Cosa sono davvero le politiche attive del lavoro

Dopo le stucchevoli autocritiche su cosa non ha funzionato nel reddito di cittadinanza, ribadiamo ciò che è noto da sempre, a chi sa di cosa parla ed è in buona fede

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

ci sono voluti anni, perché finalmente anche a Roma si comprendesse l’ovvio, sostenuto più volte in questo portale: abbinare, anzi, confondere una misura di sostegno al reddito e lotta alla povertà con strumenti di politica attiva è un errore.

Il Reddito di Cittadinanza, purtroppo, è stato progettato e regolato esattamente sulla base di questo equivoco, con la pretesa impossibile di sostenere il reddito di nuclei familiari sotto la soglia della povertà, con misure di inserimento lavorativo. Anzi: condizionando il sostegno alla ricerca attiva di lavoro.

Non ci voleva nessuna particolare intuizione ingegnosa per comprendere la fallacia di questo approccio, dimostrata del resto dai numeri molto bassi di inserimenti lavorativi dei beneficiari. Ne abbiamo già spiegato le ragioni, ad esempio in questo post.

Nonostante il ritardo col quale finalmente pare si stia prendendo atto della disfunzionalità dell’impianto, è certamente bene pensare ad una sua modifica, separando l’intervento sociale da quello delle politiche del lavoro.

È auspicabile, allora, che finalmente si giunga davvero a realizzare quella struttura organizzativa fin qui regolarmente assente nelle tante, troppe, riforme del mercato del lavoro viste negli ultimi 25 anni: politiche attive del lavoro realmente funzionanti.

Come dice, Titolare? Basta con gli slogan e cerchiamo di capire in cosa consistano queste benedette “politiche attive”?

Più che giusto. Si ha, infatti, la sensazione che la locuzione “politiche attive del lavoro” sia recitata e scritta come frase suggestiva e ad effetto, utile per fare bella figura in un discorso, ma senza comprendere bene in cosa consistano queste politiche attive.

In primo luogo, bisognerebbe comprende esattamente in cosa consistano i servizi per il lavoro. In secondo luogo, intendersi sul concetto di politiche attive. Banalmente, Titolare, le politiche attive altro non sono se non interventi per agevolare la transizione (o l’ingresso) dei lavoratori da un lavoro all’altro, attraverso una serie di azioni, che vanno dall’orientamento, alla formazione, allo svolgimento di esperienze concrete, fino alla preselezione in risposta a domande di lavoro delle aziende.

Queste azioni, a seconda del grado di occupabilità o spendibilità della persona nel mercato del lavoro, possono essere più o meno intense, svolte in modo isolato o combinate tra esse

Tutte queste azioni, comunque, presuppongono:

  1. un responsabile (variamente denominato, piace molto la definizione di case manager), che si prenda la cura di seguire le persone, valutandone la situazione e proponendo le varie azioni;
  2. soprattutto, l’esistenza di finanziamenti volti a consentire la realizzazione delle misure di politica attiva.

È erroneo pensare che possano essere, da soli, i centri per l’impiego pubblici o le agenzie per il lavoro.

I lavoratori che cercano con l’assistenza dei servizi, nella gran parte dei casi, si rivolgono ai servizi pubblici o privati perché non riescono a collocarsi o ricollocarsi da sé, a causa di una limitata occupabilità nel mercato, dovuta a lacune curriculari o di esperienza.

Le politiche del lavoro, quindi, prima debbono “misurare la febbre”, comprendere, cioè, i fabbisogni; per, poi, prescrivere la cura, con rinvio ai soggetti specializzati.

un triage per i lavoratori

Stiamo utilizzando, Titolare, non a caso, metafore del servizio sanitario. I servizi per il lavoro, soprattutto pubblici, debbono corrispondere a servizi di base, universali ed aperti a tutti, con compiti di registrazione del caso, presa in carico, diagnosi precoce e successivamente profonda, somministrazione dei rimedi.

