I fuori programma del circo di campagna (elettorale)

In principio erano i “programmi” elettorali. Una collezione per lo più incoerente di desideri, tutti o quasi molto costosi, tutti o quasi senza indicazione dei mezzi finanziari con cui farvi fronte. Poi, d’improvviso, la assai tardiva e tragica epifania: c’è uno shock energetico senza precedenti, fate presto! E da lì i copioni sono cambiati ma rispettando il canovaccio narrativo: quello di una compagnia di giro di guitti e saltimbanchi convinti di essersi specializzati in “narrazioni” che chiudono fuori dall’uscio la realtà, con la collaborazione di una stampa scodinzolante e del fondale di cartapesta dell’infotainment televisivo (tanto –tainment e poco info-), animato da iscritti all’ordine dei giornalisti, pur se non sempre (ma vi assicuro che la differenza non si nota).

Fermate le rotative e la campagna elettorale

Lo shock energetico, si diceva: presto, sospendiamo la campagna elettorale, che pare la violazione della nota massima the show must go on o anche degli immortali versi del sublime poeta romano Renato Fiacchini, in arte Zero, “il carrozzone va avanti da sé, con le regine, i suoi fanti e i suoi re”. Ma anche le regine muoiono, sigh.

Sospendiamo la campagna elettorale, qualsiasi cosa significhi. Qualcuno, tra gli attori della compagnia di giro, parla di “armistizio, e subito qualche intuitivo osservatore pensa si tratti di un clamoroso sviluppo dell’invasione dell’Ucraina da parte dei russi. Ma è molto meno o forse molto di più. Vediamoci, parliamone, facciamo cose, vediamo ‘ggente e soprattutto facciamo presto. E debito.

Si fa presto a dire fate presto. Che si fa? E qui fischiano le soluzioni, a volo rasente. Torna il leggendario “scostamento”. Che poi sarebbe il figlio del dio deficit, quello con un moltiplicatore da fare invidia a Gesù Cristo coi suoi banali pani e pesci. Servono subito parecchie decine di miliardi di deficit, è il diffuso mantra, per “ristorare” famiglie e imprese.

Qui vorrei segnalarvi che pare che il deficit non compri la felicità, se la felicità manca materialmente. In altri termini, che iniettare domanda quando manca l’offerta sia il modo migliore per impiccarsi alla stagflazione ma non voglio essere pedante e inopportuno. Di certo, qualcosa va fatto, per proteggere i fragili. Che in campagna elettorale diventano praticamente sessanta milioni di persone.

Il dio del piccolo grande deficit

Ecco arrivare il capo politico dell’entità colliquata convenzionalmente nota come M5S, che sta cercando di far resuscitare la creatura, con la sola imposizione dell’avverbio “gratuitamente”. Lui tiene a precisare che “serve un Energy Recovery Fund”, qualsiasi cosa ciò significhi, che serve “mettere le tende a Bruxelles” e non fermarsi al primo diniego dei crucchi allargati, perché lui ha dimostrato che volere è potere.

E fa niente che non sappia dire che minkia sarebbe questo “Energy Recovery Fund”. Se ad esempio una specie di maxi ristoro, quindi spese correnti, finanziato non si sa da chi e a beneficio di chi. Io mantengo il sospetto che, a questo giro, l’Europa dovrebbe fare la colletta per i poveri tedeschi ma alle nostre latitudini resta la granitica convinzione che invece quei soldi andrebbero ancora a noi, “perché noi valiamo”.

L’Avvocato del Popolo Gratuitamente insiste: se ci aveste dato retta, con uno scostamento quando lo abbiamo proposto noi, e cioè sempre e comunque ben prima della guerra, ora saremmo qui a scrutare un orizzonte rosa. In pratica, lo scostamento di bilancio come unico vero vaccino contro le calamità economiche. E un vaccino davvero sterilizzante, mica come quello contro il Covid. Ah, le certezze dei bei tempi che furono. La profilassi a mezzo di debito, spiegata bene. Perché “avevamo l’expertise“.

Questo atlantismo po’ essere fero o po’ esse piuma

Poi c’è lei, la candidata premier. Orgogliosa, sovrana, patriota. Pronta all’immane compito per il bene della Patria, che la chiama. Semo atlantisti de fero, è stato il concetto. Ma vogliamo essere risarciti per il disturbo. Non è chiaro da chi né perché. Forse da quegli stessi Stati Uniti da cui la premier in pectore cerca di farsi legittimare in attesa che l’anziano liberal fantoccio della sinistra e delle sue guerre culturali e del wokeism lasci il posto a Donald Trump o qualche altro Repubblicano arci-conservatore che dica “ma a noi che ci frega della Russia, poi?”.

