Portafogli d’investimento: di bitcoin un pizzichin

È iniziata la grande corsa all'oro digitale delle criptovalute da parte degli investitori istituzionali. Ulteriore emicrania per governi e banche centrali, se e quando decideranno di reprimere l'uso di bitcoin e affini

Il valore dell’oro (fisico e digitale) sta negli occhi di chi compra

Il recente andamento esplosivo (con conseguenti violente correzioni) nelle quotazioni di bitcoin e altre criptovalute ha riproposto le domande e i temi di dibattito del recente passato: quale futuro hanno questi investimenti, ammesso di volerli considerare tali? Quale è la genesi di questo rialzo smodato? Gli investitori istituzionali promuoveranno l’adozione delle criptodivise come elemento di diversificazione del portafoglio? Come reagiranno politica e banche centrali? Vediamo.

Si ritiene che l’andamento recente delle quotazioni del bitcoin sia figlio del baccanale monetario scatenato dalle banche centrali per contrastare il collasso economico indotto dalla pandemia. Poiché di bitcoin ne esiste una quantità finita (21 milioni di pezzi), ecco che questa sua caratteristica di “non inflazionabilità” lo renderebbe idoneo al ruolo di riserva di valore, e quindi a ricoprire il ruolo di investimento, non tanto e non solo quello di strumento di transazione monetaria. Scherzando ma non troppo, le cripto-valute possono persino essere considerate intrinsecamente deflazionistiche, se consideriamo gli smarrimenti delle password per accedere ai wallet.

Oro digitale?

Il bitcoin come l’oro, quindi? Questa è l’argomentazione analogica di chi vede le criptovalute come copertura antinflazionistica, proprio a motivo della loro “finitezza” di offerta. Al punto che costoro si spingono a una comparazione col metallo giallo, per appurare se il bitcoin è “caro” o ha spazio per rivalutarsi. Il ragionamento è il seguente: oggi nel mondo ci sono poco meno di 200.000 tonnellate di oro estratto dal sottosuolo e riserve provate per 57.000 tonnellate. AI prezzi di oggi, sono 17 mila miliardi di dollari di controvalore.

Ai prezzi odierni, il bitcoin capitalizza circa 600 miliardi di dollari, quindi la strada è lunga, se dobbiamo “imitare” l’oro come riserva di valore in chiave anti-inflazionistica. Anche perché, prosegue l’argomentazione, l’oro è ingombrante, non facilmente divisibile, confiscabile, eccetera eccetera. Quindi, quando i millennial avranno preso il comando del pianeta (invecchiando), possiamo immaginare che le criptovalute sostituiranno l’oro come riserva di valore. So che la faciloneria di questa argomentazione vi risulterà scioccante ma vi assicuro che non di rado i prezzi-obiettivo degli attivi di investimento vengono calcolati con analogie stralunate del genere.

La carica dei fondi

Ma il game changer, come direbbero gli esperti di cose di mondo, è l’adozione di tale investimento da parte degli investitori istituzionali. Il numero di fondi, tradizionali o alternativi, che hanno inserito criptovalute in portafoglio è infatti in costante aumento. Ciò determina, oltre a una robusta pressione della domanda, anche la presunta riduzione del rischio che questi attivi vengano alla fine messi al bando dalle autorità politiche o monetarie. E questa è una importante spinta verso l’effetto-valanga.

A questo punto, tuttavia, dobbiamo chiederci: quale sarebbe il valore intrinseco del bitcoin? Verrebbe facile rispondere che è quello negli occhi dei suoi acquirenti e non si andrebbe molto lontano, come del resto accade per tutto quello che viene scambiato, al netto dell’eventuale valore d’uso. Il prezzo di una azione è uguale alla previsione del flusso di utili futuri a cui è applicato un tasso di attualizzazione in cui la fantasia dei previsori può galoppare; considerazioni quasi analoghe valgono per le obbligazioni, sostituendo agli utili le cedole (quando esistevano). Ma l’oro, che non produce flussi di reddito da scontare? Appunto. E il bitcoin, prodotto di un software? Appunto.