Nel caso in cui la persona sia immediatamente occupabile, il rimedio è direttamente l’intermediazione con domande di lavoro reperite nel sistema (e qui si apre la necessità di investire in assunzioni di persone che svolgano la funzione di “agenti di commercio” per captare quanta più domanda possibile da parte delle imprese). Nei casi più complicati, esattamente come un medico di base di famiglia, il responsabile del centro per l’impiego prescrive il rimedio (formazione, orientamento specialistico, tirocinio, combinazione di strumenti) e rinvia la persona ai soggetti accreditati dal sistema, che poi erogheranno le attività necessarie.

Queste attività, ovviamente, hanno un costo. Le politiche del lavoro, allora, null’altro sono se non finanziamenti del sistema pubblico (Stato, Anpal e Regioni) delle varie azioni necessarie per la ricerca attiva di lavoro: in particolare, formazione di base, specialistica o anche aziendale, tirocini ed esperienze di lavoro aziendali.

Ciascun operatore col ruolo di responsabile della ricerca attiva del disoccupato deve poter attivare queste politiche, abbinando ad esse il disoccupato. Tale abbinamento, sulla base della profilazione della persona (cioè della diagnosi che consente di determinare il suo grado di minore o maggiore occupabilità), implica il diritto di utilizzare i servizi ai quali la persona stessa è inviata secondo una certa intensità, cui corrisponde, quindi, un impegno sulla spesa complessiva messa a disposizione per la misura.

I centri per l’impiego e i servizi pubblici, quindi, non debbono fare formazione ma avviare verso gli enti accreditati per la formazione e, magari, concordare con le scuole e le università corsi e cicli utili per il mercato, ascoltando allo scopo i datori. I centri per l’impiego non debbono necessariamente gestire in via diretta le altre misure, specie quelle combinate, ma selezionarle ed abbinare il disoccupato ad esse, nel rispetto del principio della libera scelta: il sistema, cioè, deve prevedere che una volta selezionata l’azione di aiuto alla ricerca di lavoro, il disoccupato possa scegliere tra i vari soggetti accreditati di quale avvalersi per l’erogazione della misura.

Inoltre, politiche attive del lavoro debbono reggersi anche su parte di sostegni al reddito, finalizzate ad alcuni scopi, come bisogni di cura familiare o aiuto all’utilizzo di mezzi di trasporto pubblico, o sostegni veri e propri, da utilizzare come sgravio parziale degli oneri a carico delle aziende che assumano, a conclusione di un iter di accompagnamento al lavoro.

Gli errori fatti sinora

Quanto fin qui descritto, Titolare, non ha nulla di originale o particolarmente intelligente ed è molto simile al pacchetto del cosiddetto Assegno di Ricollocazione. Che, come il Reddito di Cittadinanza, ha funzionato pochissimo, ma non per un errore di impianto bensì per due principali ragioni: la prima consiste nell’averlo limitato ai soli percettori di Naspi (ma le politiche attive complesse andrebbero assicurate a tutti i disoccupati e in primis a quelli di lunga durata); la seconda proprio nel finanziamento irrisorio, ai limiti del risibile, tale da lasciare tutto in una fase meno che embrionale di “sperimentazione”.

Per le politiche attive, allora, non c’è da fare altro che standardizzarle in relazione a determinati target di disoccupati e in funzione di specifici fabbisogni, e, soprattutto, finanziarle, comprendendo che il ruolo dei servizi pubblici è come quello dei servizi sanitari territoriali.

Finché mancherà questa consapevolezza, purtroppo la sola acquisita consapevolezza che ibridi come il Reddito di Cittadinanza sono destinati a fallire non sarà sufficiente.

Spesso, il provincialismo malato e cinico che ha partorito il sovranismo italiano porta a prendere a esempio l’esperienza di altri paesi. È accaduto anche con la Germania, riguardo ai centri per l’impiego. Dopo di che, nulla accade, il danno si produce, si creano nuove dipendenze dal denaro pubblico e nuovi “diritti acquisiti” e la giostra ricomincia, verso il dissesto finanziario. Non parleremo di prediche inutili che da anni leggete su questi pixel, ma l’esito è quello. Per parte mia, oltre alla check list evidenziata da Luigi con la similitudine sanitaria del triage del lavoratore, aggiungo per l’ennesima volta l’utilizzo di denaro pubblico per i working poor, mediante strumenti che mantengano l’attivazione anche in caso di profili di lavoratori a qualifiche basse. Ma so che è tempo sprecato. (MS)

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