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Il post-cast: stampare moneta col bitcoin?

Dopo la “storica” legge con cui El Salvador ha dichiarato il bitcoin mezzo legale di pagamento, cerchiamo di far luce sulla infrastruttura tecnologica e finanziaria che dovrà dare attuazione all’iniziativa, e sulle aree grigie che potrebbero essere sfruttate, oltre che create, dal governo per mettere le mani sui tanto deprecati dollari “veri”.

Gli emigrati salvadoregni fanno convertire dollari in bitcoin, che a loro volta vengono trasmessi in Salvador a cura di una società statunitense partner dello stato centroamericano. I bitcoin, però, non finiscono nei wallet degli smartphone locali, ammesso e non concesso che tali cellulari siano sufficientemente moderni da reggere l’app e potersi permettere il traffico dati, oltre che la copertura internet.

Tra dollari e bitcoin, lo stablecoin

Nei wallet finiscono Tether, il cosiddetto stablecoin, legato al dollaro in rapporto di uno a uno. Almeno, questo è quello che dichiara la società che lo gestisce, che a febbraio ha transato con l’Attorney General dello Stato di New York per aver dichiarato il falso proprio su questo punto.

Oggi, a quello che se ne sa, Tether (posseduto da una società incorporata a Hong Kong) copre solo in minima parte le proprie emissioni a mezzo di pura liquidità, utilizzando invece debito aziendale come carta commerciale e obbligazioni societarie (emesse da chi, non è dato sapere), e metalli preziosi.

Composizione delle riserve Tether

Ora, immaginiamo che un nuovo stablecoin col dollaro venga creato, espressamente per El Salvador, con “garanzie” di copertura totale del suo valore con dollari “veri”. E immaginiamo anche che “qualcuno” decida, temporaneamente, di prelevare parte della riserva in dollari “veri”, dietro solenne promessa di ricostituirla il prima possibile. Oppure di farlo senza dirlo. L’ironia di svalutare una moneta digitale è irresistibile.

Un cripto corralito all’orizzonte?

Decisiva sarà, quindi, la realizzazione di una infrastruttura tecnologica per colmare il digital divide e la dotazione di device idonei alle transazioni, che verosimilmente dovranno essere sussidiati (leggasi regalati) dallo stato, per potersi affermare. Inclusa la disseminazione di cripto-bancomat, di cui oggi nel paese esistono solo due esemplari.

Ma, più di ogni altra cosa, sarà decisiva la fiducia (o la mancanza della medesima) che i salvadoregni assegneranno allo stablecoin del dollaro. E se così non sarà, delle due l’una: l’esperimento morirà sul nascere, oppure verranno imposti limiti alla conversione dello stablecoin in dollari “veri”. Con i quali andranno pagati militari e paramilitari che dovranno tenere a freno la popolazione inferocita. Un cripto-corralito, in pratica.

Il tutto partendo dalla premessa che creare un centro cripto offshore nel cortile di casa degli americani per attrarre dollari globali indica grande spregiudicatezza, per usare un eufemismo. O forse altro.

Allargando la prospettiva, in questo momento nel mondo dei regolatori c’è forte e crescente preoccupazione per la proliferazione di stablecoin, la cui consistenza è stimata intorno ai 100 miliardi di dollari. Sono pseudo-dollari digitali ma non transitano attraverso il sistema bancario americano; non sono coperti da assicurazione federale sui depositi; aggirano le disposizioni antiriciclaggio (AML, Anti Money Laundering) e l’identificazione dei clienti (KYC, Know Your Customer).

Ogni iniziativa per reprimere le criptovalute dovrà passare necessariamente da qui, avendo presente che la loro massa sta aumentando e rischia di raggiungere livelli pericolosi per la stabilità del sistema finanziario internazionale. Buon ascolto.

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