Explainer: quando e come si raggiungeranno i 21 milioni di pezzi di bitcoin

Ma bitcoin e altre criptovalute sono davvero efficaci coperture contro l’inflazione? Data la loro finitezza di offerta, e data la premessa che vengono scambiate e adottate perché un numero crescente di persone si convince che lo siano, è utile sapere che, da quando le criptovalute sono comparse sulla scena del mondo, una dozzina di anni addietro, non ci sono ancora state perturbazioni inflazionistiche. Inoltre, la loro correlazione con azioni e obbligazioni quest’anno è cresciuta. Forse perché il loro successo è comunque figlio del boom di creazione monetaria. Quindi, per affermare la loro virtù, restiamo nel mondo delle ipotesi per analogia.

Che diranno governi e banche centrali?

E che dire del rischio che governi e banche centrali dichiarino guerra a bitcoin e affini, sulla base della rivendicazione del monopolio della moneta e della lotta alla criminalità sovranazionale? Quel punto resta. La neo Segretaria al Tesoro dell’Amministrazione Biden ed ex presidente della Federal Reserve, Janet Yellen, non pare essere grande tifosa dello strumento, che nel 2017 definì “un asset altamente speculativo” e “non una riserva di valore”. Intanto, l’Amministrazione Trump ha messo in consultazione veloce nuove regolazioni restrittive sull’uso delle criptovalute, volte a identificare chi sposta posizioni da una cripto-borsa verso il proprio wallet. Difficile credere che verranno abbandonate dal nuovo inquilino della Casa Bianca.

In miniera: come funziona l'(energivora) estrazione dei bitcoin

Altra domanda: come fa un asset fortemente volatile a essere un efficace elemento di diversificazione del portafoglio? Lo è proprio perché è tale, anche se la sua correlazione con gli attivi tradizionali è aumentata. Un interessante studio del CFA Institute, pubblicato di recente, mostra che l’efficacia delle criptovalute in un portafoglio è maggiore se si procede a ribilanciamenti periodici del medesimo, per tenerne il peso costante.

Tutto vero, per carità, ma questo vale perché le criptovalute hanno fin qui mostrato un trend fortemente ascendente, pur se altrettanto volatile. Pensate invece all’emorragia di un portafoglio dove si fosse costretti, ogni trimestre o giù di lì, a mantenere un X per cento in bitcoin e simili, in presenza di un protratto ribasso del prezzo di quest’ultimo. Di solito, i gestori di portafoglio sanno che una correlazione vale sin quando dura.

Portafogli diversificati

E quindi che possiamo dire, senza urtare la suscettibilità degli evangelizzatori libertari delle criptovalute? In primo luogo, che in questo post ho trattato della loro idoneità a essere usate come investimento efficiente di portafoglio, cioè tale da migliorarne il rendimento rispetto al rischio. La loro trattazione come strumento di pagamento la tralascio, al momento, anche perché i numeri assoluti continuano a essere risibili. Attendiamo l’adozione su scala più vasta, anche grazie a iniziative come quella di PayPal, e vedremo. Resta il punto: quando un attivo è molto volatile, è difficile che possa diventare mezzo di pagamento.

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Poi, possiamo dire che l’innesco all’uso delle criptovalute resta il tentativo di trovare asset non inflazionabili, e l’andamento esplosivo delle quotazioni è figlio della sovrabbondante liquidità da cui gli investitori cercano di fuggire. Comunque vada, ricordate che negli investimenti prima viene il fattore FOMO (Fear of missing out, paura di perdere il treno dei guadagni), poi le dotte razionalizzazioni, post mortem.

Per il prossimo futuro, è verosimile che l’adozione delle criptovalute da parte di investitori istituzionali rappresenterà un potenziale freno a tentativi delle autorità politiche e monetarie di ridimensionare il peso degli attivi digitali “anarchici”. Ma sarà un equilibrio altamente instabile, per ovvi motivi.


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Foto di VIN JD da Pixabay

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