La pandemia degli altri: Regno Unito, separare i vivi dagli zombie

Il Regno Unito cambia lo schema sulla cassa integrazione pandemica, cercando di separare le aziende vitali da quelle che non lo sono più. L'Italia osservi e prenda nota, potrebbe servire

Il Cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak, ha informato la Camera dei Comuni circa le iniziative che il governo britannico intraprenderà, allo scadere del periodo di cassa integrazione incondizionata, il prossimo 31 ottobre. La misura principale è di buonsenso, e permetterà di limitare gli esborsi pubblici ma anche di iniziare il processo di scrematura tra aziende ancora vitali e quelle che non lo sono più.

La triste realtà, per tutto il mondo, è che la pandemia sta accelerando, sia pure al momento con minore letalità dei mesi scorsi, e di conseguenza le economie, pur rimbalzando dai lockdown più o meno stretti dei mesi scorsi, non sono tornate ai livelli di attività di gennaio. Serve quindi capire come proseguire gli aiuti pubblici in modo più selettivo ma soprattutto finalizzato.

Dopo 39 miliardi di sterline spese per sussidiare il furlough al passo di circa 11 miliardi al mese, ora Sunak deve cercare di capire come spendere meno e meglio. Il giovane cancelliere ha sin qui dato prova di creatività, pur avendo di fatto calato nel contesto britannico il modello del Kurzarbeit tedesco, ed anche di leadership politica, rispetto al suo premier, sempre più percosso dagli eventi.

Sunak è stato costretto ad accantonare il cosiddetto Bilancio d’autunno, quello in cui avrebbe voluto porre le basi per una programmazione post emergenziale dell’economia. Così non è andata. Nelle ultime quattro settimane, tre milioni di lavoratori britannici erano ancora nello schema di cassa integrazione. Secondo stime imprenditoriali, un terzo di loro potrebbe perdere il lavoro, in assenza di nuovi sussidi. Oggi Sunak ha comunque coreografato la presentazione di un documento, definito “Piano economico d’inverno“. Temo non solo in senso stagionale.

La revisione del sussidio prevede quello che è un test di riattivazione: il governo sussidierà i salari di dipendenti in grado di lavorare per almeno un terzo dell’orario regolare. Una misura più blanda e cauta di quella suggerita dalla Confederation of British Industry (CBI), che prevedeva la soglia oraria al 50%. L’azienda pagherà regolarmente le ore lavorate, mentre le non lavorate saranno poste a carico, in parti uguali, di stato, azienda e lavoratore. Quest’ultimo avrà un salario pari al 77% di quello regolare.

Il nuovo schema durerà sei mesi, a partire dal primo novembre e sino alla fine di aprile. Potranno accedervi tutte le piccole e medie imprese, anche quelle che non hanno utilizzato in precedenza il sussidio al furlough. Le grandi imprese potranno richiedere la misura solo in caso di calo del fatturato.

In tal modo, se l’azienda è vitale, l’onere per le casse pubbliche potrà ridursi in modo sostanziale, anche se parte delle risorse risparmiate dovranno essere utilizzate per sostenere chi perderà definitivamente il lavoro. La misura è quindi correttamente selettiva, anche se da più parti si invocano interventi di sussidio a livello settoriale.

Tra le altre misure annunciate oggi da Sunak, la scadenza dei prestiti pubblici per le piccole e medie imprese viene portata da sei a dieci anni e viene introdotta, per ora con durata di sei mesi, una clausola di moratoria definita “pay as you grow“, che prevede il pagamento dei soli interessi e non anche di eventuali rate di capitale. Previste anche rateizzazioni dei versamenti Iva e delle imposte dirette. Il settore hospitality beneficerà della proroga al 31 marzo del taglio Iva, dal 20% al 5%, introdotto a luglio e che doveva scadere il prossimo 12 gennaio.

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Appare di tutta evidenza che ogni paese dovrà decidere come gestire le aziende che non sono più vitali. La definizione è solo in apparenza semplice ed immediatamente comprensibile. Al protrarsi delle limitazioni pandemiche vi sarà un cambiamento strutturale che coinvolgerà interi settori, che potrebbero declinare in modo non reversibile. Tra essi, quello della ristorazione e dei pubblici esercizi e più in generale quelli con interazione in presenza tra consumatori e fornitori di servizi.

Il nostro paese farà comunque bene a tenere gli occhi aperti sulle esperienze altrui. Noi abbiamo una incoercibile tendenza ad imbalsamare l’esistente, oltre a spendere in eccesso per tenere in vita aziende e settori defunti, laddove basterebbe proteggere i lavoratori e non i posti di lavoro. Non si può continuare a produrre un welfare che uccide l’innovazione e la fisiologia delle attività economiche, oltre a mancare in modo sistematico di raggiungere la platea di soggetti realmente bisognosi. Deve esistere un limite anche alla necrofilia, dopo tutto.

Da ultimo, un confronto tra culture nazionali, demagogia e senso della realtà. Ricordate il famoso proclama italiano di inizio pandemia, “nessuno perderà il lavoro”? Ricordate come è finita, soprattutto ma non solo per i poveri lavoratori a tempo determinato non rinnovati a scadenza, molti dei quali sarebbero comunque finiti sotto la mannaia del Decreto Dignità? Bene: oggi ai Comuni Sunak ha detto quanto segue:

L’obiettivo primario della nostra politica economica resta invariato: sostenere gli impieghi delle persone […] Come ho detto durante questa crisi, non posso salvare ogni azienda. Non posso salvare ogni posto di lavoro. Nessun cancelliere potrebbe.

Non serve chiosare, credo. Winter is coming.

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