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PNRR: i fondi vanno alle politiche attive

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

immaginiamo che non vi sia alcuna difficoltà ad ammettere che esista una differenza molto marcata tra politiche attive per il lavoro, da una parte, e centri per l’impiego dall’altra. Dunque, non dovrebbe risultare complicato anche comprendere la distinzione tra finanziamenti destinati alle politiche attive e quelli, invece, per i centri per l’impiego. E tuttavia, a leggere alcuni commenti sui media rispetto agli investimenti destinati al Lavoro dal Pnrr pare che tale confusione vi sia, eccome.

Su La Repubblica del 28.5.2021, nell’articolo “I licenziamenti invisibili”, Marco Bentivogli afferma:

Le politiche attive in Italia non esistono, i Centri per l’impiego non han mai collocato più del 3% di chi vi si è rivolto. Il Pnrr li riempie di risorse senza nessun progetto.

Sulla questione dell’ormai “famoso” 3% di intermediazione, ci si limita a rinviare questo scritto.

Sull’assenza delle politiche attive per il lavoro, non si può che concordare. Ma, per non lasciare l’affermazione autoreferenziale, occorre motivarne la ragione. A partire dalla specificazione di cosa siano le “politiche attive per il lavoro”, perifrasi molto utilizzata della quale, temiamo, a molti sfugga la corretta definizione.

Dunque, Titolare: cosa sono le “politiche attive per il lavoro”? Prova a spiegarlo qui in maniera molto sintetica il Ministero del Lavoro:

Sono tutte le iniziative messe in campo dalle Istituzioni, nazionali e locali, per promuovere l’occupazione e l’inserimento lavorativo… (orientamento formativo e professionale, accompagnamento al lavoro, promozione del tirocinio, ecc.)

Più nello specifico, le politiche attive per il lavoro altro non sono se non iniziative, sostenute da finanziamenti pubblici (ma anche private), che consentano alla persona in cerca di lavoro di ottenere dai servizi pubblici, come anche da quelli privati accreditati dallo Stato o autorizzati dalle regioni, le misure di politica attiva definite dalla normativa (articolo 18 del d.lgs 150/2015), isolatamente o in combinazione tra loro.

Più prosaicamente ancora, Titolare, le politiche attive consistono in risorse di denaro, per lo più pubbliche, dedicate ai disoccupati o particolari target di disoccupati, mirate a creare a loro favore una dote finanziaria, spendibile esclusivamente per l’erogazione delle attività connesse alla ricerca di lavoro.

Un esempio di politica attiva per il lavoro è Garanzia Giovani: una misura finanziata dalla Ue, che permette ai giovani di giovarsi di finanziamenti con i quali si sostengono gli oneri ad esempio per i tirocini attivati dalle imprese finalizzati a successive assunzioni. È una politica attiva, anche se fin qui rimasta solo a livello sperimentale, l’Assegno di Ricollocazione, che combina orientamento, formazione, bilancio delle competenze, formazione e inserimento in azienda.

Non è propriamente una politica attiva il Reddito di Cittadinanza, perché l’attività di ricerca di lavoro non è oggetto diretto del finanziamento, che invece ha come fine il sostegno al reddito ed ha maggiormente natura di sussidio.

Le politiche attive per il lavoro, quindi, esistono solo in quanto siano finanziate. Certo, vi sono misure di politica attiva sostanzialmente prive di costi: il colloquio per la redazione del curriculum, la presentazione di candidature on line, il bilancio di competenze, ma anche l’inserimento di una candidatura in una vacancy lavorativa o di tirocinio.

Ma, le misure di politica attiva spinte, come l’Assegno di Ricollocazione, con combinazione di azioni e collaborazione pubblico-privato, richiedenti un quantitativo di ore-lavoro da rendicontare ed evidenziare in registri delle attività, necessitano di finanziamenti, tendenzialmente oscillanti tra i 2.000 ed i 5.000 a persona, a seconda della sua distanza dal mercato di lavoro o grado di occupabilità.

Quindi, per attivare politiche del lavoro efficaci, occorrono soldi. Tanti soldi. Una regione che intendesse attivare una misura di politica attiva per 10.000 disoccupati al costo medio a persona di 3.000 euro, dovrebbe investire 30 milioni, ad esempio. Giungere quindi a cifre di spesa molto elevate è facile, come simmetricamente difficile è reperire gli stanziamenti.

Sarà per questo che le politiche attive in Italia latitano e quando sono attivate spesso sono limitate a livello di sperimentazione (che significa riservarle a pochi utenti, perché si destinano pochi soldi).

Torniamo, adesso, al Pnrr e all’affermazione finale di Bentivogli: il Piano riempirebbe di soldi i centri per l’impiego, cioè gli uffici pubblici primariamente titolari della funzione di attivare le politiche attive del lavoro; nel contesto della frase del sindacalista, il senso è chiaro: il Pnrr dà i soldi ai centri per l’impiego (inefficienti perché intermediano il 3%), invece di destinarli alle politiche attive per il lavoro, inesistenti.

