Regno Unito, più tasse dopo il Covid

Il governo Johnson annuncia aumenti di imposte per il dopo-pandemia. Forse inevitabile, data la voragine nei conti pubblici e il previsto aumento di spesa sociale. Ma si parte da livelli "bassi" di pressione fiscale

Il Cancelliere dello Scacchiere britannico, Rishi Sunak, ha presentato l’atteso progetto di bilancio 2021, quello che deve compiere lo sforzo finale di sostegno a famiglie e imprese e porre le basi per la ripresa, la prima dell’era post Brexit. In un senso e nell’altro, ci sono novità rilevanti e interessanti. Innestate su numeri impressionanti: un deficit che quest’anno tocca il 17% del Pil, massimo dalla Seconda Guerra mondiale e che anche il prossimo resterà in doppia cifra, al 10,3%.

Riguardo ai sussidi pandemici, viene prorogata a tutto settembre la misura equivalente alla nostra cassa integrazione covid, costata sinora 54 miliardi di sterline. La copertura è pari all’80% della retribuzione per le ore non lavorate ma da luglio le imprese dovranno contribuire. Prevista la conferma di erogazioni anche per i lavoratori autonomi.

Tra le altre misure di sostegno, oltre a nuovi prestiti garantiti e sovvenzioni, il settore del turismo e della hospitality potrà beneficiare di VAT (Iva) al 5% per altri sei mesi, e al 12,5% per i successivi sei, prima della normalizzazione dell’aliquota al 20% pre-Covid. Superfluo osservare che l’aliquota al 5% nulla ha prodotto, in termini di beneficio, durante i lockdown.

Aumentano le imposte

La novità più rilevante non è per il 2021 ma spostata in avanti di due anni e riguarda il fisco. Dal 2023, l’aliquota d’imposta sulle società scatta dal 19% al 25%. Viene tuttavia introdotta una differenziazione: le piccole aziende con utili inferiori a 50.000 sterline pagheranno ancora il 19%. In modo progressivo, solo le aziende con utili superiori a 250.000 sterline pagheranno la nuova aliquota piena. Si stima che sarà solo il 10% del totale. La misura lascia perplessi: introdurre una sorta di progressività anche per l’imposta sui redditi delle società rischia di produrre distorsioni ed elusioni.

Per rafforzare il gettito fiscale senza violare la lettera delle promesse elettorali c’è poi una trovata piuttosto logora: per cinque anni, sino al 2026, verrà congelata la franchigia dell’imposta personale sul reddito e sulle pensioni, oltre alla soglia esente per le successioni e quella sui capital gain.

In tal modo, il solo operare dell’inflazione, gonfiando i redditi nominali, determinerà un aumento di gettito. È il famoso fiscal drag che noi italiani abbiamo imparato a conoscere qualche lustro addietro. In conseguenza del quale, entro il 2025-26, nello scaglione di aliquota massima entreranno 1,3 milioni di contribuenti mentre un altro un milione inizierà a pagare le tasse, uscendo dalla no tax area.

Ma la pressione fiscale resta “bassa”

Questo espediente serve, come detto, a non violare il manifesto elettorale dei Tory, col “triplo lucchetto”: niente aumenti di imposte dirette, indirette e contributi sociali. Per effetto di tali misure, la pressione fiscale salirà dal 34% al 35% del Pil nel 2025, maggior livello dalla fine degli anni Sessanta. Beati loro, diremmo noi italiani, che stiamo circa 6-8 punti percentuali sopra. La corporation tax arriverà a valere nel 2026 il 3,2% del Pil, massimo dal 1989-90. Su questo quoziente, più che sull’aliquota formale, si faranno i confronti internazionali.

Per spingere la ripresa, nei prossimi due periodi di imposta sarà possibile dedurre fiscalmente il 130% del costo degli investimenti in impianti e attrezzature, e il 50% di quello in edifici e strutture. Si chiamerà Super Deduction. Secondo Sunak, produrrà una spinta agli investimenti del 10%.

Questa è la proiezione d’impatto del Budget 2021 su entrate e spese a cinque anni:

Più spesa, più tasse

Rimandando al dettaglio di tutte le misure chi volesse approfondire, possiamo fare qualche considerazione. In primo luogo, il governo Johnson ritiene necessario aumentare le tasse per mettere in sicurezza i conti pubblici. I fatti diranno se l’intuizione era corretta. Ma se Johnson vuole “livellare verso l’alto” il territorio, sul piano economico e sociale, la spesa dovrà aumentare, e con essa la pressione fiscale. Quindi la via del riequilibrio dei conti pubblici a mezzo di tagli di spesa, esclusivi o prevalenti, è preclusa.

In questo senso, l’attuale governo dovrà mantenere le proprie promesse sociali. Il Regno Unito parte da livelli di tassazione bassi per la media europea. S’impone informare di ciò i numerosi entusiasti gabellieri italiani che avranno già iniziato a cantare “facciamo come i britannici”.

Tasse UK in percentuale del Pil nominale
Starmer all’attacco

Nel frattempo, per Johnson e Sunak è già pronta una nuova sfida: il leader laburista, Keir Starmer, ha già detto che è “iniquo ed economicamente analfabeta” non pensare ad alleviare l’onere del debito da pandemia, sia pure agevolato, che le aziende, in condizioni normali, mai avrebbero contratto. Difficile dargli torto e comunque l’argomento è politicamente robusto, non solo in UK. Starmer ha anche giocato di rimessa sugli aumenti di tasse, dicendo che sarebbero guidati non da motivazioni economiche, che anzi al momento sconsiglierebbero di agire, bensì elettorali: alzarle oggi per annunciare riduzioni a fine legislatura.

Il Covid lascerà dietro di sé una enorme incognita: quale sarà il tasso di crescita tendenziale e potenziale dell’economia? Ciò dipenderà dalla resilienza dell’esistente e dalle scelte di innovazione (green e digitale, come ormai ripetono anche i sassi). Se il tessuto economico dovesse aver subito danni permanenti (e comunque nelle more della transizione), il gettito fiscale sarebbe strutturalmente inferiore al pre-pandemia, e servirebbe gestire questa situazione. Pare che stampare non basti. Incredibile, vero?

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