Il bail-in è morto, viva il bail-in?

Dalla Corte di giustizia europea una spallata al bail-in? A molti da noi piacerebbe, ma il principio resterà. Attenzione alle infezioni di sistema in un organismo minato dalla non crescita, quale è l'Italia

Con la sentenza della Corte di Giustizia europea, che ha respinto il ricorso del Tribunale Ue, che due anni addietro ha riabilitato l’uso del Fondo interbancario di tutela dei depositi nei salvataggi bancari, si apre (forse) lo spazio per una revisione delle norme sui salvataggi bancari. O forse no, visto che un dissesto bancario continuerà a essere tale, e i costi a ricadere sulla collettività, in vario grado e intensità. Sino al punto di rottura.

Nel 2015, la Direzione Concorrenza della Ue, guidata da Margrethe Vestager, aveva definito aiuto di stato illegittimo l’intervento del Fitd a favore di Tercas, o meglio della sua acquirente, la Banca Popolare di Bari.

Il caso Tercas

Tercas, in amministrazione straordinaria del 2012 a seguito di irregolarità contestate da Bankitalia, fu salvata dalla Popolare di Bari, che si disse disposta a rilevare l’istituto teramano ma solo dopo che “altri” ne avessero colmato il buco patrimoniale preesistente. Quel compito fu assunto dal Fondo interbancario di tutela dei depositi ma la Commissione Ue, il 23 dicembre 2015, disse di no ritenendo il fondo caratterizzato da natura pubblica, configurando l’illegittimo aiuto di stato.

La comunità delle banche italiane creò a stretto giro uno “schema volontario”, che subentrò al suo alter ego pubblico e usò quei fondi per ripianare le perdite pregresse di Tercas, i cui azionisti vennero -ovviamente– azzerati. Dopo di che, Bari prese il controllo di Tercas e mal gliene incolse, visto quello che trovarono nel portafoglio crediti.

Il punto di questa vicenda è che il pronunciamento della DG Comp fu il 23 dicembre 2015 ma un mese prima, il 22 novembre, le quattro casse minori (Ferrara, Chieti, Marche, Etruria), erano state risolte attraverso l’applicazione adattata dello schema di bail-in che sarebbe entrato in vigore il primo gennaio 2016. Prima di ciò, gli italiani tentarono inutilmente di convincere Bruxelles che il Fitd potesse e dovesse intervenire per evitare l’esito della risoluzione.

L’articolo 47 violato

Da qui, la mitopoiesi dell’assalto al risparmio e alle banche degli italiani, che giunse a scomodare l’articolo 47 della Costituzione, quello relativo alla tutela del risparmio. Scordando che il risparmio era stato sì violato ma da prassi come i questionari Mifid alterati per piazzare nitroglicerina nei portafogli dei clienti, e dalle operazioni baciate, la concessione di prestiti contro acquisto di azioni delle banche. Ma transeat.

Ci si scorda anche che i crediti ammalorati in pancia alle banche dissestate erano reali, e non invenzione di Bruxelles. L’alibi è pronto: se il Fitd avesse potuto operare come salvatore, non ci sarebbe stata l’urgenza di ripulire i bilanci dalle sofferenze, ci sarebbe stato più tempo per proseguire nella finzione di coltivarsi crediti con valore di recupero risibile.

Ora il caso è chiuso ma resta aperto. È chiuso nel senso che, secondo la Corte di Giustizia Ue, il Fitd non agiva come mandatario dei pubblici poteri ma in un’ottica “privatistica”. La DG Comp ha compiuto quindi un errore di diritto, il cui accertamento apre la strada ad una richiesta di risarcimento.

Infezioni di sistema

Il caso resta aperto perché bisogna aver chiari alcuni punti. In primo luogo, che il ritorno allo status quo ante appare molto difficile. Nel senso che, se per ogni banca che va in dissesto deve intervenire la comunità delle banche italiane, si pone un problema di onerosità per il sistema.

La lettura politica di questa sconfitta di Vestager poggia sul fatto che sarebbe stata enfatizzata la tutela della concorrenza sottovalutando i rischi per la stabilità finanziaria del sistema. La prima non sarebbe mai stata minacciata, visto il peso risibile sul mercato italiano dei depositi di Tercas e delle banche risolte. Ma le cose sono un po’ più complesse di così.

Se si inizia a salvare le piccole, si arriva fatalmente a salvare anche le grandi. Parliamo della ricapitalizzazione precauzionale di MPS, che si rivelerà un errore storico e costoso per i contribuenti italiani? O delle due venete? Basta creare una struttura settoriale consortile per rilevare banche dissestate, e vissero tutti felici e contenti? Ovviamente, no.

Non serve padroneggiare la logica per intuire che, con questo schema, si finirebbe ad appesantire il sistema bancario in modo insostenibile, ponendo il rischio assai concreto di successivo intervento pubblico a sostegno del settore. Si tornerebbe agli aiuti di Stato.

Aiuti di Stato, prodotto italiano

E torniamo al punto: la vocale esigenza italiana di poter concedere aiuti di Stato ogni volta che se ne presenti “necessità” (spoiler: sempre, per esigenze politico-elettorali), e successivamente, finiti i soldi, trovarsi a invocare a squarciagola trasferimenti europei a titolo di “solidarietà”. E si torna al via. O meglio, alla fine di una strada senza uscita.

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Quindi no, per il momento (a pandemia finita) le regole europee sul coinvolgimento del settore privato nei dissesti bancari resteranno operative, e con esse il principio della condivisione dell’onere (burden sharing). I salvataggi bancari, soprattutto di istituti minori, potranno avvenire grazie ai fondi consortili, “come si fa in Germania”.

Il primo, enorme test post-pandemico verrà dalla gestione dell’onda di piena di nuove sofferenze da smaltire. Torneremo a leggere e sentire di bad bank pubbliche o europee, che susciteranno veti nazionali. Eviterei quindi di balzare alle conclusioni parlando di “spallata al bail-in“.

Se un paese non cresce, le sue banche accumuleranno crediti deteriorati e sofferenze conclamate. Non si tratterà più di salvataggi isolati ma di dissesto sistemico. E a quel punto ogni cordata rischierà di trasformarsi in una corda attorno al collo del settore.

Indietro non si torna

Mentre attendiamo di capire se gli ultimi due interventi di salvataggio orchestrati dal Fitd (Carige e Bari) avranno successo e non si limiteranno a calciare più in là la lattina del dissesto, è bene essere consapevoli che il concetto logico alla base del bail-in resta vivo: impedire la diffusione dell’infezione all’intero sistema, e oltre i confini nazionali. E l’Italia ha un track record assai poco invidiabile, in termini di generazione di bubboni che vampirizzano risorse della collettività.

Inoltre, bene non scordare che le norme sulla gestione dei crediti deteriorati, col calendar provisioning (non per caso, altra bestia nera degli italiani), impediranno di giocare col riconoscimento delle sofferenze.

Tutti elementi che i patrioti che oggi festeggiano la sentenza europea farebbero bene a tener presente: l’orologio non può tornare indietro nel tempo.

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