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Il chiodo (fisso) nella cassa previdenziale

A intervalli regolari il simpatico Paolo Cirino Pomicino, già ministro del Bilancio un’era geologica addietro (quella in cui si posero le basi dell’attuale condizione del nostro paese), prende carta, penna e calamaio, o computer e stampante, e invia missive al Foglio, in cui illustra come mettere in sicurezza la nostra finanza pubblica, lavorando sullo stock di ricchezza degli italiani. Numerose variazioni sul tema, per non andare di copiaincolla. Che tuttavia avviene comunque perché la fantasia, lungamente esercitata in variazioni sul tema di vincolo di portafoglio, alla fine raggiunge i suoi naturali limiti.

Diciamo che i precetti di Pomicino vanno tutti in due direzioni interconnesse: quella dell’ossimorica patrimoniale volontaria. Oppure, appunto, del vincolo di portafoglio, detto in modo più tecnico e per ricordare un periodo nella storia del nostro paese in cui la mobilità dei capitali era molto ridotta ed era quindi possibile sfuggire alla resa dei conti in modo più agevole rispetto a oggi. Ed eravamo tutti più felici, diciamocelo, suvvia.

Risorse fresche appena munte

Abbiamo troppo debito, è la sintesi del Pomicino pensiero, quindi dobbiamo trovare il modo di recuperare risorse “fresche”:

Da oltre un anno spieghiamo che un paese come il nostro senza toccare la pressione fiscale potrebbe raccogliere diverse decine di miliardi di risorse fresche mettendole al servizio della crescita e delle riforme necessarie, E per dare un solo esempio ricordammo che le casse previdenziali e i fondi pensioni avrebbero potuto, e potrebbero ancora, acquistare immobili pubblici utilizzati dalla Pubblica amministrazione per 60/70 miliardi, visto che hanno 200 miliardi di euro investiti e ogni anno investono circa 20 miliardi. Si tratterebbe di una piccola riduzione del patrimonio pubblico consegnato peraltro nelle mani di investitori istituzionali.

Non è chiaro, ma lo sarà tra poco, perché recuperare “risorse per la crescita” quando ci stiamo indebitando col PNRR (forse Pomicino avrebbe preferito non fare debito ma limitarsi ai sussidi europei: non ci sentiamo di dargli torto), ecco che le casse previdenziali e i fondi pensione si vedono comandati di comprare immobili pubblici per 60-70 miliardi, visto che hanno 200 miliardi di patrimonio, che ogni anno aumenta di un decimo per i flussi contributivi e (presumo) anche per i proventi.

Un classico sale and lease back, in cui cioè la cassa previdenziale percepisce l’affitto dalla pubblica amministrazione. Un vero peccato che questa trovata di Pomicino ci colga nel bel mezzo di una ristrutturazione del portafoglio d’investimento delle casse professionali che va esattamente in direzione opposta a quanto auspicato dall’ex ministro.

Basta mattone, siamo fondi pensione

Dopo decenni passati a tenersi in portafoglio essenzialmente immobili e titoli di stato, le casse professionali hanno deciso di diventare professionali anche nella gestione finanziaria. Ecco quindi le iniziative di cessione di immobili a operatori specializzati, come ha fatto Enpam, la cassa dei medici (quindi Pomicino dovrebbe essere interessato), che

[…] In linea con l’obiettivo primario dell’Enpam, che è quello di mettere efficacemente a reddito il patrimonio per pagare pensioni agli iscritti, abbiamo deciso di dismettere gli immobili di diretto possesso per reimpiegare le risorse ricavate in investimenti più redditizi e diversificati

Disse il suo presidente, Alberto Oliveti. Non solo:

Con la dismissione l’Enpam realizza anche importanti risparmi. Già dal prossimo 2022, tra Imu, Tasi e costi vari di gestione legati agli stabili venduti, l’ente avrà 40 milioni di euro in meno di spese all’anno.

Sono soldini, che dite? Per non parlare delle opportunità di diversificare. Pare quindi che Pomicino sia arrivato tardi. Non è detta l’ultima parola: magari le casse più deboli potrebbero anche accettare lo scambio, per avere qualche aiutino dal governo. O magari no.

Pomicino chiude la riflessione lamentandosi, appunto, del fatto che il nostro paese userà il debito europeo, a differenza di altri, che useranno solo i grant, cioè i sussidi. Come scritto sopra, anch’io ho motivo di essere preoccupato per questo nostro “eccezionalismo”, rigorosamente a debito.

Autoammalorati e contenti

La differenza tra il mio timore e quello di Pomicino è che lui vorrebbe fare crescere il paese costringendo il risparmio privato a immolarsi. Io, no. Nel senso che, se il sistema paese cresce, i capitali arrivano, sia domestici che esteri. Quanto alle casse previdenziali professionali e ai fondi pensione, diciamo che l’ultimo tentativo di arruolarli, sottoscrivendo quote del leggendario Fondo Atlante, quello che doveva rimuovere le sofferenze dalle banche italiane al prezzo di infliggerne altre al risparmio previdenziale, in un devastante processo di autoavvelenamento, non è finito bene. O meglio, è finito bene per le casse, che hanno evitato di spararsi nei piedi o in altre parti anatomiche.

Se io fossi parente di Forrest Gump chiederei a Pomicino perché non seguire le orme delle casse previdenziali e cedere il patrimonio immobiliare pubblico agli operatori a cui le casse si sono rivolte. Ma di certo, vedere un ministero che paga l’affitto ad Apollo o Blackstone non suona benissimo. Meglio ricorrere alle famose “operazioni di sistema”, quelle che ti sistemano.

C’è da dire che questa proposta-loop di Pomicino è, appunto, ricorrente. E ricorreva sulle stesse colonne da ben prima della pandemia. Solo che all’epoca si puntava a sorreggere la spesa corrente, oggi a rilanciare il paese con i leggendari investimenti. Forse per quello il direttore del Foglio ogni volta pubblica le stesse letterine: perché sembrano ogni volta qualcosa di differente.

La lotta, eterna, è tra la scorciatoia che autoammalora e la strada lunga e faticosa del cambiamento. Tra gli ingegneri finanziari disperati, alcuni dei quali abitano felicemente nel passato, e i costruttori di futuro. Chissà chi vincerà.

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