L’Atlante che si morde la coda

Oggi sul Fatto, Giorgio Meletti dà conto di un incontro tra il sottosegretario alla presidenza del consiglio e responsabile della “cabina di regia”, Tommaso Nannicini, ed i vertici delle 15 casse previdenziali degli ordini professionali italiani. Durante il convivio, il governo avrebbe reiterato la moral suasion alle casse previdenziali, invitandole a prendere in considerazione l’investimento nel nuovo veicolo Atlante, che dovrebbe nascere a breve e dedicarsi alla rimozione delle sofferenze dai bilanci delle banche. Le casse non avrebbero manifestato grande entusiasmo, per usare un eufemismo. Con qualche ragione.

Sul discorso Atlante-sofferenze, il tema è noto: con pazienza, amore, irrigazione e concimi, arrivare a realizzi tali da remunerare il rischio ma senza l’aspetto predatorio dei fondi specializzati, che vogliono esosi rendimenti in doppia cifra. Su questo argomento, legioni di editorialisti si sono esercitate negli ultimi mesi, col giusto mix di sdegno contro gli avvoltoi venuti da fuori ed ottimismo della volontà. Non che l’establishment abbia aiutato con segnali inequivoci, a dire il vero: la geniale ideuzza di asportare le sofferenze al prezzo di carico a bilancio delle banche è rapidamente scomparsa dai radar, subito dopo che il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, aveva scolpito: “Nostra intenzione è avvalerci del fondo Atlante in modo da smobilizzare le nostre sofferenze a valore di carico” (27 aprile). Desiderio umanamente comprensibile, da parte del maggior azionista di Atlante. Immediata giunse tuttavia la risposta del dominus di Quaestio (gestore di Atlante), Alessandro Penati, che ha precisato di non volere che il veicolo diventasse “una discarica”, e che Atlante è nato per sviluppare un mercato finanziario che non esiste (a suo giudizio), quello delle sofferenze, “non per aiutare le banche”. Ops.

Per aumentare il volume di fuoco potenziale, è nata l’idea di Atlante 2. A cui servono soci. Da qui l’attivismo del governo presso le casse previdenziali. Penati, al festival dell’Economia di Trento, ha detto che punta a realizzare una prima operazione-benchmark dell’ordine di 2 miliardi “entro luglio”, e che molti capitali esteri sarebbero interessati, ad esempio “un fondo pensione tedesco che ha la curva dei rendimenti negativa”. Tutto molto bello. Il problema è che siamo in una situazione da “Comma 22“: per attrarre investitori serve un’operazione allettante, ma senza investitori l’operazione non può materializzarsi. Serve quindi qualcuno che faccia una scommessa, o un atto di fede. Il mondo è pieno di investitori che nella vita compiono atti di fede e scommesse, magari sorretti da business plan dall’innegabile effetto ansiolitico e che forniscono una copertura razionale all’atto di fede. Il problema è che questi atti di fede degli investitori hanno associato un numeretto: la remunerazione del rischio, percepito e quantificato da parte di chi mette i soldi.

E torniamo ad Atlante, 1, 2 o X. Allo stato, non sappiamo se e quali valutazioni di rendimento atteso esistono, sulle sofferenze. O forse esistono, e proprio per quel motivo non c’è modo di mettere in piedi operazioni che riescano a remunerare il rischio sotto la doppia cifra percentuale di rendimento. Il peccato originale dell’intera operazione, forse, è quello di essersi messi in testa che la variabile indipendente (o residuale) è il rendimento dell’operazione, e che il vincolo da cui il medesimo discende è evitare alle banche di fare enormi minusvalenze sullo smobilizzo delle sofferenze. E si torna al via. L’intera vicenda delle sofferenze bancarie italiane è una storia di annunci che restano tali: dalle Gacs pubbliche, nate dopo psicodramma nazional-popolare-editoriale contro la perfida Commissione Ue, che “sbaglia candeggio“, e che ancora non hanno visto la luce, come da noi previsto, allo stesso Atlante. Possiamo ovviamente sbagliarci, ma quanto più tempo passa senza che qualcosa di operativo e “marketable” veda la luce, tanto più aumenta la sensazione che il valore di recupero delle sofferenze sia effettivamente molto distante da quelli netti iscritti a bilancio delle banche. E se la cosiddetta price discovery tarda così tanto (o forse è già nota ma nessuno trova il coraggio di gridare che il re è nudo), non si capisce per quale motivo investitori mediamente conservativi come le casse previdenziali professionali dovrebbero fare uscire dai propri sonnacchiosi consigli di amministrazione dei baldi venture capitalist. Il dubbio ci attanaglia: forse sulle sofferenze serviva l’aiuto del fondo ESM, come fatto dalla Spagna illo tempore?

Nel frattempo, se vi chiedete cosa pensa il mercato del nostro paese, magari dopo esservi rallegrati per la rimarchevole tenuta dello spread tra Btp e Bund decennali, guardate le performance delle borse dell’Eurozona. Da inizio anno, Francoforte a -10%, Parigi -10%, Madrid -13%, Amsterdam -5%, Milano -23%. Banche, ma non solo. Lo spread ha mutato sembianze ma resta elevatissimo. Perché l’Italia resta un investimento “ad alto beta”, cioè elevata rischiosità. E come tale necessita di adeguata remunerazione del rischio. E neppure un titano, che per giunta si morde la coda, riuscirà a cambiare la situazione.

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