, che per l’Italia ha quasi sempre significato una allocazione sbagliata di risorse, e dalla lotta all’improbabile neoliberismo, nel paese dove il settore pubblico intermedia ogni anno oltre metà del prodotto interno lordo. Ora c’è il Grande Reset del Covid e del Recovery Fund, ma se queste pratiche di elusione di responsabilità resteranno in essere, sarà l’ennesima occasione persa, probabilmente l’ultima. Continuo a non essere ottimista. (MS)

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