Sussidio che vince (voti), non si cambia

Arrivano alla scadenza dei diciotto mesi i primi redditi di cittadinanza erogati. Tra proteste per la ripresentazione della domanda e misure non gradite, pensare di rivedere la misura è una chimera.

Entro la fine di quest’anno, giungeranno a scadenza i primi diciotto mesi di erogazione per 740 mila assegni del reddito di cittadinanza, per un totale di 1,9 milioni di persone interessate. È una previsione della legge che ha istituito il sussidio, che stabilisce anche 30 giorni di “pausa” prima dell’erogazione di un secondo periodo di pari durata, dietro verifica della persistenza del diritto. Perché il reddito di cittadinanza non ha scadenza, come sappiamo. Il problema è che, durante la pandemia, alcuni beneficiari vorrebbero proseguire senza verifiche.

In un articolo di Valentina Conte su Repubblica, si spiega che nei 30 giorni di sospensione tra due cicli di erogazione di 18 mesi, gli interessati devono ripresentare la domanda a Inps, Poste o Caf, dietro rinnovo della certificazione ISEE, sempre che reddito, patrimonio e condizione anagrafica non siano variati.

Come scrive l’autrice dell’articolo,

E qui il punto. Molti beneficiari non gradiscono l’interruzione, preferendo una proroga indefinita, come dimostrano alcune proteste a Palermo. Le Regioni sono in fibrillazione, perché non sanno cosa succede ai percorsi di formazione e ricerca di un’occupazione già attivati: al momento non ci sono istruzioni. Mancano norme o circolari di passaggio.

Riguardo ai percorsi di formazione e ricerca di occupazione, anche noi saremmo curiosi ed interessati di sapere come siamo messi, a dirla tutta. Sinora si è letto molto poco se non qualche numeretto uscito da Anpal e rilanciato da qualche scappato di casa che non riesce a distinguere tra impieghi che sarebbero comunque stati attivati, senza ruolo dei Centri per l’impiego, e che si spinge a cumulare i rinnovi di contratti a termine come fossero assunzioni di persone differenti. Ma tant’è.

L’aspetto più problematico è però un altro, di cui si è occupato Luigi Oliveri su questi pixel: i controlli. Che in Italia sono in assoluta prevalenza ex post e di tipo campionario. Torniamo al punto della legge istitutiva del Reddito di cittadinanza: ripresentare la documentazione. È assai probabile che, a evitare che a Palermo e altrove protestino, si deciderà la proroga automatica delle erogazioni con i soliti controlli a posteriori, ove mai avverranno, e vissero tutti felici e contenti. Oppure si potrebbe “interpretare autenticamente” la norma, stabilendo l’erogazione di arretrati per il mese di pausa tra i due cicli. Per la copertura del mese intermedio, ci attrezzeremo.

La prima scadenza del Reddito porta con sé anche altri nodi, come segnala Valentina Conte:

Tecnicamente, dice la legge, al rinnovo del reddito la famosa offerta di lavoro congrua può avvenire ovunque in Italia: cade la tripla offerta, di cui la prima entro 100 chilometri e la seconda entro 250 chilometri dalla residenza. I beneficiari scaduti e poi eventualmente rinnovati devono accettare la prima offerta utile per non decadere dal sostegno.
Reggerà questa norma? O evaporerà per la pandemia? E quante di queste 720 mila famiglie, quanti tra gli 1,9 milioni dei loro componenti, hanno già sottoscritto il Patto per il lavoro e devono perciò attivarsi? Nessuno lo sa.

Anche qui, ad evitare che a Palermo ed altrove protestino, oltre che a causa pandemia, è verosimile attendersi la sospensione della legge su questi vincoli. Avremo una sola offerta congrua nel comune di residenza, per effetto di una cosiddetta deroga Covid? E soprattutto, quando è congrua una “offerta congrua“? Il tutto prescindendo dalle proteste di quanti dovessero ricevere offerte lontano da casa per mansioni a bassa retribuzione. Eviterò di suggerirvi che questi sono gli stessi problemi di “costo della vita” che piagano le assegnazioni di cattedre a Nord di docenti residenti nel Mezzogiorno, ma voi fate come se ve lo avessi detto.

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Veniamo all’ultimo punto del pezzo di Repubblica, la famosa decurtazione per chi non spende la ricarica di cittadinanza entro il mese successivo. Se ciò non dovesse avvenire, la legge prevede una decurtazione mensile del 20% sulla erogazione, sino ad arrivare alla revoca. La motivazione di questa previsione della legge è che, se sei povero, tendi a spendere tutto in breve tempo, per ciò stesso producendo un moltiplicatore elevato della misura.

Anche intuitivamente: se sei in condizioni di disagio economico può capitarti il mese in cui non consumi tutto, ma se tendi a produrre “risparmio di cittadinanza”, forse qualcosa non quadra. Ad esempio, che non sei povero ed hai fonti di reddito sfuggite alle “strettissime maglie dei controlli”.

Riguardo a questo aspetto di controllo indiretto e sanzione, il decreto attuativo del ministero del Lavoro è del 2 marzo, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 30 luglio e la norma ad esso relativa doveva scattare da agosto. Qui i dettagli della misura. Come è andata?

L’Inps prima ha confermato l’iter con il messaggio del 28 luglio. Poi – dopo le proteste di alcuni percettori che hanno scoperto super-tagli ingiustificati – tre giorni fa è tornata indietro con un curioso avviso su Facebook: “Alcune spese richiedono affinamento del calcolo. Annulliamo tutte le decurtazioni”

Annullate per un mese. Aspettiamo di vedere come finisce. Di certo, tra controlli fantasma, proteste varie e retromarce, a Covid regnante, sarà molto difficile pensare di rimettere mano ai nuovi “diritti acquisiti” e fare il famoso tagliando ad un sussidio nato male e cresciuto peggio. E neppure dopo la pandemia, temo.

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