Ma, Titolare, le cose stanno proprio così? Guardiamo cosa prevede il Pnrr nella specifica Missione Politiche per il lavoro:

L’investimento complessivo è di 6,66 miliardi. È, quindi, corretto affermare che vi sia un investimento molto ampio. Ma guardando bene la ripartizione delle risorse e soffermandosi soltanto sui due elementi delle politiche attive, da un lato, e dei centri per l’impiego, dall’altro si nota:

a) alle politiche attive per il lavoro sono destinati 4,4 miliardi;

b) ai centri per l’impiego 600 milioni.

Sembra proprio che il Pnrr, opportunamente, destini la grandissima parte delle risorse – finalmente – alle politiche attive. E non si riesce obiettivamente a ricavare l’idea che i centri per l’impiego siano riempiti di soldi.

Come dice, Titolare? 600 milioni sono comunque una cifra molto rilevante? In termini assoluti, certamente. In termini relativi, sarebbe il caso di approfondire e verificare quanto poco spenda l’Italia nei servizi pubblici per il lavoro, rispetto per esempio a Francia e Germania.

Ma, soprattutto, Titolare: i 600 milioni sono una spesa tutta nuova e tutta finanziata con le risorse del Pnrr? Non diremmo.

Lo spiega il Pnrr:

Le risorse sono già ripartite alle regioni per 400 milioni di euro sulla base delle unità aggiuntive di personale previste nel Piano Nazionale di Potenziamento dei Centri per l’Impiego, finanziato a valere sulle risorse nazionali (art. 12, co. 3-bis, DL 4/2019 e art. 1, co. 258, l. 145/2018). Gli interventi di formazione degli operatori e le altre priorità di intervento sono previsti dalle Regioni nell’ambito dei Piani regionali di potenziamento dei Centri per l’Impiego, in linea con gli indirizzi contenuti nel Piano Nazionale (DM 22 maggio 2020)

Dunque, per 2/3, le risorse di cui parla il Piano sono quelle previste già da 2 anni e definite dalla normativa vigente e ancora non del tutto spese.

Un terzo dello stanziamento per i Cpi, spiega sempre il Pnrr è destinato ad attivare

Interventi “addizionali”: le risorse addizionali (200 milioni di euro) sono funzionali alla realizzazione di iniziative di rafforzamento dei Centri per l’Impiego: Investimenti strutturali per favorire la prossimità dei servizi; Sviluppo di Osservatori regionali del mercato del lavoro per facilitare incontro tra domanda e offerta; Interoperabilità dei sistemi informativi regionali e nazionali; Progettazione e realizzazione (anche mediante formazione a distanza – FAD) di interventi formativi per l’aggiornamento delle competenze dei lavoratori; Analisi dei fabbisogni (ad esempio sui temi degli standard di servizio, consultazione del Sistema Informativo Unificato, allineamento delle competenze con le esigenze delle imprese); Promozione dei servizi di identificazione, validazione e certificazione delle competenze (IVC) nell’ambito del Sistema Nazionale di Certificazione delle Competenze); Progettazione e realizzazione dei contenuti e dei canali di comunicazione dei servizi offerti; Promozione della integrazione territoriale dei servizi per l’impiego con gli altri servizi, in particolare quelli sociali e quelli per l’istruzione e la formazione.

Sembra di poter concludere, Titolare, che il Pnrr non riempia per nulla i centri per l’impiego di risorse, ma le destini prevalentemente ed opportunamente alle politiche attive per il lavoro.

Per altro, sembra anche che per una volta alle risorse per le politiche attive si accompagni anche un’idea progettuale di intervento. Il Pnrr delinea, infatti, tra gli interventi ai quali destinare gli oltre 4 miliardi per le politiche attive il

Programma Nazionale per la Garanzia Occupabilità dei Lavoratori (GOL), quale programma nazionale di presa in carico, erogazione di servizi specifici e progettazione professionale personalizzata. Il nuovo Programma GOL intende imparare dall’esperienza di questi anni, cercando di superare – con un approccio basato sulla definizione di livelli essenziali delle prestazioni – l’eccessiva eterogeneità dei servizi erogati a livello territoriale. Altri elementi su cui sarà necessario intervenire è la prossimità degli interventi e l’integrazione in rete dei servizi territoriali. Attenzione specifica sarà dedicata all’inserimento lavorativo delle persone con disabilità. Il Programma sarà adottato con decreto interministeriale, previa intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni.

Vedremo se per l’ennesima volta ci si fermerà alla sperimentazione o all’estremità di un binario morto. Tuttavia, non siamo nello stallo del riempimento degli uffici pubblici di risorse: si sta provando a guardare ai servizi da erogare alle persone. Un passo nuovo, anche per l’entità delle risorse.

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