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Brexit, le due Irlande in ostaggio

Si accentua la tensione tra Unione europea e Regno Unito, dopo l’ennesima tornata di colloqui per risolvere lo stallo sull’applicazione del cosiddetto protocollo dell’Irlanda del Nord, cioè sul sistema di controlli per l’ingresso di merci dal territorio della Gran Bretagna. La domanda, forse retorica, resta quella: il governo di Boris Johnson ha negoziato in buona fede il trattato di ritiro dalla Ue?

Come ricorderete, l’Irlanda del Nord è rimasta nel mercato unico e nell’unione doganale della Ue, e per evitare di realizzare posti di controllo doganale fisico sul confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord, che avrebbero danneggiato gli accordi del Venerdì Santo, che posero fine a lunghi anni di guerra settaria sull’isola, il governo di Londra ha accettato che i controlli avvenissero “sul Mare d’Irlanda”, cioè ai porti di arrivo in territorio nord irlandese.

La proroga (unilaterale) della proroga

Da subito si è posto un serio problema: i controlli sanitari e fitosanitari, che la Ue considera determinanti per la propria sicurezza alimentare, soprattutto nella prospettiva che il Regno Unito prima o poi arriverà a firmare trattati commerciali con paesi che utilizzano ormoni nei propri allevamenti, come Brasile e Stati Uniti.

Di fronte a un grave ritardo di implementazione dei controlli, e non volendo adeguarsi a quanto suggerito dalla Ue ritenendo che si tratterebbe di una violazione della propria sovranità, Londra ha iniziato a prorogare unilateralmente i termini, previsti dal trattato di ritiro, di sospensione della richiesta di certificati agroalimentari per merci destinate all’Irlanda del Nord.

Questa decisione di Londra ha determinato l’avvio di una procedura di infrazione da parte di Bruxelles. Utile ribadire che Londra aveva accettato i termini transitori del regime di importazione delle carni in Irlanda del Nord previsto al termine del regime di transizione. Avete letto bene, non è un refuso né uno scioglilingua: esisteva una transizione dopo la transizione. Qui i dettagli; si noti la forma usata, quella della dichiarazione unilaterale di ognuna delle parti, per ribadire le rispettive sovranità.

Il prossimo 30 giugno arriverà a scadenza un’ulteriore transizione della transizione, relativa all’importazione in Irlanda del Nord (cioè in Ue) di salsicce e altre carni congelate dalla Gran Bretagna, perché le regole comunitarie vietano l’importazione di carni congelate provenienti da paesi terzi.

Londra accusa Bruxelles di mettere il Regno Unito sullo stesso piano, ad esempio, della Cina. Il negoziatore britannico per la Brexit, Lord David Frost, accusa la Ue di “purismo legislativo” e di non voler fare uno “sforzo di buonsenso” per trovare una soluzione. Frost è giunto a dichiarare che il Regno Unito ha “sottostimato l’impatto della Brexit sul commercio tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord”. Viva il candore.

Equivalenza, e a posto così

Frost la soluzione scorciatoia ce l’ha: l’equivalenza, cioè dichiarare che gli standard britannici sono simili a quelli della Ue, almeno per ora, e non fare tanto gli schizzinosi sui controlli doganali, calciando la palla in tribuna.

A questo punto, che accade? Che la Ue minaccia di andare oltre la procedura di infrazione e passare direttamente alla rappresaglia incrociata (cross retaliation), cioè a dazi su altri prodotti britannici e congelamento della cooperazione esistente, anche in considerazione del fatto che Londra non sta realizzando le strutture fisiche di controllo doganale previste sul Mar d’Irlanda, né sta scambiando informazioni in tempo reale sulle merci in ingresso in Nord Irlanda.

Altri punti di contenzioso sono relativi ai farmaci prodotti in Gran Bretagna, che dal prossimo primo gennaio richiederanno pesanti adempimenti burocratici per essere esportati in Nord Irlanda. Ad esempio, licenze separate e differenti ispezioni di sicurezza. Nelle more della transizione, molti di quei farmaci hanno già iniziato a diventare di difficile reperibilità.

In breve, al momento siamo allo stallo. Da un lato, la Ue che esige il rispetto di un trattato sottoscritto poco più di un anno addietro dal governo britannico; dall’attuale governo, per la precisione. Dall’altra, Londra che pare aver imboccato la strada del braccio di ferro. Nel mezzo, rischiano di trovarsi le due Irlande.

Presa di ostaggi irlandesi

Quella del Nord, che pare essere utilizzata da Johnson come un vero e proprio ostaggio negoziale, con richiami al rischio di violenze per la violazione degli accordi del Venerdì Santo causati dal “purismo legale” della Ue, oltre a soffiare sul fuoco del nazionalismo unionista. Prima ricaduta della situazione, le dimissioni della “moderata” Arlene Foster da First Minister e dalla guida del Democratic Unionist Party (DUP), sostituita in questo ruolo dal ben più radicale (e pure creazionista e anti evoluzionista) Edwin Poots.

L’altra vittima e ostaggio rischia di essere la Repubblica d’Irlanda. Come segnala Politico, in ambito Ue pare sia affiorata l’ipotesi di rompere lo stallo con Londra invertendo i termini della questione e assoggettando a controllo doganale tutte le merci che dall’Irlanda arrivano in continente. Ipotesi distopica e autolesionistica, che sacrificherebbe Dublino.

Sarà pure fantapolitica, ma il solo fatto che si parli di un simile piano B consente di prendere consapevolezza del pericoloso vaso di Pandora che il cinismo o la superficialità (o entrambe le cose) di Boris Johnson rischiano di scoperchiare.

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