Boris, che non era Winston e aveva problemi con la realtà

Il governo Johnson ipotizza di disattendere il trattato di ritiro dalla Ue, firmato undici mesi addietro. Sino a che punto si spingerà, questa farsa negoziale? E perché la Ue insiste sul piano di gioco livellato?

La storia infinita della Brexit che (ancora) non lo era si è arricchita di un ulteriore capitolo, che ben promette di essere quello più grottesco. A circa un anno dalla firma dell’accordo di ritiro (Withdrawal Agreement, per brevità WA) con la Ue, e dopo otto round formali di improduttivi colloqui tra Londra e Bruxelles per il “dopo”, il governo di Boris Johnson ha ventilato l’ipotesi di cancellare alcune previsioni contenute nel WA, ufficialmente per non creare problemi al mercato interno britannico. La domanda sorge spontanea: BoJo sa leggere e comprende un testo, oppure è un tattico esasperato ed esasperante che “gioca a fare il pazzo” per vedere come va a finire?

Quali sono i punti su cui i britannici obiettano, pur avendoli sottoscritti lo scorso ottobre? Due, essenzialmente, entrambi relativi al cosiddetto Protocollo per l’Irlanda del Nord. Nel primo, relativo all’articolo 10, si afferma che le norme europee sugli aiuti di stato si applicano al Regno Unito in relazione al commercio di merci in Irlanda del Nord. Il che significa che Londra dovrà ancora notificare a Bruxelles qualsiasi aiuto di stato che possa condizionare il commercio sull’isola d’Irlanda.

Il secondo prevede che le imprese dell’Irlanda del Nord debbano compilare dei moduli riassuntivi di esportazione di merci sul territorio britannico. Secondo i Brexiters, tali misure rappresenterebbero delle lesioni all’unità statuale del Regno Unito. Torna quindi il concetto di “stato vassallo” a Bruxelles.

Tutto si riconduce alla criticità della condizione irlandese ed al rispetto degli accordi del Venerdì santo, che oltre vent’anni addietro posero termine ad una guerra civile settaria sull’isola, tra unionisti anglicani e repubblicani cattolici. Non deve esistere infrastruttura doganale fisica tra le due Irlande, e questo accordo di ritiro rappresenta l’equilibrio possibile. Almeno, così si pensava sino a pochi giorni addietro, e lo pensava anche Johnson, avendolo sottoscritto ed esaltato.

Domanda: cosa è cambiato, in undici mesi, per spingere Londra ad ipotizzare la violazione di un trattato internazionale? Risposta: nulla. Malgrado quello che il governo britannico si è inventato riguardo ad un ipotetico “cambiamento della situazione”.

Il punto vero è che i negoziati tra Londra e Bruxelles per il “dopo” restano bloccati, il tempo scorre e l’acredine monta. I britannici vogliono prima risolvere i punti dei diritti reciproci di pesca e degli aiuti di Stato; gli europei prima di procedere vogliono l’affermazione del cosiddetto “terreno di gioco livellato”, e da lì non ci si smuove.

Dopo aver compreso che la Brexit, quella vera, che dovrebbe cominciare il prossimo 1 gennaio, vorrà dire controlli doganali, burocrazia, colli di bottiglia e perdita di tempo, i britannici insistono a non accettare il preambolo del “campo di gioco livellato”, chiedendo invece mano libera sugli aiuti di stato, ma anche sugli standard ambientali e di lavoro. Per la Ue, semplicemente ciò non esiste.

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Ma perché la Ue si impunta su aspetti del genere, in base all’equivalenza “niente quote né dazi solo con identiche regole tra le parti”? Perché a Bruxelles temono che il Regno Unito possa creare problemi di commercio internazionale, facendo uso di sussidi alle proprie imprese e allentando quegli standard che da sempre sono il fiore all’occhiello della Ue.

Afferma una vulgata, ovviamente britannica e piuttosto “nobile”, che dietro alle rivendicazioni sovraniste alle mani libere di Londra sugli aiuti di stato, vi sarebbe la spinta del consigliere strategico di Johnson, il discusso Dominic Cummings, che ambisce a sussidiare nuove tecnologie e settori emergenti, e non certo aziende decotte e settori declinanti. Tutto molto bello ma c’è motivo di ritenere che la realtà sia altrove, come sempre accade quando ci sono di mezzo le grandi proposizioni ideali.

