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Il bitcoin salvatore del Salvador?

Nei giorni scorsi il presidente di El Salvador, Nayib Bukele, in un videomessaggio a una conferenza sulle criptovalute tenutasi a Miami, ha annunciato che invierà in parlamento una proposta di legge per far diventare il bitcoin mezzo legale di pagamento nel paese. L’annuncio ha avuto vasta eco mediatica e da parte di analisti politici. Cerchiamo di capirne di più.

Il quarantenne Bukele ha presentato l’iniziativa come un modo per aiutare la vastissima parte della popolazione non bancarizzata, in un paese la cui economia informale si aggira intorno al 70%. El Salvador non ha valuta propria, come accade ai paesi economicamente falliti, ma è dollarizzato ormai da un ventennio e vive di rimesse dei propri emigrati: si calcola che circa un quarto della sua popolazione viva negli Stati Uniti, e che lo scorso anno abbia inviato al proprio paese di origine 6 miliardi di dollari.

Bitcoin e unbanked

È uno dei tre paesi, con Honduras e Guatemala, parte del cosiddetto “Triangolo del Nord” che produce forti flussi migratori verso gli Usa, fenomeno politicamente molto sensibile per l’elettorato statunitense, di entrambi i partiti. Ora, a risolvere il problema, ci prova la vicepresidente Kamala Harris, su delega di Joe Biden.

Bukele ha presentato l’operazione bitcoin come un modo per favorire l’inclusione finanziaria della popolazione e per evitare che le rimesse degli emigrati vengano taglieggiate dalle commissioni degli intermediari finanziari che curano i trasferimenti. Motivazione invero assai curiosa, vista la volatilità estrema del bitcoin. Ma prendiamola per buona, almeno per ora.

Né da parte di Bukele è mancata la tradizionale retorica dei bitcoinisti contro le banche centrali che stanno attentando alla stabilità monetaria globale. Che, detto, in uno stato fallito come El Salvador, così come in altri dove si stampa allegramente moneta da distribuire al popolo, è un po’ come discutere del colore con cui imbiancare le pareti dopo che la casa è ridotta a un cumulo di macerie.

A che populista votarsi

Bukele è stato imprenditore, dirigente d’azienda e sindaco, è figlio di un uomo d’affari e leader religioso di origine palestinese. Nel 2019 ha creato una sigla populista e ha vinto le elezioni presidenziali al primo turno, col 53% dei voti, primo candidato dalla guerra civile salvadoregna, durata 12 anni, a non essere espressione dei due partiti storici sino a quel momento dominanti.

Tra le prime misure della sua presidenza, il potenziamento del controllo del territorio, che ha abbattuto il tasso di omicidi, che nel 2018 era il più alto al mondo, a causa dell’operare di gang paramilitari e organizzazioni criminali. Bukele si presenta come il campione dell’anticorruzione dai modi spicci e la sua popolarità nel paese è al momento altissima.

Il suo rapporto con gli Stati Uniti è cambiato con i presidenti. Positivo quello con l’amministrazione Trump, da cui ha ottenuto un prestito per potenziare il suo Piano di Controllo del Territorio. Quando il parlamento salvadoregno fece resistenza all’approvazione del prestito, accusando il presidente di volersi creare una milizia paramilitare, Bukele ordinò ai militari di intimidire i legislatori. Anche per questi episodi, il rapporto con l’Amministrazione Biden non è idilliaco.

Il suo partito ha vinto le elezioni politiche di quest’anno ottenendo la maggioranza dei seggi e formando poi una coalizione che controlla i due terzi del parlamento. A maggio, Bukele ha fatto rimuovere cinque giudici della corte costituzionale, rea di averlo criticato anche per il ricorso a centri di detenzione per chi viola il lockdown pandemico, e il ministro della Giustizia.

L’arma verde di Washington

Ora la proposta per “bitcoinizzare” il paese, che ha suscitato curiosità tra gli osservatori. Secondo Ian Bremmer, la circostanza può anche essere letta come un tentativo di sottrarsi a pressioni americane attraverso il randello del dollaro e dei flussi finanziari. Washington usa da sempre la propria moneta e la sua centralità nel sistema di pagamenti internazionali come arma di pressione verso paesi avversari e sgraditi; questa tendenza è stata ulteriormente accentuata da Trump e dallo stesso Biden, al punto che ormai l’espressione dollar weaponization è di uso corrente tra gli analisti.

L’ipotesi di Bremmer, quindi, è che Bukele stia tentando di aumentare i propri gradi di libertà da Washington. Tentativo quasi eroico, quando sei un paese la cui circolazione monetaria domestica avviene in dollari. Oltre che essere ubicato nel cortile di casa di Washington, ovviamente.

Dietro la motivazione ufficiale di ridurre i costi di money transfer ricorrendo a una “cosa” che non è moneta anche a causa della sua volatilità estrema, Bukele accarezza anche un’altra idea, espressa come voce dal sen fuggita durante il suo annuncio: fare del Salvador un centro mondiale di utilizzo del bitcoin. La riprova sta nella stralunata aritmetica utilizzata all’annuncio:

La resa dei cripto conti

In attesa di capire come trasformare il Salvador nel paradiso mondiale del bitcoin e quali “investimenti” finanziarvi, le conclusioni di Bremmer mi paiono condivisibili: questo evento, ove mai vedrà la luce, rappresenta un tentativo di emanciparsi dall’egemonia, politica prima che finanziaria, del dollaro. Una scorciatoia quasi obbligata, per un paese comunque privo di politica monetaria.

I paesi maggiori, come la Russia, tentano di farlo spostando le proprie riserve su valute diverse dal biglietto verde; vedremo con quanto successo e ricordando che gli americani possono comunque sanzionare chiunque, ad esempio passando dal sistema SWIFT di trasferimento internazionale di fondi, a prescindere dall’uso del dollaro nelle transazioni globali.

Se qualcuno pensa di usare il bitcoin come “alternativa” all’architettura internazionale dei pagamenti (vaste programme), in realtà non farà altro che spingere gli americani, e non solo loro, a moltiplicare gli sforzi per schiacciare il bitcoin e tutte le criptovalute private. Quindi, per dirla con Bremmer, questo annuncio di Bukele per il bitcoin è politicamente negativo.

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