Il caso Jack Ma e il monopolio dell’uso dei dati

Il caso del "ridimensionamento" di Jack Ma e del suo impero di e-commerce è la vista da altra angolazione degli stessi problemi di cui si discute in Occidente riguardo alle piattaforme tech

Da consumatori a elettori, il passo è breve

Analisti geopolitici e finanziari di mezzo mondo si interrogano da molte settimane su una questione che in apparenza va oltre il destino del suo protagonista: che fine ha fatto Jack Ma? Che poi sarebbe il magnate cinese che ha creato un impero online con l’e-commerce di Alibaba e lo ha fisiologicamente esteso all’intermediazione finanziaria e ai sistemi di pagamento. Dopo una sua intemerata a fine ottobre contro le banche pubbliche cinesi, e dopo che il regolatore cinese ha bloccato la quotazione di Ant Group, piattaforma di pagamenti digitali che serve oltre un miliardo di utenti e 80 milioni di commercianti, che accadrà? Tra antitrust e monopolio dei dati, cerchiamo di capire.

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Il regolatore cinese, si narra dietro impulso diretto di Xi Jinping, ha bloccato la quotazione di Ant Group, per la quale banche d’affari di mezzo mondo già pregustavano di incassare commissioni da favola, con la motivazione che l’azienda violerebbe direttive antitrust e norme prudenziali di intermediazione finanziaria. Da allora è iniziata una “interlocuzione”, o meglio un monologo, in cui lo stato parla e Ma e i suoi ascoltano, sparendo dai radar pubblici.

L’app di Ant è una autentica idrovora di dati personali: debitori e clienti, abitudini di consumo, viaggi, pagamenti di utenze e così via. La società eroga anche prestiti ma lo fa come mediatore, cioè acquisendo fondi dalle banche “tradizionali” (oltre un centinaio quelle sinora coinvolte), quindi ha poco o nessun rischio di credito in proprio, altro pesante rilievo del regolatore. Non pago di questo confortevole posizionamento, nel famoso discorso di fine ottobre, Jack Ma ha accusato le banche commerciali pubbliche cinesi di avere una mentalità da “banco dei pegni”.

Il multiforme rating di Stato

C’è poi la questione dei dati, a vari livelli. In primo luogo, occorre sapere che la banca centrale cinese in passato ha tentato di creare una sorta di agenzia centralizzata di rating, a cui gli intermediari avrebbero dovuto contribuire con i dati dei clienti in loro possesso. Ma Ant ha rifiutato di fornire i propri, temendo per la propria posizione competitiva. Difficile tenere sotto controllo le dinamiche dell’indebitamento privato, se manca la cooperazione degli operatori. Questo quindi è verosimilmente l’altro elemento di criticità per il regolatore. Che, dopo aver “normalizzato” Ant, pare giunto finalmente a creare il sistema di credit scoring.

La “questione Ant” non è tanto quella di un geniale imprenditore tech vessato da un governo liberticida quanto quella, assai familiare anche in Occidente, di piattaforme digitali che incettano i dati dei clienti e, con la loro dimensione, rischiano di ostacolare alcune forme di controllo da parte del policy maker, nel caso specifico sia la concorrenza tra merchant che il controllo degli aggregati creditizi. Temi che ormai sono o dovrebbero essere ampiamente noti anche nelle nostre democratiche lande.

Il libro paga delle piattaforme

Nella loro sin qui irresistibile ascesa, le piattaforme blandiscono il potere. Più propriamente, puntano a metterlo a libro paga. Questo, per Jack Ma e la sua Over the Top ha significato, ad esempio, cooperare con le autorità fornendo i dati di tracciamento di soggetti “attenzionati” dal regime. Da questa cooperazione, oltre che dalla cessione di azioni a prezzo “agevolato” a organismi pubblici e alti ufficiali di partito, deriva o dovrebbe derivare una benevola negligenza del regolatore rispetto a temi quali l’abuso di posizione dominante e rischi finanziari.

Almeno, questo è ciò che pensava Jack Ma e pensavano o forse pensano ancora, i demiurghi che gestiscono le piattaforme statunitensi, dopo la cacciata di Donald Trump dai loro social. Una cacciata che, ricordiamolo, avviene nel rispetto formale dei termini di servizio e dei contratti privati con gli utenti, ma il cui tempestivo zelo potrebbe maliziosamente essere posto in connessione con l’ormai ineludibile tema della responsabilità editoriale dei contenuti, la famosa Sezione 230 del Communications Decency Act, che le OTT considerano alla base della loro sopravvivenza e prosperità nel corso degli anni.

Tornando alla Cina e a Ma, credo si possa dire che la vicenda segna l’intersezione di due grandi piani: da un lato un apparentemente genuino orientamento antitrust, per evitare che aziende emergenti e promettenti vengano soffocate dall’incumbent, e una altrettanto sentita esigenza di non mettere a rischio la stabilità finanziaria nazionale, consentendo a un gigante dell’e-commerce di impossessarsi della capacità di credito del sistema bancario.

Dall’altro, e in conseguenza di mancato controllo del gigantismo altrui, pare del tutto evidente che, da una catastrofe finanziaria causata da un uso spregiudicato del credito da parte di un operatore (peraltro senza mettere a repentaglio il proprio capitale), il partito abbia solo da perdere: eventualmente, il proprio monopolio politico.

Il monopolio nell’uso “legittimo” dei dati

Con quel cinismo che di solito serve a leggere la realtà, potremmo dire che i dati sono come la violenza “legittima”: uno stato deve averne il monopolio d’uso. Il problema è che questa esigenza non appare limitata alla dittatura cinese ma anche al resto del mondo libero o presunto tale.

Si parte dalla comprensibile esigenza di reprimere attività che sono pacificamente ritenute ripugnanti, come il traffico di sesso a mezzo della Rete, alla più generale violazione del copyright (tutte cose già normate dalla Sezione 230), e si arriva al “free speech“, in senso sempre più latamente inteso, e alla delimitazione dell’hate speech, che è tuttavia suscettibile di essere negli occhi e nelle orecchie di chi legge e ascolta, entro dati limiti.

Abbiamo quindi una tensione al monopolio nell’uso dei dati intesi come leva strategica di controllo sociale, che fatalmente si spinge oltre le abitudini di consumo di beni e servizi. Il punto di scontro tra una élite economica che vorrebbe “solo” pilotare i consumatori ma che fatalmente finisce nella “politica”, cioè nell’ambito di altra e differente élite, che oltre dati limiti non può più accontentarsi di farsi comprare dalla prima senza mettere a rischio la propria sopravvivenza. Si inizia con i prestiti personali, si arriva al rating sociale per la valutazione del “buon cittadino”, ricordate?

Ecco perché la vicenda di Jack Ma non è né può essere differente da quelle di Mark Zuckerberg, Jack Dorsey, Sundar Pichai, Jeff Bezos e altri.

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