Semo leali, datece li sordi, è la assai prevedibile variazione sul noto tema. E pazienza che argomentare a questo modo ricordi più un mercanteggiamento da mercato rionale o una dialettica da condominio anziché la fedeltà ad un’alleanza. Ci sarà tempo per rettificare.

Ma la candidata premier si è scoperta anche ferrea conservatrice fiscale. A differenza dei suoi compagni di strada, che slinguazzano il rosario del dio dello scostamento di bilancio, lei è attenta a non sperperare. Anzi, ormai in trance agonistica da falco fiscale è riuscita anche a bacchettare il governo Draghi, con uno stentoreo atto d’accusa:

Il governo dei migliori ci ha regalato in quindici mesi un aumento di 116 miliardi di debito pubblico.

Sono colto dalle vertigini, di fronte a simile hawkishness, come direbbero quelli che hanno fatto il militare al Wall Street Journal. Avevamo la Thatcher in tinello e non ce ne siamo accorti. Ma ora recupereremo. Sempre che il compagno di strada della premier in pectore sia d’accordo, visto che la sta già punzecchiando sul debito. Chissà come è il Papeete verso dicembre.

L’occhio della madre

Ma la premier in pectore porta su di sé tutta l’umana sofferenza dei leader veri, quelli che all’amore per la patria sacrificano tutto, soffrendo in silenzio. Come indefessamente ci ricorda, assediato quotidianamente da acuti e intuitivi intervistatori, il suo più affettuoso aedo nonché co-fondatore del suo partito. Perché “i figli so’ piezz’e core“. Chissà cosa ne pensano, tra le molte altre, Sanna Marin e Jacinda Ardern. Ma ci sarà modo di ruzzare tra i corridoi di Palazzo Chigi, e l’armonia tornerà anche in questo lato dell’universo.

Nel frattempo, niente cedimenti: si va avanti duri e tetragoni, in difesa della Patria spogliata dallo Straniero. E quindi, “la pacchia è finita“, ci ricorda la premier in pectore, prendendo a prestito un imprescindibile motto del suo compagno di strada adepto della religione dello scostamento di bilancio. Perché “con me torneremo a farci sentire e a difendere i nostri interessi”.

Il sottinteso è che, sin qui, i nostri interessi siano stati calpestati e svenduti da quinte colonne domestiche. E pazienza che, “in Europa”, servano alleanze e non i soliti pugnetti e piedini pestati. Ma sottintendere che sin qui i nostri governi siano stati infarciti di incapaci e venduti non è male, per colei che si inalbera se qualcuno osa dire che la sua radice ideologico-culturale potrebbe essere un serio problema per l’Italia in Europa. Disfattisti! C’è sempre qualcuno che ha il diritto naturale a far sapere oltre confine che proviene da un paese da operetta incapace di comprendere il concetto di interesse nazionale, o magari scambiandolo con le concessioni balneari.

Il Cireneo del Nazareno

Chi manca? Beh, il povero (parlandone da politicamente vivo) segretario del Partito Zombie, il Pd, che tra minibus elettrici in cerca di colonnine di ricarica e promesse di bollette sociali e spinte al reddito che ricordano Vasco Rossi (“Uno stipendio per te. Come non è vero, sei te!”) si aggira per l’Italia ospite di maggiorenti locali che hanno preso alla lettera Lucio Dalla (“e c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra”), facendosi aiutare da eclettici acrobati da liana, che pendolano da destra a sinistra e ritorno, quando ricordano di tornare.

E il povero Cireneo del Nazareno, dalla sera del 25 settembre, è atteso a una lunga resa dei conti con l’ala sinistra del suo partito, quella che non ha mai smesso di sospirare per l’Avvocato del Popolo e il suo populismo progressista. Cantando “Bella ciao, gratuitamente”, si può sognare.

C’erano una volta i “programmi“. Un paradiso artificiale costruito ad uso dei gonzi. Poi arrivò la realtà e ora invece si recita a soggetto. Ma il risultato resta uguale. Unica arma verso costoro, sublimare il disprezzo. Con questa politica, chi ha bisogno dell’antipolitica?

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