Si comprende l’insofferenza a subire condizionamenti esterni da quello che resta il più grande blocco economico del pianeta, che dal Regno Unito dista solo uno stretto braccio di mare. Ma questa situazione non si è creata ora, giusto? Se le cose stanno in questi termini, non si comprende per quale motivo Johnson abbia firmato l’accordo di ritiro. Anzi, lo si comprende sin troppo bene.

Ma ora serve capire cosa fare. Prima di ogni altra cosa, capire se il Regno Unito è serio nelle sue intenzioni. Il fatto che il governo di un paese democratico pensi di modificare unilateralmente un trattato a undici mesi dalla firma e senza che sia cambiato realmente alcunché, è un fatto oggettivamente grave, fosse anche solo a fini tattici. Ed infatti, nello stesso partito di Johnson si sono levate molte voci oltraggiate.

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Occorre capire se siamo di fronte ad un governo effettivamente “corsaro” (o bucaniere), oppure solo ad una accozzaglia di persone, guidate da un guitto, con seri problemi di comprensione della realtà e dei suoi vincoli. In questo secondo caso, passaporto italiano ad honorem. E menzione d’onore politicamente postuma per la povera Theresa May, crocefissa per quella che appariva una patologica irresolutezza e che, col senno di poi, appare ora solo una sufficiente consapevolezza delle difficoltà, “ontologiche” prima che operative, della Brexit.

Ma, se posso, a mio avviso la Ue dovrebbe avere più coraggio. In che senso? Nel senso che impuntarsi su questo concetto del level playing field dimostra scarsa fiducia in sé, nei propri valori e nella propria massa d’urto. Comprendo la prossimità geografica, ma è davvero necessario tentare di legare a sé ex ante un paese complessivamente piccolo (rispetto all’Unione), e con gravi problemi economici e sociali, precedenti al covid?

Se Londra vorrà fare uso massivo di aiuti di stato, magari stampando la moneta ad essi necessaria, faccia pure. Il Regno Unito non è la Cina, dopo tutto. Se la Ue teme di poter essere destabilizzata per il fatto che Londra possa sussidiare acciaierie decotte e simili, significa che il progetto europeo non se la passa affatto bene.

Bruxelles teme che UK possa introdurre la settimana lavorativa legale di 60 ore o il lavoro minorile, forse? Se sì, lasciateglielo fare ed osservate quello che accade. Temete anche che Oltremanica si sussidi l’industria dell’auto, per esportare sul continente modelli avveniristici a prezzi stracciati? Siete seri?

Secondo voi, un paese che ha “scoperto” di avere pesantissime diseguaglianze regionali, manco fosse un’Italia qualunque, e che necessita quindi di imponenti investimenti di “livellamento”, rappresenta davvero una minaccia alla filosofia dei fondi strutturali e di coesione comunitari?

Lasciate che Londra riprenda in toto la propria cosiddetta sovranità, che a quanto pare è frutto di un malintesa interpretazione semantica del termine. Oggi la sovranità non può prescindere dalla gestione delle necessarie interdipendenze. E comunque, c’è stato un diabolico referendum, nel senso che ha tentato di lasciare alla popolazione la risposta ad un quesito di complessità estrema, mai davvero colta. Se vogliamo prendere alla estrema lettera il concetto di sovranità popolare, lasciate che la cosiddetta Hard Brexit accada, con tutto quello che comporterà. Troppo estremo? Lo so, ma io non sono un politico.

Quanto a Johnson, spregiudicato e coraggioso statista o personalità istrionica e borderline, bugie incluse? O più semplicemente, una persona vittima della complessità dei tempi, oltre che del suo principale consigliere, ma dotata di quella cosa chiamata carisma, che consiste nel dire le cose giuste al momento giusto? La storia, come sempre, giudicherà. Nel frattempo, la cronaca scuote la testa.

Aggiornamento del 10 settembre: arriva la messa in mora della Commissione Ue.

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